V Video

R Recensione

9/10

Tricky

Maxinquaye

“How can I be sure/ In a world that’s constantly changing?” (Tricky, “Aftermath”)

Del doman non c’è certezza, si sa. Tutto può accadere, anche (e soprattutto) le cose più ovvie. In primis che un glorioso passato venga ridimensionato, avviluppato in dilemmi esistenziali, prono nel dubbio di non aver scandito a dovere il succedersi degli eventi. È accaduto al brit-pop, al grunge, alla jungle, all’ondata di revival lounge sintetizzata dalla cocktail generation, figurarsi se non ci finiva di mezzo anche il trip-hop. E così è stato: da “next big thing” a fossile da museo, da suono dell’avvenire a background music per raffinati party della upper class, infine codice distintivo di un passato che non può (ancora?) accedere al nostro presente, incapace di scavalcare la linea d’ombra che separa il divenire dalla sua immagine riflessa.

Qualche nome illustre è riuscito a sottrarsi al fato e a presentarsi, fresco di rasatura, allo specchio del nuovo millennio, ma per dei redivivi Portishead reinventatisi astute icone indie si contano decine di Luke Vibert e Dj Shadow stracotti che, nella migliore delle ipotesi, si aggirano fra noi a mo di spettri: piante da serra un tempo rigogliose, oggi rinsecchite miserabilmente. Un po’ meglio è andata a etichette simbolo come Mo’ Wax o Ninja Tune, costrette sì a diversificare il proprio mercato (è accaduto anche alla Sub Pop all’indomani di quello sparo che chiuse idealmente la “grunge-era”) ma per lo meno capaci di non sacrificare l’unicità del disegno, il collante sonoro/concettuale che legava fra loro uscite come Dj Krush e Dj Vadim, Funky Porcini e Dj Food. Non ce lo vedo insomma James Lavelle a pubblicare folk-rock d’accattonaggio e spacciare l’evento per la rinascita artistica della sua label (vero signori Pavitt & Poneman?).

Prima di arrivare a Tricky, consentitemi un’ulteriore digressione, utile (forse…) per comprendere le origini non solo della sua musica, ma del trip-hop nel suo complesso. Innanzitutto un luogo: Bristol. Che il tasso di contaminazione della musica uscita da questa “New Orleans d’Albione” sia spesso stato pericolosamente alto è ormai assodato (il Pop Group e la sua discendenza sono lì a testimoniarlo), e ciò è da mettersi in relazione alla natura meticcia della città portuale, approdo privilegiato per il commercio di schiavi dall’inizio XVI° secolo fino al 1807, anno in cui la tratta venne abolita. Il collettivo The Wild Bunch non fa eccezione: nato attorno a metà ‘80s come melting pot di istanze e culture sotterranee, sarà “criminale” nursery in cui verrà svezzato il grosso delle teste pensanti del trip-hop, da Nellee Hooper a Daddy G, da Dj Mushroom a Tricky stesso. E non a caso si è parlato di “teste”, giacchè lo tristo trip-hop resta soprattutto faccenda mentale, novello purgante psichedelico con cui espellere le tossine del reale e “far viaggiare” i neuroni a contatto coi fumi inebrianti della marijuana.

Al di là delle sue diverse manifestazioni, è infatti prassi inquadrare il genere come mutazione soporifera, astratta e druggy dell’hip-hop: l’hip-hop che avrebbero suonato il Miles Davis elettrico di “Agharta” o i Grateful Dead al climax di beatitudine allucinogena in “Dark Star”; hip hop scorporato dalle sue istanze sociali, nel quale la semantica viene piegata agli scopi del “viaggio” e le atmosfere galleggiano in un limbo che, all’occorrenza, può farsi raro squarcio di paradiso o campo di concentramento psichico. Sì, è tutto abbastanza vero. Così com’è vero che il suo suono (parimenti nutrito di soul, della jazz-fusion meno tarocca e di vertigini space) supera a sinistra molte fiacche manifestazioni hip hop americane dei ‘90s, anni segnati dal teatrino di crimini della West Coast e commercialmente dominati dallo strapotere “gangsta”. Certo, la rinascita della Costa orientale a suon di guerriglia medieval-esoterica in stile Wu Tang Clan non è passata inosservata, al pari delle ben più interessanti appendici “avant” a nome “Dr. Octagon” (alias Kool Keith con Dan “The Automator” Nakamura) e Dälek (nel ’98 se ne uscivano con l’assurdo “psych-hop” di “Negro Necro Nekros”, a tutt’oggi il loro capolavoro), ma restavano finanche casi isolati, mosche “bianche” (non si offendano i miei cari niggas) in un panorama saturo d’ovvietà. In Inghilterra, invece, si mescolavano le carte con esiti poco men che spiazzanti.

A voler barare un pochetto (ma neanche tanto), si potrebbe affermare che l’hip-hop sia giunto alle sue odierne derive più “sperimentali” proprio assimilando alcuni principi declinati dalla messe dei “trip-hoppers”, a loro volta ispirati da maestri del “taglia e cuci” quali Kurtis Mantronik e Prince Paul: la stratificazione del sound, la cura nel confezionare le basi, l’abilità nel fondere real-playing e samples. Il tratto peculiare del trip-hop risiede, semmai, nel fatto che tanto nelle sue manifestazioni strumentali quanto in quelle più pop-oriented, esso resti musica preminentemente d’ambiente (e anche per questo affine alle derive “electroniche” dell’epoca), d’evasione ma non nel senso comune del termine: ad essere radicalizzata, difatti, non è la fuga dalla realtà bensì la dissociazione dalla stessa. L’intontimento, perdersi nel caos stupefatto del “feeling in slow motion”: queste le armi attraverso cui estraniarsi da un contesto di sradicamento/annullamento culturale passivamente accettato in quanto dato immodificabile. Un atteggiamento elitario ma sotto sotto rassegnato, che rifiuta la lotta e si arrende allo sguardo perso nel vuoto dell’iper-fragile Beth Gibbons o agli anelli di fumo tossico che Tricky sbuffa, col cervello in pilota automatico, da quella boccaccia di rospo che si ritrova. Il coma come scelta di vita. L’atarassia in downtempo.

E Tricky sia, ordunque. Cioè Adrian Thaws, classe 1968. Sangue misto africano, irlandese e giamaicano nelle vene. “Let me tell you about my mother” recita un sinistro campione in “Aftermath”, rinsecchito cerebro di forma vinilica uscito come singolo nel lontano 1993: ancora una volta è la madre – suicidatasi quando il piccolo Adrian aveva appena quattro anni – la ferita mai rimarginata, spirito benefico rievocato in più di un’occasione (Maxinquaye era il suo nomignolo, e Tricky ha detto di averlo scelto come titolo del disco “perché così è come se lei fosse dappertutto”). Dopo un’infanzia trascorsa con la nonna materna e un’adolescenza spesa tra furtarelli, erba e un breve soggiorno in prigione, Adrian incontra i Massive Attack. Questi lo assumono, appena diciottenne, come rapper nel circuito Wild Bunch, ribattezzandolo “Tricky Kid” e dandogli persino un lauto stipendio settimanale – che sputtanerà in alcool e droghe di ogni tipo – per non fare assolutamente nulla, se non bofonchiare qualche minuto di rime nel miliare “Blue Lines” (1991) con un joint in una mano e l’inalatore di Ventolin nell’altra (per Tricky il “trip” è sempre cattivo, non c’è storia). È in quel periodo che inizia a sperimentare con tastiere e campionatori: “Ho imparato a programmare tastiere incasinandone una oltre ogni limite. Adoro i suoni, così cercavo di produrne di miei. I fonici dicono che lavoro alla rovescia, ma è solo perché non capisco cosa significhi fare le cose nel modo “giusto”. Non so leggere uno spartito, e l’ultima cosa di cui ho bisogno è imparare a farlo. Insomma, chi può dire cosa è giusto o sbagliato nella musica? Andiamo, è ridicolo”.

Sempre nel 1991 conosce Martina Topley-Bird, all’epoca solo quindicenne. Fra una cosa e l’altra lei gli confida di saper cantare. Brutto affare: il losco figuro la mette alla prova sotto la supervisione di Mark Stewart (un libro a parte solo su quest’uomo, please) nella session che partorirà giustappunto “Aftermath”, rifiutato dai Massive e quindi pubblicato dalla Fourth & Broadway, sussidiaria della Island. Poi arriva l’EP “Hell” con i Gravediggaz, a sancire il legame con l’hip-hop d’oltreoceano e nutrire di splendore horrorcore i 6:39 della sconcertante “Psychosis”: incubo amorfo alla Bosch, crogiuolo di demoni e sortilegi cuciti in loop. Nel frattempo escono tre singoli talmente fuori dal mondo da spingere la stampa a far pressione sul folletto nero affinché capitalizzi con un 33 giri (si dice ancora così, vero?). Detto fatto: registrato a Londra, con la jungle che intanto monopolizza le frequenze delle radio pirata e ridisegna la tensione urbana in sincopi di strisciante immobilismo, “Maxinquaye” (Island) fa' la sua comparsa nei negozi e subito si piazza al terzo posto delle charts britanniche (al decimo in quelle statunitensi). È l’aprile del 1995. Da lì a un anno Tricky diverrà una tale celebrità che molti suoi colleghi si faranno in quattro per ottenerne i servigi di produttore o remixer (Bjork, Madonna, Damon Albarn, Garbage, etc.). Tutti lo cercheranno, tutti lo vorranno. Lui ci sarà, spesso malvolentieri.

Giustamente acclamato erede del disordine entropico di Sly Stone, Tricky, checché se ne dica oggi, resta snodo centrale della musica del secolo scorso. Se l’aura dei Massive Attack si librava nell’etere come ipotesi di sound-system “dreamy” e i Portishead confinavano la loro opera di riciclaggio “attivo” a lounge-jazz, soul e colonne sonore di spy movies, Tricky è il black hole, la discarica emotivo-semiotica di un’intera civiltà sonora; l’ideale punto di contatto fra dub, hip-hop, funk, electro, blues, gothic (occhio alla cover di “Tattoo” dei Banshees su “Nearly God”), synth-pop, indie-rock e molto altro ancora; un’isolata e altrimenti inimmaginabile ipotesi di b-boy “isolazionista” in fissa con l’art-rock di discendenza Eno-Ferry; cherubino satanasso che si fa’ beffa delle etichette e gode nel tenere un piede in due scarpe (arte “alta” e cultura pop, rumore e melodia); la “cosa” più avantgarde partorita dalla scena trip-hop bristoliana.

In “Maxinquaye” Tricky si dimostra (s)piacevolmente ossessionato dai procedimenti tipicamente dub (i “kingstoniani” King Tubby e Bunny Lee avrebbero approvato) di filtraggio e manipolazione del materiale più disparato, eletto a tramite fra inconscio collettivo e creazione di una nuova soggettività. Ecco quindi il baritono di Isaac Hayes riemergere, rallentato e disumanizzato, in “Hell Is Round The Corner”, carillon retro-futurista coperto di ruggine a 78 giri, seviziato con mano crudele da presse industriali e synth che corrodono strutture di cui avvertiamo il disfarsi in tempo reale (molto “basinskiano”, direi). Ecco una pigra linea di batteria degli Smashing Pumpkins campionata e preposta a ossatura del “raga-hop” “Pumpkin”, ove la voce di Alison Goldfrapp si libra libellula come una Elizabeth Fraser (Cocteau Twins) alle prese col siparietto della “signora del termosifone” in “Eraserhead”. Ecco un irriconoscibile frammento di “Bad” (Michael Jackson) compresso in “Brand New You’re Retro”, caleidoscopica arringa scandita da ingranaggi pulsanti ed effetti quasi cartooneschi (gli scratch alla Paperino sono fantastici): puro “hip-pop” su misura per il dancehall.

La deriva ultima del processo, come può facilmente immaginarsi, è l’accumulo puro e semplice di eventi sonori: “Strugglin’”, malefico blob di gelatina verdastra, forse i 6:38 più alienanti mai prodotti in seno al trip-hop. Gli ingredienti? Un loop lentissimo e rutilante, trombe da giorno del giudizio talmente “sfondate” da suonare come cornamuse, rhodes ridotti a una pasta di liquami aromatizzati al gas nervino, effettistica horrorcore da manuale (una porta che scricchiola, sirene di polizia, il “click” di una pallottola inserita in canna, un rubinetto che sgocciola, il ticchettio di un timer e chi più ne ha…). Difficile pensare a qualcosa di più repellente e irrinunciabile.

Nonostante l’esclusività della visione, Tricky non è solo in questo suo trip asociale. A fargli compagnia, oltre al co-produttore Mark Saunders (già al mixer per quel “Raw Like Sushi” (’89) di Neneh Cherry che del trip-hop costituisce, per certi versi, la prova generale), c’è la vocalist Martina, suo (bellissimo) alter-ego femmineo, il prolungamento necessario per innervare il conflitto fra poli opposti e la confusione di gender posti a fondamenta delle sue pagine migliori. Siffatto ribaltamento di prospettiva sessuale trova massima espressione nella “ricostruzione” di “Black Steel In The Hour Of Chaos” dei Public Enemy, in cui la cantante prende il posto del “masculo” Chuck D e guida una danza noise-rock per chitarre sulfuree e sussulti ragga accelerati (ascoltare una donna che afferma di voler evitare il Vietnam perché “They could not understand that I’m a black man/ And I could never be a veteran” è piuttosto singolare, concedetemelo). Sulla copertina del singolo incriminato Tricky si pavoneggia da vera diva, con tanto di rossetto e ombretto azzurri, sfoggiando un’espressione a metà fra un broncio e un sorrisetto malizioso. Here we go again… Riecco la cara vecchia androginia squisitamente english.

Ma non è casuale che si finisca a parlarne, specie se si pensa alle decine di – più o meno improbabili – intervistatori disposti a patteggiare col demonio pur di scavare nella psiche di questo inquietante “Bowie nero” (“Se c’è qualcuno di cui vorrei essere amico sarebbe lui. Bowie ha infranto le barriere, ha cambiato per sempre il mio modo d’intendere la musica”) fotografato in abito da sposa nel booklet dell’album, in barba al machismo da sempre latente nella comunità black. E non si tratta nemmeno di semplice trovata pubblicitaria, dato che quella di vestirsi con abiti femminili è un’abitudine che Tricky si porta appresso fin da quando era ragazzetto e bazzicava i vicoli di Knowle West con la sua gang (fosse stato nei ghetti di L.A. l’avrebbero fatto fuori in un nanosecondo): piuttosto manifestazione, fra le tante altre cose, di un disagio reale nelle relazioni interpersonali (“Suffocated Love” è lì per dimostrarcelo).

Senza Martina la musica di Tricky semplicemente non sarebbe. E difatti non è più stata, dal preciso istante in cui i due hanno imboccato strade diverse. Ugola sottile, fraseggio bluesy, con un filo di raucedine che a volte s’intravede nell’esposizione: il suo timbro sembra generarsi dal/propagarsi nel vuoto artificiale, valvola mitrale di un muscolo mai così complesso. Laddove la Gibbons si immola a ultimo, doloroso vessillo di umanità da contrapporre allo strapotere delle macchine, quello di Martina è canto-trance per anime anestetizzate (la si ascolti in “Aftermath”, tossica wasteland in fermo immagine appena redenta da flauto incantatore, chitarra in wha-wha e granulosità del breakbeat), zona d’ombra in cui ogni inspirazione, ogni dentale acquista una valenza spropositata (“Overcome” e la sua cadenza lunare, meccanicizzata, altro capolavoro dark dello stile bristoliano).

Per converso, quello di Tricky è un rap che del rap non ha né la cadenza né gli accenti, pur conservando retaggi di slang e codici verbali condivisi; somiglia piuttosto a un gorgoglio afono, melma di verso libero che striscia in secondo piano fra i solchi, assorbito dalla nebula e ricondotto a semplice dettaglio del soundscape. È l’unione di questi estremi (l’orchetto sfiatato e la tipa emaciata) la vera “voce” di “Maxinquaye”. A volte è prima Tricky ad abbozzare un testo, lasciando alla sua “girlfriend” (lo era veramente) l’onere di leggere in quelle corde vocali ridotte a brandelli un pentagramma di luce e tenebre (si ascolti “I Be The Prophet” su “Nearly God”, uno dei punti più alti del loro interplay); più spesso i due cantano all’unisono, confondendosi in un unico corpo cavernoso, come emisferi sulla stessa lunghezza d’onda ma in dislivello di frequenza. È il caso di “Ponderosa”, tutta giocata su percussioni polinesiane e accorgimenti “atmosferici” di rara efficacia (tappeti ambient a intermittenza, misteriosi campioni vocali, addirittura una tastierina che nel finale accenna un ragtime), viscido spettro gocciolante paranoia e liquida sensualità.

Sensualità che in “Abbaon Fat Tracks” trascolora nel pornodolore ballardiano di due “stonati” sorpresi a contorcersi davanti al televisore, coi dialoghi che svaporano nella percezione indistinta, nell’alterazione psicologica dell’ambiente. Musicalmente parlando, sembra d’ascoltare la “Ghost Town” degli Specials (proprio Terry Hall collaborerà con Tricky per il progetto Nearly God) prosciugata d’ogni residuo vitalismo e doppiata su un nastro che s’inceppa, con le acustiche suonate steel a mo’ di aghi infetti che bucano le tempie. Ma è nella già citata “Strugglin’”che l’alchimiaraggiunge livelli di paranoia quasi insostenibili: se Tricky percorre alla cieca i corridoi della sua mente ridotta ormai a “deserto rosso” (“In hell I’ll be lost in the layers of weakness/ All aroud the surface, brainwashed with the cheapest”), Martina lo segue seminando vocali roche, orgasmi di lacrime (“Exhausted by the mundane semplicità no longer plain”), come un angelo catatonico incapace di redimere il tormentato compare (“Please, tell me what I want to hear” la implora lui, nel momento di massimo sconforto).

Dopo un simile concentrato di negatività, è per lo meno singolare che il disco termini con un’indicibile “Feed Me” di riflessi traslucidi, placenta ametista, l’eco di Madre Africa che si propaga attraverso i cieli e implora – unica volta – catarsi e rigenerazione (“How things are together we'll destroy/ and then we can destroy what we are/ together we can build what we are when we dream the spirit free/ we don’t give praise, we take praise, so why are we?”), auspicando infine il consolidarsi di un nuova era dello spirito (“We found a new place to live where we're taught to grow strong/ and strongly sensitive, it always sets the scenery”). Sbaglia però chi confida in un happy ending, giacchè vano è il tentativo di recidere il cordone ombelicale che incatena alla giungla di cemento dello “shitstem” (”Extract from crystal though nothing is clear/ I despise you, damn you, dream you, I love you/ but still nothing’s clear/ I think of when I found you/ keep on singin’ while im drowning, down into that two-tone vision/ I’ve been raised in this place and now concrete is my religion”).

Il riferimento alla poetica 2-Tone non deve stupire: come l’ondata ska, a cavallo tra ‘70s e ‘80s, era la colonna sonora per gli emarginati di un’Inghilterra buco-periferia, cesso in cui nuotavano decine di migliaia di individui senza futuro in attesa di uno “sciacquone” che ponesse fine a tanto schifo, così “Maxinquaye” trasfigura in rovine e deserti post-atomici l’aridità emotiva, sociale e intellettuale del suo tempo. Il bello è che Tricky non ha alcuna purezza da rivendicare, né può permettersi di moraleggiare come “il suo Shakespeare” Chuck D: egli è “parte del problema”, non principio attivo preposto a scuotere le coscienze. “Crescendo, tutti i tuoi sogni vengono uccisi, ad uno ad uno” dice lui. “Mi piacerebbe riavere quel che ho perso della mia adolescenza. Mi piacerebbe innamorarmi come quando avevo quindici anni. Rivorrei la purezza, essere di nuovo “pulito”, ma non posso perché sono anch’io stato risucchiato dentro”. La musica di “Maxinquaye” dà voce a questa mancanza, esternando la “coscienza della perdita” e il conseguente vuoto interiore da essa lasciato. È il suono dell’utopia che cede silenziosamente sotto i colpi d’ascia del vivere, l’interminabile convalescenza di una generazione che ha bruciato con la droga ogni possibilità di riscatto. Resta solo l’attesa inconsapevole, poi più nulla. Sarà da codardi, ma a volte questa resta l’unica soluzione ragionevole.        

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Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 26 voti.
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ozzy(d) 10/10
DonJunio 10/10
target 9/10
bps74 8/10
sarah 10/10
Cas 9/10
motek 8/10
Lepo 9,5/10
jekspacey 7,5/10

C Commenti

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lev alle 22:52 del 19 marzo 2009 ha scritto:

ammazza che recensione! ma quand'è che pubblichi un libro (magari l'hai già fatto)? comunque dopo uno scritto del genere, non posso far altro che procurarmi sto disco. ma quindi dici che agharta (uno dei pochi lavori che non ho ascoltato del periodo elettrico di miles davis '69 - '75) secondo te suona trip-hop, oppure ho capito male?

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 22:54 del 19 marzo 2009 ha scritto:

c'è stato un periodo in cui tricky sembrava jimi hendrix....periodo 95-96 diciamo....poi un degrado inarretabile, ma quest'album è favoloso.....

REBBY alle 9:17 del 20 marzo 2009 ha scritto:

Sul disco non so che dire: nel 95 avevo 35 anni

(Andy sono io un vecchietto uhuhuh) ed entravo in

sonno (musicalmente parlando) per un lungo periodo. Per alcuni anni mi sono accontentato di

ascoltare i numerosi dischi fin li accumulati,

integrati da qualche cd regalatomi da mia moglie.

L'ho ascoltato molti anni dopo a casa di un amico

(vero e proprio fan di Tricky). La (as usual)

maestosa recensione del Los fa venire voglia di

ascoltarlo come si deve (direi che questo è il pregio migliore di una recensione positiva) visto

inoltre che l'album dell'anno scorso a me non era

spiaciuto. Il mio amico Trench è avvertito (ma

dove cacchio sei finito?).

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 9:41 del 20 marzo 2009 ha scritto:

l’hip-hop che avrebbero suonato il Miles Davis elettrico di “Agharta”

Oh Yeah!

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 13:40 del 20 marzo 2009 ha scritto:

"l’interminabile convalescenza di una generazione che ha bruciato con la droga ogni possibilità di riscatto"...ma non si faceva solo le canne tricky? tra l'altro quando disse di non farsele più, iniziò a fare dischi di merda eheheheh.....

A Pretty Ogre alle 16:02 del 20 marzo 2009 ha scritto:

Pavitt e Poneman

Perdonami, Matteo, se non entro nel merito del disco, che non conosco abbastanza approfonditamente per votare, ma mi focalizzo su di un misero, marginale punto della tua esaurientissima e davvero ben scritta recensione, tuttavia... Se anch'io, com'è naturale, mi sono avvicinato alla Sub per il suo periodo d'oro (Mudhoney, Nirvana e compagni), è stato però proprio attraverso una compilation della medesima etichetta, capitatami fra le mani quasi per caso, che ho iniziato ad ampliare il mio mondo musicale, avvicinandomi a realtà che, da bravo proto-adolescente brufoloso, avevo sempre ritenuto avulse da me. Mi lascia quindi l'amaro in bocca vederti brutalmente definire "folk-rock d'accattonaggio" artisti quali Samuel Beam o i Red Red Meat, questi ultimi, peraltro, inaspettatamente non troppo distanti a fine carriera dal buon Tricky. Per carità, i gusti sono gusti, così come posso aver frainteso quella tua affermazione, ma se non rischiamo di andare OT avrei piacere che me la chiarissi. Mi scuso ancora per essermi fissato su un simile dettaglio piuttosto che complimentarmi per il resto della recensione (Ah, Bristol... Alla Fopp locale ho lasciato un mezzo patrimonio).

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 16:24 del 20 marzo 2009 ha scritto:

RE: Pavitt e Poneman

Perfettamente d'accordo con te. Viva la Sub Pop, prima e dopo lo sparo. Loson, non ti sgrido neanche più, tanto sei incorreggibile

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 19:52 del 20 marzo 2009 ha scritto:

non sapevo che la sub pop fosse ancora attiva, questa sì che è una notizia ghghghgh....

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 3:26 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Loson andrebbe sgridato per le ironie sulla stazza della povera Mama Cass nella rece dei Fleetwood Mac caso mai, qui è tutto sommato magnanimo per i suoi standard eheheh...cmq Matteo Poneman e Pavitt hanno hanno sempre avuto una mentalità da bottegai piazzisti, non c'è da stupirsi. Sia quando avevano tra le mani Nirvana e Mudhoney, sia quando nel 95 annunciarono la "seconda rivoluzione grunge", grazie ad artisti ovviamente finiti nel dimenticatoio. E grazie a questa loro adorabile spacconeria se la Sub Pop tirò avanti quando non avevano un dollaro in cassa a fine anni 80. Sul "folk-rock da accattonaggio", ai posteri l'ardua sentenza, la stessa che su "maxinquaye" reciterà sempre: capolavoro.

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 10:10 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Il dimenticatoio Sub Pop (dal 1995 a oggi)

Red Red Meat, Mark Lanegan, Julie Doiron, Band of Horses, Blitzen trapper, Css, Dntel, Pissed Jeans, No age, Daniel Martin Moore, Oxford Collapse, Loney Dear, LOW (!), Red House Painters (!), Kinski, Gutter Twins, Postal Service, Vetiver, The Shins, Wolf Parade, Iron and Wine...

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 10:12 del 21 marzo 2009 ha scritto:

RE: Il dimenticatoio Sub Pop (dal 1995 a oggi)

Ah, dimenticavo i Fleet Foxes. Ma quelli hanno avuto un bel po' di successo, quindi ormai sono bruciati, fanno schifo ... perchè guadagnare due soldi in più producendo musica di qualità è reato, è peccato mortale ... vero Pavitt e Poneman?

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 10:58 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Sì, ma che c'entra il rosario del bravo indie-kid da te sgranato con quello che ho scritto? Con "seconda rivoluzione grunge" mi riferivo chiaramente ad artisti come Hazel o Teen angels che nel 95 Jon e Bruce spacciavano per i nuovi Nirvana, o giù di lì. Sempre lodati siano i Pissed Jeans, almeno loro spero non siano considerati accattoni eheheh....

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 11:42 del 21 marzo 2009 ha scritto:

RE:

Che io sia bravo non ci sono dubbi. Indie-kid non so cosa cosa significhi, l'avrai letto su qualche manuale di giornalismo musicale. E probabilmente sullo stesso manuale potremmo scrivere che "Poneman e Pavitt hanno sempre avuto una mentalità da bottegai piazzisti" e che adesso si dedicano a "folk-rock da accattonaggio". Io non credo che i Red Red Meat abbiano rappresentato una nuova rivoluzione grunge, nè tantomeno che Iron and Wine sia Nick Drake. Ma ridurre la Sub Pop post Nirvana ad Hazel o Teen angels significa dimenticare molti degli artisti che ho voluto ricordare. Che poi cercassero di vendere tutto come fosse oro colato non mi interessa, lo fa chiunque, lo fa anche la Mo Wax quando cerca di propinarmi il quattordicesimo remix del remix di Luke Vibert o il sessantanovesimo 12" b-sided di Dj Shadow... E quandanche non fosse così, chissenefrega, non lo faccio più il processo alle intenzioni, non vado a cercare il motivo della nascita di un disco. Che le etichette e gli artisti cerchino il successo promuovendo la loro musica lo trovo semplicemente ovvio.

Lezabeth Scott alle 12:47 del 21 marzo 2009 ha scritto:

RE: RE:

Assurdo, davvero. Sono con Fabio Codias al 2000%. Giù le mani dalla Sub Pop.

TheManMachine alle 11:59 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Caro Matteo, purtroppo il periodo in cui uscì questo disco dal punto di vista musicale mi è un po' sfuggito di mano, perché al tempo ero in altre faccende affacendato e tenevo poco d'occhio le nuove uscite discografiche. Anche se ora cerco di recuperare il terreno temporaneamente perduto. Tanto più che l'opera da te considerata qui merita sicuramente più di un ascolto approfondito. E quindi per il momento ti faccio solo i miei complimenti vivissimi per la recensione grandiosa, veramente da pubblicazione in un manuale di storia della popular music, come diceva già s.m.a.c. molti commenti più sotto. Bravissimo!

target (ha votato 9 questo disco) alle 12:36 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Los, ti ho letto solo ora. Il disco è spaventosamente bello, per quanto non l'abbia mai sentito visceralmente come i suoi predeccsori trip-hop più illustri. Ma si tratta di uno mero de gustibus. [Ah, e non credere di cavartela con quel "astute icone indie" a proposito di P3 senza spiegazioni!]. Quello che non mi convinse al 100% di Maxinquaye, a suo tempo, era il suo citazionismo trip-hop esibito: "Overcome", che apre il disco, è la versione trickyana "Karmacoma" dei MA (dove, d'altronde, cantava anche lui), mentre "Hell is round the corner", che fu il singolone, cita dalla stessa fonte di "Glory Box", che era uscita da pochi mesi, e riprende il testo di "Eurochild" dei MA. Questo proporsi come una sorta di epitome e detournement di quanto era stato appena fatto in ambito trip-hop era interessante e a suo modo geniale, ma forse allora mi lasciò perplesso. Tu, monumentale.

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 13:16 del 21 marzo 2009 ha scritto:

"Che le etichette e gli artisti cerchino il successo promuovendo la loro musica lo trovo semplicemente ovvio." Evidentemente mi sono spiegato male, tale ovvietà era il punto su cui stuzzicavo Matteo, citando due esempi agli opposti ( il fatto che entrambi appartengano al grunge ovviamente non implica che le cose buone della Sub Pop rientrino solo in quell'alveo). Ma mi sa che non si può neanche fare una battuta su due personaggi, che per ovvi motivi amo e che non potrò mai ringraziare abbastanza, senza che i taleban-indie si incazzino eheheh.E dire che scrivendo "sul folk-rock da accattonaggio ai posteri l'ardua sentenza" pensavo di essermi lasciato fuori dalle polemiche per una volta!

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 14:15 del 21 marzo 2009 ha scritto:

RE:

"due personaggi, che per ovvi motivi amo e che non potrò mai ringraziare abbastanza" ... quindi sei un taleban-indie? o un indie-kid?

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 13:53 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Target: in effetti in molti ebbero i tuoi stessi dubbi all'epoca. Ma quando dopo "Maxinquaye" uscì il progetto Nearly God si capì perfettamente che Tricky giocava una partita tutta sua,soprattutto rispetto ai Portishead, come ha perfettamente spiegato Matteo ( sia nell'uso del campionamento, ben più potente ed espressivo, sia nell'impronta più dark data alla rilettura degli stilemi soul e funky, per non parlare della componente hip-hop).

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 14:17 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Ah, io e Lezabeth ci sposiamo domenica prossima a Seattle. I testimoni saranno Bruce Pavitt e Jonathan Poneman. Tutti invitati, tranne Loson e Junio

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 14:50 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Carini, spero non inviti Anthony, altrimenti il pranzo nuziale ti costerà un occhio della testa. Comunque a Seattle ci sono già stato, e in altri tempi, saprò sopravvivere..

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 15:03 del 21 marzo 2009 ha scritto:

RE:

Fossi matto. Chiamo Neil Young, alla sua età un pugno di riso bollito dovrebbe bastare ... )

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 14:51 del 21 marzo 2009 ha scritto:

Poi non ci sono neanche più i Sonics, Seattle è morta per me....sigh....

DonJunio (ha votato 10 questo disco) alle 14:52 del 21 marzo 2009 ha scritto:

la squadra di basket intendo, non il gruppo...lol

dario1983 alle 16:19 del 22 marzo 2009 ha scritto:

nn l'ho ancora ascoltato... ci provo

loson, autore, alle 15:09 del 24 marzo 2009 ha scritto:

Scusate gente, ho problemi con la connessione e non ho potuto intervenire before now. A s.m.a.c. : grazie caro, non ho ancora scritto un libro e probabilmente non lo farò mai. IL paragone con Miles è da intendersi non nel senso che "Agharta" sia trip-hop, ma che il trip-hop abbia attinto anche alla fusion astratta del Davis elettrico nel delineare la sua poetica. X GUlliver: Tricky ha ammesso di aver fatto uso di cocaina per anni, di aver provato ecstasy e altre droghe sintetiche. Ovvimente le canne erano le sue preferite...

X Target: grazie anche a te, carissimo... I Portished "astute icone indie" sì, un pò lo penso. SI sono reinventati in modo molto coraggioso ma anche astuto (e non uso il termine astuto in modo spregiativo eh, anche Bowie era un astuto cazzone geniale ). E lo dico senza nulla toglier loro, i POrtishead sono e restano dei grandi, e nella recensione mi pare si capisca il concetto. Sulla derivatività di Maxinquaye non so che dire... "Karmacoma" mi suona assolutamente diversa da "Overcome": il loop è diverso, non cadenzato come nei Massive ma più sporco, meccanico, non c'è quasi più traccia di dub da dancehall; canta Martina, mentre su "Karmacoma" rappano 3-D e Tricky; i testi di Eurochild e diella stessa "Karmacoma" sono di Tricky eh, non è che li ha fregati ai Massive! . Sul campione di Hayes per "Hell Is Round The Corner" sono da tenere presenti due cose: 1) all'epoca Tricky rivendicò la paternità del sample, affermando che sia lui sia i Portishead lo stavano usando nel medesimo periodo (il che può anche starci considerando che "maxinquaye" è stato registrato nel corso della seconda metà del '94/ inizio '95); 2) anche se l'avesse rubato da loro, il risultato è qualcosa di completamente alieno rispetto a "GLory Box" (forse il brano più tradizionale di "Dummy") ed è questo che a me interessa. Tricky insomma lo fa diventare un'altra cosa, parte da quel frammento e ci costruisce qualcosa di unico. Concludo con un appunto sulla vicenda Sub Pop: raga, il caso che è nato per quelle due righe è sconvolgente! O_O Non c'è nessuna volontà di deligittimare la sub pop, semmai di mettere in luce come il suo catalogo sia diventato fortemente disomogeneo a partire dalla disfatta del grunge, quando cioè ci si è dovuti confrontare con diverse realtà e diversi settori di mercato. (JUnio ha capito perfettamente il senso di quello che ho scritto, anche a proposito di Hazel e dei nuovi Nirvana che sbocciavano a ogni angolo ;D). Questo è quello che mi premeva notare con quella frasetta. X Pretty Orge: il "folk rock d'accattonaggio" in questione è quello dei FLEET FOXES, che io notoriamente odio e giudico a dir poco scialbi, non mi riferivo certo ai Red Red Meat . SUl fatto che PAvitt e POneman siano stati due grandi affaristi non c'è proprio nulla da dire, è palese: loro hanno montato il caso "grunge", loro hanno chiamato giornalisti dall'Inghilterra per studiare la fauna locale di Seattle, loro ne hanno beneficiato al momento della spartizione dei dividendi. Non c'è nulla di male in questo, non fraintendetemi. E' grazie a quest'astuzia se il grunge è esploso come fenomeno di costume, oltre che come idioma stilistico. ANche per questo non capisco la diatriba che è srota dalle mie parole. Per dire: secondo te Fabio posso essere tanto stupidino da non riconoscere che molti dei gruppi da te citati e che hanno inciso per sub pop siano importantissimi? Su che l'invito al matrimonio lo voglio anch'io! ;D

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 16:17 del 24 marzo 2009 ha scritto:

RE:

Stupidino non sei affatto, piuttosto sei talmente intelligente da poter sostenere tutto e il contrario di tutto senza evidenziare contraddizioni. Come quando parli di "Overcome" o del sample di "Hell is round the corner". Per quanto riguarda i Fleet Foxes non ti capisco: anche per loro la Sub Pop ha "montato il caso" come fece per il grunge? E li odi indipendentemente dal loro successo? Comunque per il matrimonio ok. Ultima fila, però.

loson, autore, alle 17:40 del 24 marzo 2009 ha scritto:

RE: RE:

Cattivone. No, per i Fleet Foxes non è stato montato alcun "caso" dalla Sub Pop, almeno non direttamente: a quello hanno pensato webzine e riviste, alcune in buona fede altre meno (secondo me). Indubbiamente li odio anche per il loro successo, che domande! Se nessuno se li fosse cagati mi sarei limitato a notare che il disco è mediocre, finita lì (e in fin dei conti è poi quello che ho fatto: non ho indetto campagne anti-Fleet Foxes eh! ). Ma in fondo non è nemmeno odio vero. Sono una persona troppo pacifica e troppo poco rancorosa per arrivare a tanto.

A Pretty Ogre alle 15:27 del primo aprile 2009 ha scritto:

RE:

Mi scuso innanzitutto per il ritardo, ormai mi aveva disconosciuto persino il sito, negandomi il login automatico

Naturalmente nessuno nega la vena imprenditoriale di Pavitt e Poneman, né che, accortamente, abbiano più volte tratto acqua al loro mulino nel promuovere artisti sostanzialmente mediocri. Se però ciò ha contribuito in modo certamente fondamentale alla nascita di quel grandioso fenomeno musicale e di costume che è stato il grunge, così come al rinnovamento che ha sì reso ben più disomogeneo rispetto agli albori il catalogo Sub, ma anche dato voce a tanti meritevoli artisti, ben vengano anche questi aspetti meno "nobili" del tutto.

Quanto ai Fleet Foxes e al loro debutto, confesso che anch'io non sono riuscito a leggervi quel capolavoro di cui molti hanno diffusamente parlato. Probabilmente, però, la responsabilità maggiore è dei miei gusti ancora acerbi, che mal digeriscono un certo spirito barocco estraneo alle mie corde. Chissà, vedremo a chi il tempo darà ragione!

sarah (ha votato 10 questo disco) alle 12:38 del 25 novembre 2009 ha scritto:

Disco e recensione come il vecchio tonno rio mare: insuperabili.

Utente non più registrato alle 22:46 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

Mazza oh, lunghissima sta cosa. Ad Eugenio Scalfari gli fai i baffetti! Quest'album non me lo ricordo, me lo procurai perchè Bjork ci collaborò ai tempi di Post se non erro. Ci devo ritornare ma la rece mica la leggo...che qui a cataratte stiamo messi male!

loson, autore, alle 23:50 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE:

Addirittura le cararatte? Ma che sei, ottuagenaria? ;D Comunque non sai cosa ti perdi, baby...

loson, autore, alle 23:51 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

RE: RE:

Sì, cararatte moh...

Utente non più registrato alle 20:29 del 16 dicembre 2009 ha scritto:

Loson

Eh no, ho un quarto di secolo portato malissimo. Cmq - visto che c'ho fatto anche un esame - la leggibilità di un testo cambia in base al contesto divulgativo. Un testo così lungo sul supporto cartaceo non crea problemi ma al pc crea diversi discomfort. Senza inoltrarmi in vile retorica e mera spocchia, casomai lo stampo.

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 16:03 del 17 dicembre 2009 ha scritto:

Montanelli diceva sempre a Scalfari sui suoi editoriali: "girata di pagina uguale girata di palle". Rockwell è una seguace del vecchio Indro, ha pure la cataratta

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 16:22 del 3 febbraio 2010 ha scritto:

dopo il primo ascolto ero affascinato. dopo il secondo innamorato perdutamente. splendido è dir poco!

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 14:04 del 23 marzo 2010 ha scritto:

Il disco mi piace ma meno di certe cose dei Massive Attack. La recensione invece mi piace e basta, grande Matteo, come al solito.

Totalblamblam (ha votato 8 questo disco) alle 14:18 del 23 marzo 2010 ha scritto:

beh si stiamo messi tutti male tra cataratte, dolori articolari al polso e orchiti varie ...sto disco è OK ma non so perché non decolla alto, non riesce a farmi entusiasmare più di tanto, alla fine lo sento freddo e con poca anima, molto calcolato...

8 molto buono per la produzione

9 alla recensione , di solito ormai superano la qualità intrinsenca dell'opera analizzata

synth_charmer (ha votato 8 questo disco) alle 15:27 del 5 maggio 2010 ha scritto:

la penso come Julian. Molto bello, ma meno di altri simili predecessori. Il contributo di Martina lo rende molto caldo e "soul". Ma forse il trip-hop lo preferisco freddo come i Portishead.

Mirko Diamanti (ha votato 9 questo disco) alle 17:52 del 16 luglio 2012 ha scritto:

Discone. Recensione illeggibile.

Filippo Maradei alle 12:04 del 17 luglio 2012 ha scritto:

Troppo bella per essere letta, ve'? Sono d'accordo.

Mirko Diamanti (ha votato 9 questo disco) alle 10:11 del 29 settembre 2013 ha scritto:

No, illeggibile nel senso che non ho potuto leggerla, nel senso che è troppo lunga! Non è quello che voglio trovare in una recensione, è una questione di tempo. La sintesi è nello spirito dei tempi. Però dal luglio del 2012 sono riuscito finalmente a leggerla per intero Obiettivamente eccellente! Ma mette dentro troppe cose, e in modo troppo allargato. Si potrebbe parlare di cosa si intende per "recensire", sarebbe interessante. Ecco, per me non è un'arte, non è il luogo in cui sbrigliare la propria fantasia, in cui porsi come meta quella di disegnare scenari, e non è nemmeno l'occasione per disquisire troppo a lungo su temi musicali generali. Per me è una specie di servizio: quello di dare un'idea generale del disco esprimendo magari un parere critico in tempi accettabili e rispettosi verso il tempo di chi legge. Per sbizzarrirsi ci sono altri formati. Ovviamente è un'idea mia: parzialissima ed arbitraria, ma è la mia.

tramblogy alle 13:07 del 17 luglio 2012 ha scritto:

Direi artificiosa...con tutto il rispetto delle fatiche losiane...ghghghhhhhhhhh

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 12:39 del 18 luglio 2012 ha scritto:

recensione eccellente invece e disco della madonna

Emiliano alle 16:19 del 24 ottobre 2012 ha scritto:

Cazzo che bella questa recensione. Il Losi bisognerebbbe studiarlo a scuola.

Spakka1985 alle 12:14 del 28 gennaio 2016 ha scritto:

WoW...era qualche anno che non lo ascoltavo...e lo trovo ogni volta migliore. Complimenti al recensore...questa sì che è una recensione con la R maiuscola!