Burial
Kindred EP
Prima di proseguire la lettura, chiedetevi cosa vi aspettate da un disco di Burial nel 2012. Ogni sua nuova pubblicazione sembra destinata a sollevare lo stesso genere di reazioni che, solitamente, si riservano ad artisti considerati già classici e istituzionali: parecchia curiosità e tante standing ovations automatiche, certo, ma anche uno scetticismo sempre più condiviso nei confronti di una formula ormai ampiamente consolidata e riconoscibile, ostinatamente autoreferenziale, totalmente defilata rispetto alle più recenti evoluzioni dell'UK bass. E' il destino di chi riesce a imporre una visione personale che trascende le caselle dell'appartenenza di genere, un marchio di fabbrica troppo ingombrante per poterne valutare serenamente nuove declinazioni e sviluppi imprevisti.
Il punto è che Kindred EP alza la posta in gioco. Momentaneamente disponibile solo in digitale sul sito della Hyperdub, il nuovo progetto di Burial (nato William Bevan) poggia su un'impostazione teorica forte, che mette in prospettiva una delle poetiche più intriganti degli ultimi tot anni e ne svela il senso ultimo, anche in relazione ai troppi cloni e alle troppe nullità che in tempi recenti hanno cercato di ripetere quel percorso. Non solo, ma l'EP è impreziosito da una messa a punto formale sempre più avanzata, in cui il minutaggio dei singoli brani si allunga fino a sforare il tetto dei 10 minuti (un trend inaugurato nella collaborazione con i Massive Attack) al fine di assicurarsi una maggiore libertà di manovra, con la possibilità di cambiare direzione in corsa e ampliare il ventaglio delle soluzioni utilizzate.
La title track è sicuramente il pezzo più convenzionale del lotto, costruito sul solito repertorio di beats sincopati e incisi vocali riprocessati con abili avvitamenti in fase di pitch shifting, ma l'assetto dinamico della costruzione spinge ulteriormente i parametri di quella formula e a posteriori svela una sua centralità, premessa fondante di un disegno più complesso. Ciò che Burial mette in atto è un costante lavoro di scavo tra i detriti metropolitani, alla ricerca di una fonte di calore rigeneratrice che l'autore identifica nella vecchia tradizione rave inglese delle prime warehouse; una stagione rievocata con trasporto quasi devozionale ma ormai cancellata dal tempo, sepolta dal sovrapporsi di nuove infrastrutture urbane e di nuovi rifiuti tossici generati dai cicli del consumismo industriale. Perlustrare i depositi sedimentari di una Londra in decadenza, sfogliando come una cipolla le stratificazioni di asfalto e lamine arrugginite, significa portare alla luce una serie di “reperti” che circoscrivono il perimetro del brano: un subliminale stacco ravey incastonato nella frastagliata sezione ritmica, echi mortali imprigionati nel sottosuolo e che sembrano implorare di essere liberati, una bassline allo stato fossile che può solo suggerire la sua potenza originaria, ormai perduta. Masse sonore che interagiscono raggrumandosi in livelli di coagulazione sempre variabili, in un impasto timbrico d'eccellenza. E anche se Kindred fa largo uso di tecniche già totalizzate in Untrue è la gestione delle dinamiche a fare la differenza, in una calcolata distribuzione dei volumi che pur assecondando uno sviluppo armonico ricco di aperture epiche (un registro inusuale per Burial) ne scarica il peso sistematicamente in un rilascio emotivo graduale, fino a implodere in un finale agghiacciante. Le speranze di un'intera generazione, quelle utopie 90's imbevute di MDMA che sembravano poter cambiare il mondo, oggi agonizzanti sul fondo di una discarica; sepolte da colate di cemento e ridotte a un lumicino, nell'attesa che qualcuno torni ad alimentare quella fiamma.
“Those tunes tried to unite people. I want to let those people know that they didn't fail.”
Il recupero di canoni stilistici legati ai primi rave è forse uno degli sviluppi più interessanti del nuovo UK garage, a partire dal divertito calligrafismo di Zomby in Where were you in 92? fino alla recente, spericolata opera di sintesi di Scuba in Personality, tutto un assortimento di trip sintetici, vocalizzi da disco-diva annegati nel mix, stacchi breakbeat alla vecchia e pasticche con lo smiley stampato sopra. I rimandi alla rave-music originaria, oltre a mettere a disposizione un serbatoio potenzialmente ricchissimo di risorse a cui attingere, assumono così una valenza di madeleine proustiana nella rievocazione di un'innocenza perduta che oggi si cerca di rielaborare in vitro, aggiornandola in un'estetica crossover sempre più spregiudicata. E' proprio su questo terreno che si misura la distanza incolmabile tra Burial e il citazionismo che informa molta bass music inglese contemporanea, in cui il corredo genetico dell'old school viene riprocessato con la stessa facilità con cui, nel giro di un clic, possiamo rievocare un bagaglio di suggestioni anni '90 semplicemente guardando un video su Youtube o scaricando un dj-set d'epoca. In Burial, al contrario, questo percorso a ritroso implica un atto di fede che è allo stesso tempo attenta ricostruzione archeologica in loco, minuziosa indagine tra le crepe e gli interstizi di un ambiente post-industriale in rovina; l'accensione madeleiniana non scaturisce più dalla riproduzione di una replica ma dal laborioso recupero dell'oggetto storico, un rottame la cui fisionomia originale appare oggi distorta e inevitabilmente corrosa dallo scorrere del tempo. Loner, seconda traccia dell'EP, è materica testimonianza di questo stato avanzato di deterioramento: una carcassa trance attraversata da infiltrazioni atmosferiche e scansioni di sintetizzatori sverniciati, la resa sonora dell'insieme penalizzata poi da interferenze radio a getto continuo. Nell'immaginario di Burial hanno un certo peso i riferimenti alle radio pirata inglesi (cfr. Pirates, sul disco d'esordio) e in tutto il Kindred EP c'è un ricorso sistematico a improvvise intromissioni di onde elettromagnetiche in cortocircuito, disposte tatticamente a enfatizzare la granulosità della produzione marchiandola a fuoco. In Loner queste interferenze non comportano stacchi semantici, il beat continua nel suo incedere ostinato come se girando le manopole delle frequenze radiofoniche si intercettasse sempre lo stesso canale, un segnale morse che si insinua sottopelle e impone il suo gioco fino a collassare. La natura aliena del brano (evidente fin dall'incipit con quel campione vocale “there's something out there”) presuppone un decentramento dello sguardo ed è significativo che sia proprio Loner a segnare il passaggio dai classici incastri garagey a traiettorie ritmiche più lineari. Ciò che ascoltiamo qui non è più Burial in qualità di produttore/demiurgo con la sua cifra stilistica inconfondibile, ma Will Bevan adolescente che nei '90 si sintonizzava sui network clandestini di Londra e rimaneva folgorato da quelle polluzioni sonore fuori controllo. La scena assume quasi i tratti del rituale iniziatico, snodo centrale della quest che sta alla base dell'intero progetto Kindred e che a questo punto rivela un preciso impianto narrativo; assimilare quegli impulsi radiattivi significa farli propri, metabolizzarli per poi passare al livello successivo.
Ashtray Wasp è in questo senso la chiusura del cerchio. La matrice techno e le evoluzioni elicoidali dei synth che avevano caratterizzato il capitolo precedente si innestano ora in uno scenario quotidiano e concreto di esplorazione delle geometrie urbane, un ecosistema di accadimenti sonori (frammenti di conversazioni al cellulare, pop music che fluttua nell'aria come sparata da altoparlanti) che vengono sistemati alla rinfusa su un canovaccio sempre più elaborato e multiforme; gli elementi formali dell'hardcore vecchia scuola, ancora impregnati di polvere e sporcizia, entrano dunque in simbiosi con l'apparato ricettivo dell'autore e diventano la reazione chimica attraverso la quale sfumare il proprio sguardo nell'ambiente circostante. L'effetto è incredibile. Ashtray Wasp è una creatura mutante che straripa di idee, incisi melodici shining e perdite di coscienza che si rincorrono gravitando attorno a un nucleo narrativo ben delineato, espressione di due topoi ormai ricorrenti nella discografia di Burial: una vera ossessione per i mezzi di trasporto pubblici (cfr. Nite Train, Night Bus) e il successivo approdo in luoghi riparati (McDonald's, stazioni della metro), rifugi in cui cercare ristoro rielaborando gli imput ricevuti lungo il tragitto. Il contatto con ambienti riconoscibili e familiari genera così un senso di piacevole straniamento che in Untrue era perfettamente teorizzato da In McDonalds e che in questa vera e propria suite viene accentuato da un perfetto gioco di contrasti tra la decompressione finale e la prima parte, legata invece al motivo del movimento e del viaggio. E se in Kindred il movimento si svolgeva sull'asse verticale di un'appassionata ricognizione sotterranea, qui l'itinerario si snoda sul piano di una perfetta orizzontalità in una gestione degli spazi esemplare, percorrendo binari ritmici affini a quelli che anni fa attraversavano Raver; il viaggio diventa dunque momento privilegiato per immergersi in un microcosmo di gallerie senza via di uscita, esalazioni di metano, squarci panoramici di periferie metropolitane, rotaie che cingono il corpo pulsante di South London e ne lacerano le carni in un pulviscolo di energia elettrostatica. Difficile spingersi oltre.
Si rimane sbalorditi di fronte a questo Kindred EP. Non solo per la nobile qualità della proposta, ma anche perché pubblicare oggi un'opera simile (qualcosa a metà tra romanzo di formazione, rivendicazione identitaria, ricerca di una nuova frontiera e allo stesso tempo ripiegamento autistico sulle proprie ossessioni) significa in sostanza porsi fuori dalla mappa e diventare religione. E forse è sempre stato così: Will Bevan è stato punto di riferimento terminale di un certo segmento dell'hardcore continuum più per un convergere di coincidenze logistiche che per reale adesione a quel processo evolutivo, lui capace di dettare legge all'interno di un sistema di codici perfettamente concluso.
Cosa vi aspettavate da un disco di Burial nel 2012? Chi cerca il “segno dei tempi” non lo troverà qui, ma va bene lo stesso. Prendete e bevetene tutti.
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Kendrick Lamar Good Kid, M.A.A.D. City
Demdike Stare Elemental
Gil Scott-Heron Pieces Of A Man
Burial Untrue
Kode9 & The Spaceape Black Sun
Four Tet There Is Love in You
Burial Truant EP
Darkstar North
Burial Street Halo EP
Skream Outside The Box
Andy Stott Luxury Problems
James Blake James Blake
Boxcutter The Dissolve
Shackleton Three Eps
F. Energy Distortion
Nedry Condors
Jamie Woon Mirrorwriting
Squarepusher Ufabulum
AA. VV. Future Bass
Stumbleine Spiderwebbed
Zomby Dedication
Filippo Maradei
TheNew
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Lezabeth Scott
rubiset
salvatore
Noi!
miu.miu
Paul8921217
Ubik
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