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FrancescoB
MessaggioInviato: Ven Ott 13, 2017 8:53 pm  Rispondi citando
Music God


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Sam condivido molti fra i tuoi spunti e riflessioni, e sono anche sicuro del fatto che la mia percezione manierista è distorta da ciò che ho vissuto prima.

Ma ecco, dato che la critica per fortuna ha abbandonato pretese di universalità, rivendico la mia posizione faziosa e limitata: per me un certo modo di fare rock alternativo ha vissuto una lunga fase aurea (che si esaurisce nei primi anni '90 a mio parere) che da tempo non esiste, che poi sia un bene o un male non spetta a nessuno deciderlo. Ci sono le eccezioni (gli straordinari National), ma sono eccezioni secondo me.

Però ecco non condivido neanche l'idea per cui tutto vada appiattito sullo stesso piano: ho citato il neorealismo volutamente, perché sembra che al di fuori del contesto musica certe categorizzazioni siano più facili da digerire.

Nessuno oggi sognerebbe di affermare che il cinema italiano è quello dell'epoca neorealista. Per la musica dobbiamo trovare lo stesso coraggio: il limite della critica contemporanea, a mio avviso, è che in troppi casi ha archiviato completamente il coraggio di schierarsi e di portare avanti una propria visione.

Siamo diventati consumatori professionali che vedono la musica "solo" come musica, da analizzare con professionalità e serietà per passare all'ascolto successivo, senza interrogarci sul potere della musica in senso più ampio: io non condivido in toto questo approccio, ma appunto è un mio limite, che peraltro rivendico. Smile

Credo che anche tu condivida, perché parli appunto di fattore generazionale che è venuto meno. Il che forse è vero solo in parte: ci piaccia o meno, Fedez o simili spopolano fra i ragazzini e sono il linguaggio delle nuove generazioni, indi hanno una dimensione sociale. Il problema è che questa dimensione a noi dice poco o piace poco per mille motivi (primo: non costruisce nessuna forma di cultura, ma è accettazione supina dei "valori mainstream").

Quanto a Scaruffi, credo che gli sia dia ancora un'importanza eccessiva, addirittura un certo peso nell'evoluzione della musica: per me stiamo un po' sbarellando, con rispetto parlando Wink

Scaruffi non ha cambiato nulla se non l'approccio alternativo di molti ascoltatori italiani a inizio anni '2000, insomma ha contribuito ad aprire le porte, ma stop.

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FrancescoB
MessaggioInviato: Sab Ott 14, 2017 7:34 am  Rispondi citando
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Comunque, per restare IT, credo che questo lungo scorcio del decennio zero abbia regalato numerosissime perle, per quanto mi riguarda ho scovato realtà più interessanti (in media) che nella seconda metà degli anni '2000.

A naso:

Cantautori ora molto trad-rock (Ryan Adams), ora splendidi epigoni di Dylan (Tallest Man on Earth), ora semplicemente unici (Stevens, qualcosa di Lekman che però ha dato il meglio lo scorso decennio a mio avviso, idem un cantautore nero e oracolare come Rome). Ah, impossibile glissare su Benjamin Clementine, che può stare qui, in ambito art pop in ambito nero.


In ambito alt-rock, i National su tutti: forse anche loro hanno toccato le algide vette nei '2000, e certamente non sono rivoluzionari, ma restano un gruppo di primissimo piano anche in questa decade. Meno personali e più blues-rock sporco e vecchio stile i Black Keys, che comunque ho sempre ascoltato con piacere. In patria, sempre notevole l'exploit dei Verdena, specie quelli di WOW. Ah, i numeri uno sono forse i The War On Drugs, fra i pochi capaci di formulare una proposta personale, ricca, tanto epica quanto lontana da ogni forma di celebrazione acritica e retorica del "rock".

Nel contesto affine del pop alternativo miscelato con il folk, validi per me i Fleet Foxes, per quanto non mi facciano strappare i capelli, e discreti i Grizzly Bear (anche loro però non mi fanno uscire di senno ecco, li trovo davvero troppo pulitini).

Musica nera: qui si deborda. Erykah Badu, Bilal, Kanye West, Kendrick Lamar (due profeti estetici, specie il secondo in quest'ultimo scorcio: ci sono almeno due capolavori epocali e se le cose normali sono DAMN direi che stiamo parlando di un gigante), un musicista di alto profilo come Robert Glasper (che spazia fra il capolavoro -Black Radio - e il grande e personale omaggio a Miles Davis, sempre sulla breccia in ogni caso). D'Angelol i sottovalutatissimi ma sempreverdi Roots (fra i gruppi di hip hop migliori e più originali di sempre, a mio avviso), la Monae, Kelela, Chance The Rapper.

Parlando di hip hop, doveroso citare i Death Grips (per quanto non sempre digeribili), gli eccentrici e interessantissimi Shabazz Palaces (il debutto per me regna come capolavoro dell'hip hop astratto contemporaneo), non male pure i Young Fathers, ma qui c'è veramente tanta carne al fuoco.

Contesto elettronico: ho adorato Jamie XX, che secondo me ha pubblicato uno fra i lavori più densi e originali di questo periodo ("In Colour"), e in generale siamo circondati da buone opere (penso ai Real Lies). Indimenticabili molte cose di Flying Lotus, nome per me cardinale, e come lui Nicolas Jaar.

Jazz: per me viviamo una fase particolare e densissima. Dai BADBADNOTGOOD a qualche vecchio nome sempre capace di acuti notevoli (Douglas, Craig Taborn, Brad Mehldau), e poi le grandi nuove proposte: un perfezionista della forma come Ambrose Akinmusire (trombettista tecnicamente di un altro pianeta, ma anche e soprattutto grande musicista), un retore di potenza espressiva coltraniana come Kamasi Washington, che a suo modo ha già marchiato la storia contemporanea. E poi Steve Lehman, i Mostly Other People Do The Killing, Theo Crocker, gli Angles 9, Jamie Branch, Nicole Mitchell, Shabaka, e naturalmente la miglior erede della tradizione AACM, capace di portarla verso l'avanguardia e il post-rock (Matana Roberts) e un musicista che sta a metà strada fra il jazz e mille altre cose, ovvero Collin Stetson (fra i giganti contemporanei).

C'è tantissima carne al fuoco e i capolavori non si contano, indi mi sto già smentendo da solo da certi punti di vista: la maniera e la pura ricerca del buon gusto riguardano forse più alcune realtà indie che raramente sono state capaci di guizzi significativi.

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MessaggioInviato: Sab Ott 14, 2017 9:57 am  Rispondi citando
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woodjack ha scritto:
Lepo ha scritto:

Per il resto concordo abbastanza, anche se io sono sempre stato dubbioso sulla definizione di nu-shoegaze, perché come tu stesso dici dovrebbe comprendere band come Toy, che hanno suoni shoegaze, e altre come White Lies, che di shoegaze non hanno niente. E' più una sorta di 'new epic', secondo me (toh, te la invento io la definizione Laughing) in cui farei rientrare tranquillamente band come O Children, SCUM, Chapel Club, Heartbreaks, tutte con sound molto diversi, ma attitudini simili.


La verità è che nessuna definizione è stata data per questo movimento... come dicevo, oggi creare delle etichette valide per un gruppo ampio di artisti è quasi impossibile... o forse lo era già 30 anni fa...
New-epic non è male, ma riecheggia U2, Echo ecc. facciamo nu-epic-postgaze che dici? Cool


Ecco, bisognerà trovare un nome a questa scena che -per quanto mi pare sia esaurita- ha avuto un impatto e una forza notevoli.

Le componenti ci sono: tardo post-punk, shoegaze, elevata predisposizione al trattamento sonoro innesti kraut, epica e romanticismo a palla...

Apriamo un thread a parte! Laughing

(Peraltro ci avevo scritto due paroline qui, e magari un giorno riadatto e amplifico per storia: https://monkeythinkmonkeywrite.blogspot.it/2017/08/new-new-new-wave-il-breve-ma-intenso.html )

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MessaggioInviato: Sab Ott 14, 2017 10:07 am  Rispondi citando
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FrancescoB ha scritto:

Siamo diventati consumatori professionali che vedono la musica "solo" come musica, da analizzare con professionalità e serietà per passare all'ascolto successivo, senza interrogarci sul potere della musica in senso più ampio: io non condivido in toto questo approccio, ma appunto è un mio limite, che peraltro rivendico. Smile


E quando questo potere proprio non c'è?
Cioè: se io ascolto una roba e il fatto che tu ne ascolti un'altra non influisce minimamente sul reciproco giudizio? Non so, non tutti sono consumatori professionali, qualcuno vive ancora intensamente la musica, ma a livello intimo...

Citazione:
Credo che anche tu condivida, perché parli appunto di fattore generazionale che è venuto meno. Il che forse è vero solo in parte: ci piaccia o meno, Fedez o simili spopolano fra i ragazzini e sono il linguaggio delle nuove generazioni, indi hanno una dimensione sociale. Il problema è che questa dimensione a noi dice poco o piace poco per mille motivi (primo: non costruisce nessuna forma di cultura, ma è accettazione supina dei "valori mainstream").


E qui sono anche (in parte) d'accordo con te. Bisogna capire che il contesto italiano è diverso da quello inglese (dove la musica è letteralmente ovunque, dai cartelloni in metro ai bus, e i negozi di Soho sono sempre pienissimi - vabbe', dirai, Londra è una metropoli... ).

In Italia la musica passa ancora molto dalla televisione, e l'impatto dei talent nel definire gli ascolti del momento è piuttosto forte.

Detto questo: quanto il fenomeno Fedez è caratterizzante? Quanto rimarrà nel tempo? Quanto definisce l'identità dei ragazzini che lo ascoltano? Quanto mettere una musichina rappina sul cellulare come sottofondo rende quella scelta una scelta caratterizzante?

Insomma, tutto ha una dimensione sociale, ma non è detto (o almeno va verificato) che abbia un impatto forte o sia influenzato direttamente da questo contesto.

Boh, sarebbe da capire.

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FrancescoB
MessaggioInviato: Sab Ott 14, 2017 10:47 am  Rispondi citando
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È una bella domanda in effetti.

Una musica che non possiede un potere evocativo, "associativo" (nel senso: capacità di scatenare associazioni), che non scuote profondamente, difficilmente può segnare la mia vita quanto una musica che invece lo fa. Ma è tutto molto soggettivo temo, e dipende anche da tipo di ascolti, esperienza, indole, attitudine.

Per molti Stetson può essere uno che fa casino col sassofono perché nella sua musica il dato formale della struttura è (almeno all'apparenza) secondario o comunque estremamente vago e concettuale, la libertà espressiva è talmente forte da mettere in crisi determinati criteri di giudizio che nella nostra psiche e cultura sono consolidati. Mi viene in mente Roland Barthes: Stetson è (fra gli altri) un artista "scrivibile" (come Joyce o a volte Fellini, per cambiare ambito) e non solo "leggibile". Può dire tutto l'immaginabile e spesso siamo noi a scovarcelo più che il musicista a mettercelo.

Mi ha sempre attirato l'idea per cui vi è una correlazione fra i nostri processi psicologici, specie inconsci, e ciò che la musica trasmette, le associazioni che può scatenare.

Una musica che punta principalmente su leggibilità, gradevolezza e piacere estetico in senso lato a me di regola dice meno (magari piace allo stesso modo, ma dice meno), ma appunto si parla sempre di prospettive strettamente personali.

Diciamo che non riesco ad accontentarmi di considerare la musica un gradevole passattempo o che sono allergico a tutte le regole del bello e del buon gusto, anche in ambito jazz fatico molto a interagire con un approccio di questo tipo. Mi rendo conto del fatto che il mio approccio può sembrare un po' radicale e forse superato dalla critica contemporanea, ma posso farci poco. Wink

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woodjack
MessaggioInviato: Sab Ott 14, 2017 6:57 pm  Rispondi citando
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FrancescoB ha scritto:

Diciamo che non riesco ad accontentarmi di considerare la musica un gradevole passattempo o che sono allergico a tutte le regole del bello e del buon gusto, anche in ambito jazz fatico molto a interagire con un approccio di questo tipo. Mi rendo conto del fatto che il mio approccio può sembrare un po' radicale e forse superato dalla critica contemporanea, ma posso farci poco. Wink


Sembra che ci debba essere per forza una regola, o una tendenza, che si debba fare una scelta esclusiva nell'atteggiamento da assumere come ascoltatore, tu addirittura sembri giustificarti del tuo, non capisco se con imbarazzo (perchè ti senti poco contemporaneo) o con ironia (consapevole che il tuo approccio "più profondo" sia migliore di quello corrente)... non so, io ascolto Stravinsky, Gainsbourg, Gismonti, i Fall, i Duran Duran a seconda dei momenti, e ogni musica mi stimola un'area del cervello diversa (se la vogliamo buttare sul piano della psicoacustica). E' tutta musica che mi piace, in modo diverso ma non preclusivo. Poi ci sono cose che non mi piacciono, chessò Schumann, Neil Young, gli Smiths, i Culture Club... In fondo è l'unica distinzione che faccio. Credo di averla già detta questa cosa, ma inevitabilmente vengono fuori sempre certi discorsi che mi inducono a pensare "Sono così strano? è così atipico?" Boh. Non sarò l'unico che usa la musica come esercizio intellettuale, momento di riflessione, stimolo emozionale, momento di evasione, materia per il gioco dell'analisi, sottofondo per ballare o per guidare ecc. a seconda del desiderio del momento.

Suppongo anche che ci sia gente per cui la musica è solo evasione, o solo esercizio intellettuale, va bene pure, non penso nè che sia più giusto nè che sia più sbagliato... ma non sarei così sicuro che oggi vada tutto in una sola direzione (cattiva per giunta, perchè il sottotesto è questo), mentre prima, ah prima!... del resto c'era tanta robaccia anche negli anni '60/'70, e tanti ascoltatori "easy" che nella musica cercavano solo aspetti esteriori: a fronte di una manciata di capolavori, quanta psichedelia inutile è stata prodotta alla fine dei '60, solo perchè era musica da sballo, quanti cantautori mediocri giravano e sono stati dimenticati a fronte di un Bob Dylan o di una Joni Mitchell, quanta "musica leggera" che ha stravenduto e che non ha lasciato alcun segno? Non può essere che viviamo il presente con la prospettiva deludente di chi vi è partecipe e il passato con quella poetica di chi guarda le stelle nel cielo col telescopio? Cosa succederebbe se potessimo immergerci nel passato così come siamo immersi nel presente?

Ancora, la storia per cui sembra scomparso l'approfondimento, la ricerca di una dimensione meta-musicale, di una poetica oltre l'estetica, solo perchè abbiamo accesso ad una fruizione seriale che, al posto di farci scegliere tra i 10 vinili di casa, ci fa scegliere tra i 10 mila titoli di Spotify, non mi convince appieno (almeno, così ho capito io). Può valere per alcuni come per altri no, se parliamo di semplici ascoltatori, non di critici. Lo scarso approfondimento non mi pare una conseguenza diretta ed inevitabile, piuttosto l'abnorme proposta mi pare un fattore di rischio. Il fumo non provoca il cancro, aumenta di un tot le possibilità che insorga. In passato c'erano diversi fattori di rischio che portavano ad altrettante distorsioni, ad esempio era più semplice fossilizzarsi su un genere/un artista, o approfondire alla nausea i 30 dischi, magari inutili chissà, passatici dall'amico più grande, lasciandosi convincere della loro qualità.

Infine, e qui mi perdonerete, credo di non aver afferrato quanto sostiene una parte di voi... cioè pensate che la critica attuale sia esclusivamente formalista? che vada alla ricerca di una perfezione sovrastrutturale, decorativista? o che la musica di oggi sia solo ricerca della forma e mancanza di sostanza, e che la critica si assesti di conseguenza su questi parametri? dovremmo definire una volta per tutte e in maniera chiara la sostanza dove stà, o meglio, che cos'è: spessore e ricercatezza dei testi? tasso di sperimentazione musicale? capacità di lasciare un segno nella società? suonare lo-fi/sgangherati quindi "autentici"? metterci il cuore come faceva Otis Redding? Davvero forse sono io che non ho capito un cazzo del discorso Laughing

La gradevolezza/leggibilità ad esempio per me (parlo per me) non è un parametro utile per valutare i miei ascolti, atteso che, dal mio punto di vista, c'è tanto decorativismo iconoclasta, ci sono tanti artisti che fanno avanguardia fine a sè stessa, che fanno cioè della illeggibilità e della non gradevolezza una cifra di appeal per certe nicchie, con la stessa mancanza di onestà e lucidità che usa il peggior mainstream per afferrare il suo target. Per certi versi bluffare, quando devi solo dronare o fare un po' di casino atonale, è anche più semplice, il formalismo in quel caso (non essendoci UNA forma di riferimento) è più difficile da smascherare, e non mi pare che questi anni siano avari di sperimentalismi gratuiti.
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FrancescoB
MessaggioInviato: Dom Ott 15, 2017 9:17 am  Rispondi citando
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Forse mi sono espresso male: chi ha parlato di tendenza obbligatoria?

Scorri anche solo le recensioni di questo sito e noterai che ho parlato di tutto, con il tempo ho imparato ad abbattere barriere (spesso inconsapevoli), come noto sono un fan di Luca Carboni e di RAF, e mi piacciono parecchio gli Spandau Ballet.

Ho anche cercato di evitare - ma invano forse - il tono nostalgico: non è possibile né logico pensare di graduare fra le epoche in termini valoriali, perché non esistono valori oggettivi di riferimento. Né storici, né tecnici, né culturali, figuriamoci poi quando subentra la celebrazione acritica del passato. Peraltro ho citato una valanga di dischi degli ultimi anni che reputo capolavori, e ne ho dimenticati diversi (Wild Beats, These New Puritans).

Ho registrato solo - e forse erroneamente - una tendenza degli attuali universi pop e indie in generale: la tendenza al manierismo. Ma appunto anche qui è puro gusto: tantissima gente apprezza la bella canzone, il buon gusto, la cura del dettaglio, e non chiede altro. Non è inferiore né superiore, è solo un modo diverso di approcciarsi alle cose, e non vedo perché si debba negarlo: è un modo a mio modo di vedere più convenzionale, ma certo non più o meno valido.

Non condivido solo il tentativo di negare che possano esistere diversi approcci predominanti in determinate epoche, tentativo che si registra solo nella musica e per livellare le cose da ogni punto di vista (e spesso per nascondere il fatto che non si conosce bene ciò che è arrivato prima): per me non è così, ho proposto l'esempio del neorealismo proprio per evidenziare che in altri settori nessuno si fa problemi nel differenziare.

E sinceramente mi sento libero di dire che l'approccio pop e indie-pop dell'ultimo decennio per me è molto spesso mera riproposizione curata di stilemi e idee che in quel contesto erano molto più originali e coraggiose alcuni decenni prima. Ma è una valutazione settoriale: il jazz contemporaneo per me è ricchissimo, ad esempio ho trovato molte più opere di valore che negli anni '80 (limite mio anche qui, forse). Ovviamente l'hip hop degli ultimi vent'anni è un universo immenso e dalle possibilità infinitamente più ampie rispetto a quello di trent'anni fa.

In altri ambiti si è parlato di wave revival (e già il termine dice tutto), secondo me sono state formulate molte meno proposte originali e interessanti, e si è puntato più su altri "valori" (penso a gente come Franz Ferdinand e Artic Monkeys, o anche a Muse e Coldplay: gradevoli e in gamba, ma la loro è musica fatta per risultare gradevole, ben costruita, piacevole, sempre lì si torna, proprio dal mio punto di vista non ambisce ad altro, ed è molto difficile per chi cerca altro - legittimamente e senza pretese di obiettività - innamorarsi di proposte di questo tipo).

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FrancescoB
MessaggioInviato: Dom Ott 15, 2017 9:25 am  Rispondi citando
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Quanto alla leggibilità e all'avanguardia: lì casca l'asino, e si rivelano le reali ragioni della polemica (portare acqua al proprio mulino pop contemporaneo, perché è ciò che si conosce meglio e si ama di più).

È legittimo dire che molta avanguardia è di maniera (sono d'accordissimo), allo stesso modo è legittimo dire che molto pop e indie pop contemporaneo sono muzak per chi si è perso la storia del rock, un modo di smussare e di rendere digeribili e molto più easy idee già indagate: credo siano in parte vere entrambe le tesi Wink

Se è legittimo screditare questi approcci più elitari e a volte pretenziosi, è legittimo anche screditare l'approccio di segno diverso. Alla fine si tratta molto di gusti e di ciò che si cerca nella musica: per me trovare qualcosa di sconvolgente o di straordinario nei Coldplay o nei Franz Ferdinand è impossibile, li trovo gradevoli e in gamba, e posso apprezzarli, ma non riesco ad amarli.

Non capisco perché uno debba sentirsi offeso da una considerazione simile: io posso apprezzare Michael Bay, ma posso anche apprezzare Kubrick senza per questo sentirmi dare del vanesio o dell'elitario. Fra i due approcci c'è una differenza di fondo e il fatto di amare Michael Bay non può indurmi a sostenere che questa differenza non esiste. Wink

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woodjack
MessaggioInviato: Dom Ott 15, 2017 6:47 pm  Rispondi citando
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FrancescoB ha scritto:

Ho registrato solo - e forse erroneamente - una tendenza degli attuali universi pop e indie in generale: la tendenza al manierismo. Ma appunto anche qui è puro gusto: tantissima gente apprezza la bella canzone, il buon gusto, la cura del dettaglio, e non chiede altro. Non è inferiore né superiore, è solo un modo diverso di approcciarsi alle cose, e non vedo perché si debba negarlo: è un modo a mio modo di vedere più convenzionale, ma certo non più o meno valido.

Non condivido solo il tentativo di negare che possano esistere diversi approcci predominanti in determinate epoche, tentativo che si registra solo nella musica e per livellare le cose da ogni punto di vista (e spesso per nascondere il fatto che non si conosce bene ciò che è arrivato prima): per me non è così, ho proposto l'esempio del neorealismo proprio per evidenziare che in altri settori nessuno si fa problemi nel differenziare.


Certo che sei libero di dirlo, ma io non capivo davvero l'oggetto della discussione... nessuno vuol negare a tutti i costi che vi siano caratteri prevalenti, c'è stata l'epoca (durata pure un decennio buono) in cui il ritorno all'estetica sporca, imperfetta e frusciante sembrava la verità, oggi attraversiamo un'epoca in cui l'aspetto costruttivo/produttivo nel pop è importante, se ho capito bene intendi questo per manierismo, ma è un aspetto pure questo ricorrente, tra il '65 e il '75 ad esempio c'era un sacco di manierismo, molta musica pop o affine era ipercesellata, ipercostruita, iperprodotta, non mi sembra una prerogativa di questi tempi, piuttosto una moda ricorrente come tante ce ne sono nella musica. Dici che "non è inferiore nè superiore", io avevo inteso che tu associassi questo manierismo ad un impoverimento. Anche perchè poi dici questo:

Citazione:


E sinceramente mi sento libero di dire che l'approccio pop e indie-pop dell'ultimo decennio per me è molto spesso mera riproposizione curata di stilemi e idee che in quel contesto erano molto più originali e coraggiose alcuni decenni prima. Ma è una valutazione settoriale: il jazz contemporaneo per me è ricchissimo, ad esempio ho trovato molte più opere di valore che negli anni '80 (limite mio anche qui, forse). Ovviamente l'hip hop degli ultimi vent'anni è un universo immenso e dalle possibilità infinitamente più ampie rispetto a quello di trent'anni fa.


e qui mi sembra che il manierismo di cui sopra sia usato in senso dispregiativo, assimilato ad una sorta di patina, di laccatura, che oggi si appone a quelle che sono, secondo te, pallide copie di idee che ieri erano più autentiche, potenti, convincenti, e per questo non avevano bisogno di smussature, infiorettature, insomma di qualcosa che le rendesse scintillanti, potabili, innocque. E' un punto di vista rispettabilissimo, però secondo me, il discorso di prima e questo sono due questioni distinte ... il primo errore è considerare gli Arctic Monkeys la brutta copia di qualcosa, dato che gli AM sono un gruppo pop-rock con richiami (non esclusivi) a certo post-punk, non sono un gruppo post-punk, usano certi elementi del post-punk per fare pop. Voglio dire, così anche i Japan, i Magazine e gli Ultravox possiamo considerarli la brutta copia - o la versione easy - di Bowie/Roxy Music (questa è per Lepo Laughing ), ma erano solo gruppi post-punk che riproponevano in quella chiave l'art-rock che li aveva preceduti.

Potremmo fare un discorso qualitativo nel merito delle singole proposte, ma metodologicamente non vedo differenze rispetto a quanto succedeva in passato; è possibile, questo l'ho già sottolineato, che i modelli classici, i più saccheggiati, si siano in qualche modo "usurati", ma è anche vero che quest'usura ha spinto molti artisti a riconsiderare spunti che nella storia erano stati abbandonati o mai presi in considerazione: i Crying citati più volte sono un bell'esempio di musica che ripesca "altrove" per suonare più fresca, scomodando un certo pop-progressivo anni '80, si nutre delle suggestioni nipponiche, senza disdegnare di flirtare col mainstream americano da classifica, il risultato, piaccia o no, è tutto sommato inedito, il che mi porta a dire che il rock (o il pop) è tutt'altro che morto. Le mie (poche) recensioni insistono sempre su questo punto se hai notato: per me siamo in un'epoca dove si sono sparigliate tutte le carte e si sono azzerate tutte le scale di valori della critica tradizionale, questo "reset" ideologico (non certo il primo della storia, ma certamente uno dei più evidenti) sta generando un bel fermento e frutti piuttosto interessanti. Questa ovviamente è la mia di analisi Razz

Citazione:


Quanto alla leggibilità e all'avanguardia: lì casca l'asino, e si rivelano le reali ragioni della polemica (portare acqua al proprio mulino pop contemporaneo, perché è ciò che si conosce meglio e si ama di più).

È legittimo dire che molta avanguardia è di maniera (sono d'accordissimo), allo stesso modo è legittimo dire che molto pop e indie pop contemporaneo sono muzak per chi si è perso la storia del rock, un modo di smussare e di rendere digeribili e molto più easy idee già indagate: credo siano in parte vere entrambe le tesi


Infatti è proprio quel che dicevo io, e sono d'accordissimo pure io con te. Non si tratta di portare acqua a nessun mulino... c'è molto pop che fa schifo, non perchè è derivativo o annacqua idee forti del passato, ma perchè è costruito con idee banali, di scrittura o produttive che siano.

Esempio positivo: il brit-pop mi è parso un movimento ricchissimo in termini artistici, non mi pare che abbia smussato o reso potabile la proposta dei suoi modelli degli anni '60 (Oasis a parte), ha certo proposto un aggiornamento che si è nutrito di nuove sonorità e dei passaggi intermedi della storia, oltre che riflettere la sua contemporaneità (il brit-pop in particolare rappresentava proprio lo specchio di una certa generazione inglese di quel periodo).

Mi pare che la pietra dello scandalo sia il revival new-wave, anche perchè in questo caso è più facile impostare la disequazione per cui gli Editors sono la versione patinata e per teen-ager dei Joy Division, i Franz Ferdinand sono dei Talking Heads cazzari e fighetti ecc. Non ne parliamo poi se tiriamo fuori PiL, Fall, Pere Ubu, gruppi troppo "estremi" di cui non esistono neanche corrispettivi. La conclusione, così l'ho letta io, ma magari ho frainteso anche qui, è che il rock ha perso le palle che aveva un tempo. Beh io penso che quella fase storica sia stata caratterizzata da un certo tipo di esigenze, di spinte sociali, che oggi non esistono più, è chiaro che oggi di quel modello si considera e si utilizza solo l'involucro, si attinge un aspetto tecnico, una sonorità, per costruire della pop-music, che è un'altra cosa (ragion per cui penso, come ho detto sopra, che considerare gli Arctic Monkeys la versione annacquata dei modelli cui si rifanno sia fuorviante), insomma io non vedo un processo di "semplificazione per le masse", piuttosto la ricontestualizzazione di alcuni elementi formali in un linguaggio ed in un genere nuovo.

Trovo molto più "onesti" gruppi come i Franz Ferdinand, che non band che ripropongono pedissequamente modelli della no-wave negli anni '10, che senso ha? quello è il formalismo vero, imitare una follia che aveva ragion d'essere nel '77, ma che oggi è mero atteggiamento. Per dire, per me l'album peggio riuscito degli AM è proprio il primo che tutti decantano, sbruffoncello e privo di sostanza, quello sì una specie di scimmiottamento del post-punk. Dal secondo, e per tutti i successivi, si sono costruiti una cifra stilistica fatta di melodie, incastri chitarristici, soluzioni che, nell'ultimo album, sono arrivate ad ibridare influenze dub e black. Chiaro che sono potabili, sono un gruppo pop-rock, tipo - chessò - i Cars. Come tali, è legittimo anche giudicarli male.

Hai citato l'esempio dell'hip-hop, bene, evidentemente è un linguaggio che oggi più di ieri è adatto a raccontare la contemporaneità, i disagi di una certa fetta di società (americana in questo caso). Il post-punk non assolve più a questa funzione, di esso vengono solo ridigeriti certi spunti estetici per creare musica pop, e il pop è pop in tutte le epoche, semplice o complesso che sia, bello o brutto ha una sua collocazione estetica e sociologica che possiamo dire "astorica", perchè in fondo assolve da sempre alla stessa funzione principale, l'intrattenimento. Forse l'equivoco è proprio nell'etichetta di genere, "post-punk revival", che fa pensare ad un nuovo post-punk, ma a ben pensarci questo processo di decontestualizzazione e riutilizzo dei generi è prerogativa del pop tutto: è accaduto con il prog dei Mew, che NON sono un gruppo progressive ma un gruppo dream-pop, o la miriade di cantautrici che abbiamo avuto fino a l'altro giorno, che usavano il folk come spunto per fare del pop acustico, che ovviamente NON è folk, e via dicendo. Io almeno la vedo così.
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MessaggioInviato: Sab Ott 21, 2017 1:31 pm  Rispondi citando
Music Guru


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Difficile raccogliere gli artisti e gli album che hanno definito i canoni in questo decennio, provo a farlo non in senso rock, ma considerando la più indicata sovrastruttura Pop. Come scrive woodjack (ma comprendo l'analisi di Francesco) si gioca a carte scoperte in quasi ogni ambito, oggi: vale davvero tutto.

Traccio gli artisti/dischi più significativi di questo decennio (a ricordo), secondo me:

These New Puritans (ad oggi, "Field of Reeds", disco più importante del decennio)

Wild Beasts ("Smother"), Dirty Projectors ("Swing Lo Magellan"/"Dirty Projectors"), Lower Dens ("Escape From Evil"), Chairlift ("Moth"), Metronomy ("The English Riviera"), the xx ("Coexist"), Everything Everything ("Get To Heaven"), Crying ("Beyond The Fleeting Gales")

Arctic Monkeys ("AM"), The National ("Sleep Well Beast"/"Trouble Will Find Me"), St. Vincent ("Strange Mercy"), War on Drugs ("Lost In Dream"), Bilderbuch ("Shick Shock"), Vampire Weekend ("The Modern Vampire of the Weekend"), Destroyer ("Kaputt"), Viet Cong, Car Seat Headrest ("Teens of Denial"), Cloud Nothings, White Lies ("Big TV")

Grouper ("Ruins"), Julia Holter ("Have You in My Wilderness"), Sufjan Stevens ("Carrie & Lowell"), Jessica Pratt ("On Your Own Love Again"), Real Estate ("Days")

Alvvays ("Alvvays"), Yumi Zouma ("EP II), Still Corners ("Strange Pleasures"), Chromatics ("Kill for Love"), TRST ("TR/ST")

Blood Orange ("Cupid Deluxe"), Frank Ocean ("Blond"), FKA twigs ("LP1"), The Weekend

Beach House ("Bloom"), The Antlers (nella terra di mezzo dream pop/indie rock/art rock: "Familiars")

Bon Iver ("Bon Iver, Bon Iver"), Rhye ("Woman"), James Blake ("James Blake") Jessie Ware ("Devotion")

Lana del Rey ("Born to Die"), Rihanna ("Anti")

Per l'elettronica e l'hip hop - tralasciando tutta l'estetica trap/grime, ben più importante dei singoli artisti o album, insidiatasi anche sotto il profilo ritmico nel Pop (difficile trovare una produzione che non ne faccia uso, oggi), sicuramente una delle introduzioni più pervasive:

Nicolas Jaar ("Space is Only Noise"/"Sirens"), Jamie xx ("In Colour"), Jon Hopkins ("Immunity"), Andy Stott ("Luxury Problems"), Peaking Lights ("936"), Burial ("Rival Dealer")

Kanye West ("Yeezus"), Kendrick Lamar ("Good Kid, M.A.A.D. City"/"DAMN."), Drake ("Take Care"/"Nothing Was The Same"), Chance The Rapper ("Coloring Book"), Kaytranada ("99,9%), Flying Lotus ("You're Dead!")

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"Chile"
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