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<  Musica  ~  Cosa racconteremo di questi cazzo di anni... DIECI?
FrancescoB
MessaggioInviato: Mer Ago 28, 2019 6:35 am  Rispondi citando
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Qualcosa mi manca e conto di recuperarlo, grazie per le segnalazioni Cas Very Happy

Altro non mi fa impazzire (Toy), diciamo che incarna un po' quell'aurea mediocritas che mi sembra dominare tanti settori.

In ambito jazz e dintorni la Roberts è davvero ostica e se non sei avvezzo a certe sonorità ti conviene girare al largo, Kamasi mette a dura prova con la concezione progressiva e la complessità strutturale, forse Glasper può piacerti di più, essendo più orientato alla canzone, specie nel capolavoro "Black Radio". Per il resto, se non sei jazzofilo accanito, ti consiglierei di lasciar perdere, può essere che con roba tipo i King Bears Bat Trip scappi a gambe levate con l'orrore dipinto sul volto Laughing

Scherzi a parte, se non si entra in sintonia con una certa libertà espressiva radicale, con la frammentazione o anche semplicemente con il rumore bello e buono (ciò che io venero), è molto difficile apprezzare certi artisti e settori, credo che solo Biasio e forse Codias siano abbastanza affini a 'ste robe.

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Cas
MessaggioInviato: Mer Ago 28, 2019 8:52 am  Rispondi citando
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FrancescoB ha scritto:
Qualcosa mi manca e conto di recuperarlo, grazie per le segnalazioni Cas Very Happy

Altro non mi fa impazzire (Toy), diciamo che incarna un po' quell'aurea mediocritas che mi sembra dominare tanti settori.

In ambito jazz e dintorni la Roberts è davvero ostica e se non sei avvezzo a certe sonorità ti conviene girare al largo, Kamasi mette a dura prova con la concezione progressiva e la complessità strutturale, forse Glasper può piacerti di più, essendo più orientato alla canzone, specie nel capolavoro "Black Radio". Per il resto, se non sei jazzofilo accanito, ti consiglierei di lasciar perdere, può essere che con roba tipo i King Bears Bat Trip scappi a gambe levate con l'orrore dipinto sul volto Laughing

Scherzi a parte, se non si entra in sintonia con una certa libertà espressiva radicale, con la frammentazione o anche semplicemente con il rumore bello e buono (ciò che io venero), è molto difficile apprezzare certi artisti e settori, credo che solo Biasio e forse Codias siano abbastanza affini a 'ste robe.


Black Radio mi piace, lo ricordo molto più orientato su soul e r&b... su quanto ascoltato in ambito jazz invece ho avuto l'impressione di schemi ripetuti, già sentiti. Mi danno abbastanza fastidio i rumorismi "sperimentali" (in ambito anche rock s'intende) che però mancano della carica eversiva di un tempo. Insomma, la libertà espressiva per piacermi deve essere canalizzata in un discorso nuovo, altrimenti mi manca l'appiglio per cogliere la temerarietà della proposta. Ovviamente ciò dipende dalla mia scarsa affezione per il genere (per quanto non sia per nulla ostile al jazz in linea di principio, ci mancherebbe Smile )

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FrancescoB
MessaggioInviato: Mer Ago 28, 2019 12:44 pm  Rispondi citando
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Sì posso capire il discorso, ci sono anche rumorismi e sperimentalismi oramai fine a sé stessi, quasi una dichiarazione di intenti un po' vuota, quando però il discorso diventa davvero sui generis la cosa mi colpisce molto: penso alla Roberts o ai King Bears Bat Trip, la cui capacità espressiva è intatta e il cui radicalismo non mi suona per nulla gratuito. Aggiungo che la corrente tesa a riportare il jazz "in mezzo alla strada" intende forse proprio aggirare certi radicalismi che oggi possono suonare un po' gratuiti e riformulare un jazz diverso, anche più tradizionale su certi fronti ma allo stesso tempo con le antenne protese verso la contemporaneità (tutta la scenda londinese, con i suoi africanismi, mi pare un chiaro esempio di questo recupero della tradizione in chiave post-moderna).

Poi anche qui incidono molto gusti, preferenze e idiosincrasie personali, ovviamente Very Happy

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FrancescoB
MessaggioInviato: Mer Ago 28, 2019 12:48 pm  Rispondi citando
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Tornando al decennio, un settore che secondo me ha regalato pochino è quello dell'alt-rock cui sono più affezionato, credo che quel modo di intendere la musica sia proprio morto con il grunge e il post-rock negli anni '90, oggi dei Fugazi sarebbero quasi impensabili. Molto meglio certo art pop e anche l'universo elettronico, anche se devo sempre precisare che escludo dai miei discorsi il metal perché lo conosco davvero poco-nulla.

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MessaggioInviato: Mer Ago 28, 2019 5:35 pm  Rispondi citando
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Cas ha scritto:

Per quel che mi riguarda in ambito rock ho come fari, dopo gli Horrors e la scena di Londra e dintorni (TOY, Chapel Club, Airship), i Klaxons (Surfing the Void è spaziale: fragoroso, frastornante, espanso, cosmico), i già citati Arctic Monkeys, i Peace (riascoltati di recente, il loro esordio è stupefacente: nessun brano sottotono, composizioni apparentemente facilone ma complesse, sprizzano energia da tutti i pori), i Vaccines (l'esordio è davvero un caposaldo dell'indie rock contemporaneo: melodie anni Cinquanta, fragore post-shoegaze, ammiccamenti brit-pop), il russo Dolphin (l'album dell'anno scorso, 442, è una scheggia di rock industriale e minimale, elettronico e atmosferico) e i nuovi Adamlar (indie rock turco, lavoro strepitoso).

Sul fronte più art ovviamente i TNP, ma anche i polacchi Happysad (Jakby nie było jutra è enorme) e gli L.Stadt (anche qui, lavoro ricchissimo di inventiva e cenni storici).

E per ora mi fermo qui Wink


Concordo sui Toy del 2012 e gli Horrors di "Luminous", meno sui Vaccines (che però delle hit clamorose ne hanno sfornate, in quell'esordio: "Nordgaard", "Post Break-Up Sex", "Blow It Up") e sul resto della scena uk. Happysad e L.Stadt da recuperare.

Aggiungerei anche i Lotus Plaza di "Spooky Action at a Distance", gli Atlas Sound di "Parallax", i Deerhunter di "Halcyon Digest"; i White Lies di "Big Tv"; la scena post punk femminile di inizio decennio (Warpaint, Balaclavas, Effi Briest); gli Outfit ("Performance"); i "Mature Themes" di Ariel Pink; il glitch pop Baths ("Cerulean" del 2010), e quello più orientato all'hip hop "Cosmogramma" di Flying Lotus; per il pop-r'n'b "Cupido Deluxe" di Blood Orange; per l'indie pop/rock in orbita sophisti psych Destroyer ("Kaputt"); i Chairlift di "Moth"; Lana di "Born To Die"; "Escape From Evil" dei Lower Dens e "Strange Pleasures" degli Still Corners nell'indie pop dream più fisico; per il pop indie uk "English Riviera" dei Metronomy; i recenti MGMT di "Little Dark Age"; l'elettro dub dei Peaking Lights ("936"); il pop straziante e confessionale di Perfume Genius ("Put Your Back N 2 It"); "They Want My Soul" degli Spoon; i Drums di "Portamento"; i Vietcong/Preoccupations; "Lost in the Dream" dei The War on Drugs; gli Alvvays (2014); il synth pop degli Austra ("Feel It Break").

Per gli italiani, pochi e i primi che mi vengono in mente: i Verdena in acido di "Wow" e la pece e il fuoco di "Endkadenz Vol.1"; il ritorno alla compattezza pop dei Baustelle de "L'amore e la Violenza Vol.1" (adoro anche il 2); i Non Voglio che Clara ("L'amore finché dura" e "Dei cani" del 2010); Motta de "La fine dei vent'anni"; "Hellvisback" di Salmo; "Un meraviglioso declino" di Colapesce; "Io tra di noi" di Dente (2011); Iosonouncane ("Die"); Zen Circus ("La terza guerra mondiale"); "Graziosa Utopia" di Edda; "Evergreen" di Calcutta; Cosmo di "Cosmotronic"; il glo fi agli sgoccioli de la Casa del Mirto ("1979").
Davvero sperimentali (per il mio gusto), ma meritevoli, anche gli Heroin in Taithi ("Death Surf") e i Father Murphy "Anyway, Your Children Will Deny It"),

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Cas
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 10:01 am  Rispondi citando
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Molti artisti che citi mi piacciono molto (penso ai Chairlift, all'Ariel Pink di Before Today, ai White Lies del bellissimo Big Tv, ai Deerhunter - che però non hanno più raggiunto i livelli di Microcastle...), su altri invece sono dubbioso. Penso alla scena post-punk: ho riascoltato recentemente Viet Cong/Preoccupations, Ought, Protomartyr, Soft Moon e sono rimasto piuttosto deluso, non ho ritrovato l'effetto positivo che mi fecero al tempo.

In ambito art pop mi sento di promuovere a pienissimi voti: Egyptian Hip Hop (ipnagogici e psichedelici, disco spettacolare), la Miley Cyrus di & Her Dead Petz, i giapponesi cero e Gesu no Kiwami Otome. (tra virtuosismi jazz, strutture progressive, melodie indie pop e raffinatezze compositive varie), i Crying (il loro lavoro del 2016 è una bombazza di rimandi Aor e cafonaggine indie rock, davvero notevole e divertentissimo), gli Alt-J dell'esordio, e poi un grandissimo scoperto recentemente: Baloji, congolese-belga che ha fatto un disco stratosferico, che parla dei nostri tempi con un'inventiva straordinaria, sia musicale che lirica (siamo in territori hip hop, art, world, e chi più ne ha...). Aggiungo gli Heartbreaks, secondo me una delle band jangle pop migliori in circolazione.

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MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 11:04 am  Rispondi citando
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Cas ha scritto:
Molti artisti che citi mi piacciono molto (penso ai Chairlift, all'Ariel Pink di Before Today, ai White Lies del bellissimo Big Tv, ai Deerhunter - che però non hanno più raggiunto i livelli di Microcastle...), su altri invece sono dubbioso. Penso alla scena post-punk: ho riascoltato recentemente Viet Cong/Preoccupations, Ought, Protomartyr, Soft Moon e sono rimasto piuttosto deluso, non ho ritrovato l'effetto positivo che mi fecero al tempo.

In ambito art pop mi sento di promuovere a pienissimi voti: Egyptian Hip Hop (ipnagogici e psichedelici, disco spettacolare), la Miley Cyrus di & Her Dead Petz, i giapponesi cero e Gesu no Kiwami Otome. (tra virtuosismi jazz, strutture progressive, melodie indie pop e raffinatezze compositive varie), i Crying (il loro lavoro del 2016 è una bombazza di rimandi Aor e cafonaggine indie rock, davvero notevole e divertentissimo), gli Alt-J dell'esordio, e poi un grandissimo scoperto recentemente: Baloji, congolese-belga che ha fatto un disco stratosferico, che parla dei nostri tempi con un'inventiva straordinaria, sia musicale che lirica (siamo in territori hip hop, art, world, e chi più ne ha...). Aggiungo gli Heartbreaks, secondo me una delle band jangle pop migliori in circolazione.


Questa disaffezione che dici a me è accaduta con diversi dischi, fino a poco tempo fa inamovibili tra i miei ascolti: tra questi, l'esordio degli Alt-J - ma anche per i lavori dei Peace, dei Local Natives, degli Arcade Fire, dei Grizzly Bear, degli Zulu Winter, dei Fanfarlo (non l'esordio, "Reservoir", che però è del 2009), dei Lambchop e anche vs. tutta una serie di proposte art folk cantautoriali, ad es. l'Iron & Wine di "Kiss Each Other Clean".

Concordo sui Crying, una perla; dimenticavo i Knife, con un disco di decostruzione grandioso come "Shaking the Habitual"

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Lepo
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 1:48 pm  Rispondi citando
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Che dire, gli anni '10 sicuramente me li porterò nel cuore, sono stati il decennio che mi ha visto diventare un nerd musicofilo totale, per quanto i prodromi fossero già ben visibili negli ultimi anni Duemila, dove però ero più che altro un proggarolo.


Siccome è venuto fuori un bel pippone già così, mi limito a parlare di come ho vissuto la musica inglese degli anni '10...
Nelle prossime puntate parlerò di quella americana, di quella italiana e di quella del resto del mondo.

Decennio che ha sconvolto un bel po' di carte in tavola: la mia terra del cuore (musicale), l'Inghilterra, ha visto una prima parte di decennio in cui l'indie rock trascinato dalla spinta dei buoni successi della seconda metà del decennio precedente ha tentato di farla nuovamente da padrone con produzioni rispettose della tradizione romantica/estetizzante propria di Albione, rendendola tuttavia epica, scintillante e Hi-Fi, insomma, al passo coi tempi. Questo ultimo assunto, per me molto semplice da capire in realtà, purtroppo è stato frainteso da quasi tutti, e ha condannato la scena ad un oblio progressivamente sempre più drastico. Probabilmente la fine di ogni speranza per quella stagione è coinciso con il mezzo flop di Luminous degli Horrors, disco per me capolavoro su cui in ogni caso il quintetto aveva profuso moltissime energie e che ha rappresentato forse lo zeitgeist di quel lustro inglese (direi iniziato tra il 2008-2009 con glasvegas e debutto dei White lies). E qui le band più fighe e significative mi pare le abbiate citate tutte: Horrors, White Lies, Chapel Club, S.C.U.M., Heartbreaks, Ulterior, Egyptian Hip Hop, O Children, Swim Deep, Vaccines, Mirrors, TOY, i primi Peace. Tutte band che partivano da generi molto diversi, ma hanno rielaborato ogni tendenza in favore di quell'estetica di cui ho parlato prima.
L'unica band nata da questo humus e che non solo ne uscita alla grande ma ha prosperato soprattutto dopo il 2014 sono i 1975, che indubbiamente con il primo disco partivano da assunti estetici simili a quelli visti in alcune delle altre band. Per me sono anche tra i meno interessanti in realtà, troppo tendenti alla lagnetta o alla caciara, tuttavia la loro scelta di aprirsi alle tendenze funky-r'n'b e del pop mainstream americano ha portato buoni frutti, dal punto di vista commerciale.
Sono comunque una band in grado di produrre, quando gli gira bene, capolavori di questo calibro: https://www.youtube.com/watch?v=1Wl1B7DPegc

Percorsi totalmente diversi e per certi versi unici quelli attuati da Arctic Monkeys e Nothing But Thieves, due band legate alla classicità rock che all'alba di ogni decennio pare passata di moda e irrecuperabile, e puntualmente si riscopre in qualche modo attuale e non sostituibile.
Alex Turner e compagni in particolare con 'AM' hanno rappresentato l'ultimo baluardo rock nel mainstream, piegando la sensualità dell'r'n'b e la sfacciataggine dell'hip hop old school al proprio rock ugualmente sofisticato e testosteronico.
Turner purtroppo ha deciso che il mainstream non faceva per lui, e infatti, a distanza di un anno, mi posso dire sostanzialmente deluso dalla scelta di allontanarsi dalle luci della ribalta per mezzo di un disco molto ostico e dichiaratamente dimesso come Tranquillity Base Hotel and Casino (sulla cui qualità di scrittura, però, non discuto).


Dopo il sostanziale fallimento della stagione di new british spleen (mi diverte chiamarla così, pensando allo struggimento manifestato dalla maggior parte dei suoi esponenti), si è aperta una fugace ma per me stupenda stagione di house revival, mischiata con uk garage e uk bass. L' inizio si può individuare nel folgorante debutto dei Disclosure, una sorta di trattato di house con cui tutta la musica da club ha dovuto per forza fare i conti.
Come quasi sempre succede con le scene dance o da club, anche in questo caso si ricordano più le canzoni che i singoli artisti: penso a Route 94 e all'inno My Love (forte di uno dei videoclip più belli della decade https://www.youtube.com/watch?v=BS46C2z5lVE), a Duke Dumont con "Ocean Drive", Ten Walls con "Walking With Elephants" e altre che adesso non ricordo.
Da segnalare sul formato album il buon debutto degli Years&Years, che può vantare almeno 4-5 singoli di assoluto valore.

Nonostante il grosso successo, questa stagione di new clubbing si è conclusa presto, almeno a livello di impatto sul grande pubblico, e il risultato per l'Inghilterra attuale è molto desolante. Purtroppo infatti negli ultimi 3 ma forse anche 4 anni uno dei massimi fari della cultura popular degli ultimi cinquanta-sessant'anni sta attraversando una fase di stagnazione incredibile, se si considera il fermento underground che ne ha sempre scosso le gesta. Non voglio star qui a cercare di trovarne le cause, e d'altro canto probabilmente non ne sarei del tutto in grado, sta di fatto che la colonizzazione americana sulla cultura anglofila è ormai completata: basti dare un'occhiata alle classifiche dei singoli inglesi e americane, divenute ormai praticamente indistinguibili.

Però, c'è un però: l'Inghilterra proprio in questo decennio ha prodotto forse le due più grandi star del pop al femminile occidentale, ovvero il campo da gioco più grosso su cui si è mosse la musica leggera mondiale negli ultimi quindici anni circa.
Si tratta di Adele e Dua Lipa, completamente diverse le une dalle altre eppure due pesi massimi, forse i due crack più clamorosi tra quelli esplosi interamente nel decennio. Non sono informatissimo su tutti i dati delle popstar americane, quando siano esplose veramente, ecc., magari qualcuno può correggermi, ma i numeri che hanno fatto queste due sono difficilmente battibili, Adele in particolare ha ottenuto numeri di vendite da capogiro per i tempi che corrono.
Ma quel che più conta per me è che si tratta di due tra le mie popstar mainstream preferite, nel complesso parecchio sopra le varie Rihanna, Taylor Swift, Nicki Minaj, Britney Spears, Miley Cyrus ecc.
Anche la stessa Charli XCX, per me gradevole ma tendenzialmente un po' troppo zarra, è inglese, e il suo impatto sia come autrice che come artista solista sul decennio che si sta per chiudere è difficilmente negabile.


Insomma, vai a vedere che come è sempre successo nella storia del pop, anche in questo decennio in fondo l'Inghilterra ha catturato e rielaborato una tendenza statunitense, in questo caso quella produzione poptimista, migliorandone il lavoro? Cool

Non bisogna poi sottostimare l'apporto di produttori del calibro di Paul Epworth o Mark Ronson, britannici che hanno plasmato produzioni di ogni tipo anche nel decennio '10.




P.S.: Molto belli anche i Foals di Holy Fire


L'ultima modifica di Lepo il Gio Ago 29, 2019 3:32 pm, modificato 1 volta
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Cas
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 2:44 pm  Rispondi citando
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Lepo ha scritto:
new british spleen (mi diverte chiamarla così, pensando allo struggimento manifestato dalla maggior parte dei suoi esponenti)


ehehe bel nome. non credo che ne sia ancora stato proposto uno finora, per quanto il Guardian scrivesse nel 2012 che "tre band fanno una scena" a proposito di TOY e compagnia (Horrors e Scum).

bella disamina quindi (direi che i primi segni di cambiamento di approccio - per quanto su altri fronti - possiamo trovarli anche in Late of the Pier e Bloc Party, anno 2008).

devo approfondire la scena house revival...

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FrancescoB
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 3:17 pm  Rispondi citando
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Disamina molto interessante, grande Lepo, anche se confesso che non conosco molte tra le band che citi e non amo troppo le altre, sono insomma piuttosto distante da quei mood e sonorità

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MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 3:50 pm  Rispondi citando
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Mitico Lepo! inquadri alla grande quello che chiami new british spleen, che apprezzo però solo in parte. Oltre a ciò e al comparto mainstream che citi, secondo me l'Inghilterra di inizio decennio ha avuto un impatto notevole in molti modi, ridefinendo la forma pop attraverso estetiche e percorsi differenti: ad es., pensiamo solo al contributo notevole dell'art pop/rock (Wild Beasts punta di diamante: "Smother"; ma anche i Foals) delle prime stagioni o all'influenza di una band come gli xx (l'xx sound, riduzione all'osso new wave + attitudine clubby/r'n'b/disco: "Coexist", e ancor prima l'esordio che gettava le basi) in certa estetica pop uk o al post dubstep di James Blake, che ha condizionato incredibilmente la scrittura e la produzione coeva.

Aspetto con ansia le altre disamine Very Happy

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Albertobrenna
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 9:47 pm  Rispondi citando
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Che dire di questi anni ‘10?
Non il mio decennio musicale preferito, questo sicuramente no (gli anni ‘70 e ‘90 non si battono) ma sono usciti tanti bei dischi e ottimi nomi hanno fatto capolino sulla scena musicale oppure si sono confermati come artisti di indubbio valore.

Partiamo subito con una delle mie band preferite del momento: i Gorillaz hanno pubblicato nel 2010 “Plastic Beach”, un variegato insieme di pop, hip hop, RnB e sonorità anni ‘80 raffinatissimo e ricercato, condito dalle celeberrime collaborazioni con i più svariati artisti, di grandi nomi del rock (Lou Reed, Mick Jones e Paul Simonon dei Clash) e dell’hip hop/rap (Snoop Dog, De La Soul). Album eccezionale, secondo me uno dei massimi capolavori del decennio. Peccato che poi la band virtuale creata da Damon Albarn non sia più riuscita a ripetersi a questi livelli (merita però, a mio avviso, almeno un ascolto “The Now Now”.)

Eccezionali anche i Beach House, duo statunitense dream-pop, che a tratti ricorda gruppi come i Cocteau Twins. Fondamentali “Teen Dream”, del 2010, e “Bloom”, del 2012: le atmosfere sognanti, grazie agli incredibili tappeti di suoni creati con i synth e all’angelica voce della cantante Victoria, unite alle influenze indie rock, rendono questi due album assolutamente imperdibili per ogni appassionato di musica. Non altrettanto bello ma comunque molto anche “Depressione Cherry” del 2015.

Per il resto, ho adorato “Currents” dei Tame Impala, uscito nel 2015: un inusitato mix di elettronica, rock psichedelico e quella vena pop che contraddistingue la one-man band di Kevin Parker, creando delle sonorità davvero uniche che differiscono da quelle dei dischi precedenti (che personalmente non ho amato particolarmente), che erano invece molto legate al mondo del rock alternativo. Degno di nota, uscito nello stesso anno, “To Pimp a Butterfly” di Kendrick Lamar, un sentito omaggio al mondo della black music e un compendio di ogni sua diversificazione (dal soul al funk, passando per il moderno RnB eccetera e l’hip hop old school...), il tutto a sostegno dei sempre incredibili testi di Lamar, una delle migliori penne della sua generazione.

Spostandoci nel campo dell’elettronica pura, non posso esimermi dal citare alcuni spettacolari dischi, in rigoroso ordine cronologico: per primo “Ravedeath, 1972” (2011) di Tim Hecker, a metà fra drone, ambient e minimal; “Immunity” (2013) di Jon Hopkins, il pupillo del maestro della ambient Brian Eno; “Random Access Memories” (2013) dei Daft Punk, che si rifà alla disco di fine anni ‘70 e al funk unendolo alle influenze elettroniche del duo francese, grazie anche alla collaborazione con grandi nomi quali Giorgio Moroder e Nile Rodgers, ex-chitarrista degli Chic; “Faith in Strangers” (2014) di Andy Stott, un insieme di dub, techno e musica tribale, sicuramente uno dei miei dischi preferiti del decennio; l’EP “Collapse” (2018) di Aphex Twin, vecchio nome della scena elettronica che con questo lavoro ritorna quasi ai fasti di “Selected Ambient Works” dopo il fallimento di “Syro”.

In campo rock purtroppo non ho moltissimo da dire, ma due dischi in particolare voglio consigliarli: l’ottimo “Brothers” (2010) dei Black Keys, che al sound tipicamente blues-rock del duo statunitense unisce anche influenze funk e soul, risultando un immediato instant Classic adatto sia al pubblico che alla critica, e “King’s Mouth” (2019) dei Flaming Lips, un puro viaggio lisergico di rock psichedelico degno delle grandi band di fine anni ‘60.

Sul fronte italiano invece fondamentali quattro dischi stupendi: “Wow” (2011) dei Verdena, che segna l’inizio di una rivoluzione musicale all’interno del gruppo (purtroppo mai portata doverosamente a termine) che unisce al loro tipico sound nuovi elementi che creano uno dei più grandi capolavori nella storia del rock italiano; “DIE” (2015) di Iosonouncane, una delle cose più incredibili e sperimentali partorite da un artista italiano negli ultimi vent’anni; “Aurora” (2016) de I Cani, che recupera atmosfere tipiche del synth-pop e dell’elettropop unendole ai testi finissimi di Niccolò Contessa, e infine “Nuova Napoli” (2018) dei Nu Guinea, un esplosivo concentrato di jazz, funk, soul e musica napoletana creato dal miglior duo della musica italiana attuale (merita, secondo me, anche il disco precedente.)
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zagor
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 9:58 pm  Rispondi citando
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Albertobrenna ha scritto:
C
Sul fronte italiano invece fondamentali quattro dischi stupendi: “Wow” (2011) dei Verdena, che segna l’inizio di una rivoluzione musicale all’interno del gruppo (purtroppo mai portata doverosamente a termine) che unisce al loro tipico sound nuovi elementi che creano uno dei più grandi capolavori nella storia del rock italiano; “DIE” (2015) di Iosonouncane, una delle cose più incredibili e sperimentali partorite da un artista italiano negli ultimi vent’anni;)


d'accordissimo, soprattutto su DIE

ps benvenuto, grande post per iniziare !
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FrancescoB
MessaggioInviato: Gio Ago 29, 2019 10:02 pm  Rispondi citando
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Benvenuto Alberto, hai rimediato a una mia svista imperdonabile: Tim Hecker!
Per me non ha sbagliato praticamente nulla in questo decennio, tra i musicisti più interessanti quando si tratta di rendere un filo più digeribile certa avanguardia. Nel suo caso, personalmente, non scendo mai sotto il sette.

Condivido le considerazioni spese per WOW e Die, nonché per "Immunity" di John Hopkins, anche a mio avviso un gioiello.

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Albertobrenna
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Grazie mille a entrambi per il benvenuto! Very Happy

@zagor: felicissimo di trovare un altro conoscitore di DIE, ancora troppo poco conosciuto, secondo me (diversi miei amici, quando gliel’ho nominato per la prima volta, non ne avevano mai sentito neanche parlare.)

@FrancescoB: concordo totalmente con il tuo parere su Tim Hecker. Per quanto riguarda Jon Hopkins, cito anche un EP di cui prima non ho parlato poiché, per quanto lo adori, è pur sempre un disco di remix: lo stupendo “Asleep Versions”, del 2014. L’ultimo disco invece (“Singularity”) non mi ha convinto appieno: pur con alcuni ottimi episodi, generalmente lo boccio. Tu che ne pensi?
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