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R Recensione

6/10

Jinjer

Micro [EP]

Fra quei due o tre trending topics che il metal di fine anni ’10 riesce quasi casualmente a ritagliarsi nello spazio fluido del dibattito musicale contemporaneo spicca incontrastato il nome dei Jinjer, quartetto ucraino attivo da quasi un decennio e salito alla ribalta – oltre che per indiscutibili doti tecniche e il buon successo commerciale dei tre full lengths finora rilasciati – per la presenza accentratrice e magnetica della frontwoman Tetjana Šmajljuk, voce demoniaca in un corpo minuto (tant’è che la famigerata live session di “Pisces”, uno dei singoli trainanti dell’ultimo “King Of Everything”, destabilizza puntualmente tutti quelli che non hanno mai sentito nominare gli Arch Enemy). Non è certo poco, ma non molte altre frecce possono essere annoverate all’arco di una band che – pur mostrando negli anni evidenti segni di miglioramento – rimane ancor oggi troppo pervicacemente ancorata a stilemi metalcore vetusti, antiestetici e di assoluta irrilevanza qualitativa.

In attesa della prossima pubblicazione lunga, questo extended playMicro” – seconda uscita in tre anni per Napalm Records – dovrebbe segnare, a detta della stessa band, la definitiva transizione verso un suono meno sferragliante e più ragionato, più intimamente progressivo. L’immediata traduzione sonora di quest’intenzione è una forsennata, quasi parossistica caccia alla variatio che, se da un lato permette di apprezzare nuove ed inedite sfumature stilistiche, dall’altro restituisce la diapositiva di una formazione incapace di trovare un proprio centro e, forse, nemmeno così di larghe vedute come vorrebbe mostrarsi. Tra epilettiche contorsioni djent, sensuali cybermelodie e raffiche di blast in retroguardia, “Ape” (impreziosita tuttavia da un originale testo al vetriolo, anti-antropocentrico, firmato dalla stessa Šmajljuk) finisce pur sempre per tornare all’ovile, soffocata in coda da breakdown monolitici: e non va certo meglio ai singulti sincopati di “Teacher, Teacher!” che, nonostante una successiva ristrutturazione armonica, sembra uscita da un disco nu metal di vent’anni fa. “Dreadful Moments”, terribile narrazione di abusi familiari, indovina perlomeno il teatrale ritornello cripto-gospel, una candida confessione a cuore aperto tra badilate sludge, rinforzi groove e ripiegamenti post-core: è un notevole dispiego di energie, che sfocia naturalmente in una “Perennial” vicina al melodic death (alcune evoluzioni vocali della Šmajljuk, sul finale, hanno quasi un’allure sinfonico), prima che la title track acustica si congedi su tartaglianti arpeggi jazzy.

Le critiche grossolane verranno facilmente scansate, ma è ancora troppo poco per ottenere qualcosa di più dell’effimero plauso. Come un organismo in movimento, i Jinjer sono colti nel passaggio da uno stato all’altro: v’è la certezza che qualcosa cambierà, ma per il momento “Micro” rassomiglia più ad una promessa strappata a denti stretti.

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