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R Recensione

6,5/10

Cleric.

Retrocausal

Aleggia un senso di funesta tregenda sopra “Retrocausal”, uno show off volutamente eccessivo e grandguignolesco che, alle polverose assi di legno di prosceni provinciali, preferisce la penombra delle cantine, il rappreso sudiciume degli scantinati. Ci hanno messo quasi otto anni a riemergere in superficie, i misteriosi Cleric. di Matt Hollenberg, e a farsi bombardare dalle colossali detonazioni dell’inatteso successore di “Regressions” (2010) si capisce perfettamente perché: ad influire sulle tempistiche non è stata tanto la recente iperattività del chitarrista e bandleader (attivo su altri tre fronti, di cui abbiamo disquisito a tempo debito: Simulacrum, John Frum, Shardik), quanto il sovrumano dazio di sangue richiesto dalla scrittura immensamente ambiziosa ed articolata di “Retrocausal”, un disco mostro e monstre – si arriva davvero vicini al massimo fisiologico di un’ora e venti –, una Gesamtkunstwerk artigianale che cavalca almeno tre decenni (con l’aspirazione o il peccato di presunzione, malcelata, di mettere un punto e a capo al quarto), un totalizzante manifesto avant metal che fagocita e cannibalizza pile smisurate di stili ed influenze.

Singolare notare, giunti a questo punto, come “Retrocausal” – nel suo tentativo di mettere la freccia e superare a destra maudlin of the Well, Kayo Dot, Arcturus e UneXpected fra gli altri – sia, sostanzialmente, un disco vecchio: nell’impostazione, nelle infinite tensioni contrapposte che lo dilacerano, nei pur pregevoli esiti conclusivi. Chi non conoscesse bene il metal del Nuovo Millennio (o ciò che ne rimane) potrebbe comunque continuare ad idealizzarlo prendendo a pietra di paragone un gruppo come i Cleric.: che di ogni erba fa un fascio, di ogni fascio un covone, di ogni covone un incendio. Ogni secondo una nuova idea, ogni minuto una nuova canzone, ogni canzone un segmento arbitrario di un flusso di coscienza incontenibile ed inarrestabile: i cLOUDDEAD del metallo evoluto (ma quanto evoluto?). Nell’assoluto disordine degli elementi e della loro disposizione, tutto è in perfetto ordine. Gli ospiti, anzitutto: dall’inconfondibile contralto zorniano che scartavetra la conclusiva “Grey Lodge” (come dei Painkiller convertiti al math-core: non male, soprattutto nella sua centrale decostruzione free form), al contributo cacofonico di Mick Barr degli Orthrelm nell’atonale poltiglia psych-noise di “Soroboruo”, dalla chitarra aggiuntiva del bassista Daniel Ephraim Kennedy nella blesa esplorazione thrash-black di “The Spiraling Abyss” (contornata da meditativi segmenti dark ambient per arpeggi sparsi e flanger che, in qualche modo, sembrano tornare all’ovile dei Simulacrum) ai suggestivi volteggi violinistici di Timba Harris dei Secret Chiefs 3 a suggerire un’inaspettata trasformazione sinfonica di “The Treme” (prima che il solito Hollenberg serri le fila su di un allucinato andantino funk-swing da avanspettacolo, fatto precipitare come da copione nel nulla). Quasi una riunione in minore dell’intelligencija rumorosa statunitense, una serie di convitati di pietra chiamati ad apporre la propria firma in calce ad un manufatto che sbandiera, chiarissimo, il debito nei loro confronti: un passaggio di testimoni tra cerimonieri dell’estremo.

Per quanto sia arduo e forse sterile trovare la quadra di dischi come “Retrocausal”, lavori concepiti esattamente per non farsi decifrare nemmeno dopo innumerevoli ascolti, non sarà tuttavia inopportuno individuarne alcuni temi ricorrenti – ogni confusione è pienamente tale solo se ragionata. Questi topoi prendono, evidentemente, forma strumentale. Le tastiere, strimpellate dall’urlatore principale Nick Shellenberger (lo stesso che negli Shardik si occupa del basso), hanno un ruolo a dir poco prominente: ad esse è demandata l’eclatante rottura della quarta parete, sin dal polimorfico attacco di “The Treme” (un dada metal scenografico tra Mr. Bungle e Diablo Swing Orchestra), per poi costeggiare il fraseggiare al fulmicotone dello spietato death-grind di “Lunger” (con certe, astrali aperture alla Dysrhythmia), chiosare le elaboratissime serpentine di basso e chitarra nella sezione centrale di “Ifrit” (dentro c’è tutto il Frisell di Massacre e Naked City) ed inserirsi sottopelle in “Resumption” (prima con effetto cabarettistico, poi con apocalittica allure post metal: tredici minuti piuttosto densi), ritagliandosi infine l’epilogo della vibrante “Triskaidekaphobe” (figlia rigettata dei non-luoghi metallici dei Kayo Dot di “Hubardo”) con un sardonico e spoglio chiaro di luna apparentemente scollegato dal corpo principale. Loro compagne dirette, e spesso compresenti, sono le percussioni di Larry Kwartowitz, che arricchiscono di angolature inedite il già ricco parco cromatico di un batterismo complesso e non consequenziale (ancora “Ifrit”, i drop di “Lunger”, i tribalismi ipercinetici di “The Spiraling Abyss”): come i Sepultura andati a ripetizione dagli Spastic Ink.

Il risultato, lo avrete capito, è sì corrusco e frastornante ai massimi livelli, ma ben lontano da quell’imprevedibilità di cui vorrebbe farsi portabandiera: anzi, si può dire che “Retrocausal”, nelle irregolarità, trova la sua perfetta regolarità. Peccato che di dischi così – anche se meno caotici – se ne scrivessero già venti e più anni fa: basti contare tutti i riferimenti citati in corso di recensione. Mezzo voto in più, tutto sommato meritato, per l’ammirabile e apparentemente inesauribile dispiego di energie.

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