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R Recensione

7/10

Imperial Triumphant

Vile Luxury

Alcune sincere ammissioni, per approcciare il discorso senza sovrastrutture. Non amando particolarmente l’avant metal di casa Gilead Media (la culla di progetti come Krallice, tanto per capirsi) non avrei avuto particolari motivi per approfondire la conoscenza del quarto full length degli Imperial Triumphant, primo per la label di Adam Bartlett. Se non fosse che la ricorrente curiosità di carpire, di tanto in tanto, le novità del sempre più indecifrabile ed atomizzato universo pesante è stata sostanzialmente corroborata, in quest’occasione, dall’importante presenza di Kenny Grohowski, giovane metalhead prestato al jazz non ortodosso della Grande Mela ed esecutore materiale dei pattern ritmici di Simulacrum: a suo modo, la garanzia che un disco denso e corposo come “Vile Luxury” avrebbe potuto piacermi o meno, ma di sicuro sarebbe riuscito ad incuriosirmi. Previsione centrata.

Non è certamente tagliata su misura per deboli di cuore o amanti della leggerezza calviniana, ma la scrittura dadaista degli Imperial Triumphant – in rotazione perenne tra gragnole death, impantanamenti sludge e deragliamenti black – è comunque meno faticosa ed esigente di molti altri nomi del genere (due su tutti: Portal e Ulcerate). L’elemento che ne valorizza l’eterogeneità e catalizza l’attenzione, anche a costo di qualche slegamento di troppo, è un’intera sezione di ottoni (due trombe, due tromboni, una tuba) chiamata ad ingigantire – con le proprie mesmerizzanti stringhe astral jazz, stonati stornelli bandistici tra Sigh, UneXpected e Brain Tentacles – la teatralità dell’armamentario strumentale. Illuminante la subitanea, stridente chiamata alle armi in “Swarming Opulence” (l’arrangiamento ricorda addirittura gli ultimi These New Puritans, influenza già isolata anche per i Kayo Dot di “Hubardo”), che in “Lower World” si spegne in narcolettici gettiti noir a bassa intensità (poco più di sprazzi impressionistici sotto l’abbattersi della mannaia chitarristica e il crescere di un surreale coro femminile), in “Cosmopolis” disegna periferie in penombra alla maniera del Davis di Ascenseur pour l’échafaud (con l’esuberante stacco centrale del piano di Steve Blanco che è puro situazionismo swing à la Cleric., una finestra di surrealismo melodico aperta su scenari di assoluta devastazione) e nella più breve “Mother Machine” scivola gradualmente dall’ebbro gioco di fraseggi dixieland ad un tempestoso gorgogliare free jazz. Nella sovrabbondanza polifonica a perdersi, di tanto in tanto, sono il bandolo della matassa (anche se il sovrumano crescendo noise negli ultimi due minuti e mezzo di “The Filth” compensa i confusionari inserimenti della voce lirica femminile nella prima metà) e la pazienza (il recital cavernoso in russo di Zachary Ilya Ezrin, prima che si scateni la furia death di “Chernobyl Blues”, è kitsch e sfiancante).

Che il disco sia comunque di livello lo dimostra ampiamente l’ultimo brano, per ironia il più conservatore, una “Luxury In Death” scoperchiata da urla agghiaccianti e tribalismi parossistici. Uno vorrebbe anche riderci su: ma in fondo, che c’è da ridere? Produce Colin Marston (Dysrhythmia, Behold... The Arctopus, Gorguts, Krallice, Infidel?/Castro!).

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