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R Recensione

7/10

Ulcerate

Shrines Of Paralysis

Fuoco e sangue nel cuore – / Oh, proteggici, Signore!

Aleksandr Aleksandrovič Blok, I dodici

Un monolite di densità spaventosa. La colonna sonora di una catastrofe naturale o, chissà, dei tempi moderni. Le bocche dell’inferno che si spalancano tutte sotto Auckland. Una marcescente sinfonia di guerra, dalla distruttività tellurica. Affermazione a prova di smentita: non esiste al mondo, oggi, un gruppo come gli Ulcerate. Non esiste al mondo, oggi, chi possa anche solo pensare di mettersi in diretta competizione con la formazione che, più di ogni altra, ha rivoluzionato dalle fondamenta l’usurata grammatica brutal death, lanciandola verso sfide prima di allora inimmaginabili (o quasi). Non esiste al mondo, oggi, qualcuno che – dopo due lavori di indicibile complessità quali “Everything Is Fire” (2009) e l’ancora migliore “The Destroyers Of All” (2011) – sia in grado di rilanciare le proprie quotazioni con un disco come “Shrines Of Paralysis”.

Rosso sangue, rosso fuoco, rosso che acceca e stordisce. Wagner che abbraccia i Gorguts, i Pelican stritolati dai Death. Chissà quante cose ancora, nei maestosi layer di suono che compongono le terrificanti visioni post-death del power trio neozelandese. Il batterista prodigio Jamie Saint Merat, vera mente della band, utilizza un termine preciso per definire la prospettiva dei movimenti di “Shrines Of Paralysis”, hooky: l’idea è che, oltre il flusso di coscienza delle prove precedenti, possa qui essere richiamata l’alternanza “classica” di strofa e chorus, in un indistricabile intrecciarsi di furia metallica e sontuose armonizzazioni. Per quanto la categorizzazione possa sembrare strana, nelle parole di Saint Merat c’è del vero: al quinto full length l’articolatissima scrittura degli Ulcerate, che nel precedente “Vermis” aveva indugiato un po’ troppo nelle dissonanze, si concede dei lampi melodici di ineguagliabile raffinatezza, vere e proprie sonate decadenti mandate in fumo da nevrastenici e pesantissimi attacchi frontali.

Diversi i momenti da ricordare e tramandare a futura memoria, a dispetto dello sfinente settarismo di un disco, al solito, incredibilmente impegnativo (ma come fanno a reggere ancora fisicamente?). I sontuosi stacchi jazzati che, a metà di “There Are No Saviours”, preconizzano il mostruoso gorgo di distorsioni che sommergerà nuovamente il brano da lì a breve. Le sfioriture post-core sventrate dall’interno (roba che le aspirazioni orchestrali di Cult Of Luna e Minsk sembrano divertissement per bambini) della fiammeggiante coda di “End The Hope”. I disumani tumulti della title track che, intorno ai duecentosettanta secondi, viene tumulata in un cenotafio di progressioni post metal da capogiro (frammenti emozionali di preziosissima quanto fugace intensità). I mefitici fumi sludge dell’intermezzo “Bow To Spite”. Il doom-death polifonico di “Extinguished Lights” e l’epica di grandissimo respiro delle fughe chitarristiche di “Yield To Naught”. Si potrebbe andare avanti all’infinito, a citare ed enumerare singoli passaggi, segmenti, illuminazioni: ma è il risultato finale ad impressionare per coesione, potenza e fantasia.

Si arriva al traguardo stremati, ma in preda ad un entusiasmo difficilmente contenibile. La barra è stata fissata, ed è sempre più alta.

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