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R Recensione

7/10

Dephosphorus

Ravenous Solemnity

Solo chi ha una conoscenza artistica dell’inglese, o una rabbia sconfinata in corpo, può decidere di intitolare un proprio disco solennità insaziabile. Chissà come si traduce in greco – le mie modeste conoscenze di dimothiki non consentono la prova del nove, accettansi preparati volontari al riguardo. Quel che è certo è che in italiano sembra improbabile, quando non addirittura grottesco. È la prima concessione dei Dephosphorus alla naiveté. Passano poi quaranta minuti – un girone dantesco di ferro, un uragano di tecnica potenza, sopraffina ira ultrice – ed ecco riapparire lo stesso fondo di sostanziale semplicità: la rilettura crust della sporchissima “The Blood Runs Red”, anthem guerrigliero dei britannici Discharge. Si tratta nientemeno che di un passaggio di consegne: la magniloquenza di un suono fitto e composito si decostruisce in una vorticosa scaglia di cento secondi, fucilate di elementari power chord e belligeranza di facciata incluse nel prezzo. Il cerbero della moderna musica pe(n)sante tende la mano a chi delle sovrastrutture tutto sommato se ne infischiava, riconoscendone senza fallo derivazione e subordinazione.

Rischia di far scricchiolare il castello identitario di “Ravenous Solemnity”, quest’inatteso scacco conclusivo. Mossa rischiosa, sotto tale profilo, lo è di sicuro, ma è anche necessaria, perché permette ai Dephosphorus di smarcarsi dall’affollatissima – e oramai noiosa – pletora di formazioni something-core tutte uguali, tutte eticamente inappuntabili, tutte melodicamente plumbee in mood arpeggiato, tutte restie ad ammettere l’esistenza di illustri capofila. Il secondo full length del trio ateniese, aldilà delle elucubrazioni parafilosofiche è, invece, “solo” un gran bel disco di metal poliforme: carne death, sangue grind, pensiero black, acconciatura post-core, santini tutelari in bell’evidenza. La sincerità e la purezza d’intenti fanno certo la fortuna dell’album – gli permettono, quantomeno, di distinguersi –, ma è palese che, senza un adeguato contrappeso strumentale, sarebbe inchiostro cerebrale destinato a non tradursi nemmeno una volta su carta bianca.

La carta viene invece tranciata, perforata, disintegrata. “False Vacuum” cala l’asso dello sposalizio chimico, l’heavydelia dei Gigan trasfigurata nella grana apocalittica degli ultimi Napalm Death. “Reversed Into Contraction” sintetizza in tre minuti risicati un’abnorme quantità di stili ed influenze, macellando i Cephalic Carnage su un batticarne blackened. “Ancient Drone” suona la carica Madball di un brano assolutamente devastante. Anche nei frangenti più squisitamente virtuosistici (“Glorification Of The Anti-Life Equation” è un campionario di storture a cento all’ora) il songwriting mantiene una coesione interna rara ad ammirarsi ai giorni d’oggi: a testimoniarlo anche “A Fountain Of Daggers”, che attacca arrembante Krisiun per arrendersi infine ad un chitarrismo acido e visionario, e lo zoccolo prepotentemente hardcore di “Vicious Infinite Regress”. Non c’è davvero il rischio di annoiarsi. Piuttosto, un certo disorientamento prende alle spalle a vedere gli staccati Neurosis di “Towards The Cold, Mysterious Infinity” polverizzarsi in un assalto grind col sangue agli occhi, o i rintocchi sludge della title track (impreziosita da un taglio vagamente astrale) deragliare in fossati metalcore: inevitabile effetto collaterale di troppo eclettismo.

I Dephosphorus sono la voce delle macerie della capitale dell’Occidente orientale, o dell’Oriente occidentale. Un tornado pronto ad abbattersi con furore, senza fare prigionieri.

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