Napalm Death
Utilitarian
Chi l’avrebbe mai detto di ritrovarci qui, marzo 2012, in un pomeriggio di crisi economica, seduti di fronte ad una band che avrebbe dovuto disintegrarsi, fisiologicamente, in un lontano giorno di ventisei anni fa? Il potere, dicono, logora chi non ce l’ha. Ma più che logorati – un termine comprensibile, visto e considerato il contachilometri sul groppone che macina doppie cifre a velocità inarrestabile – i Napalm Death, che certo non hanno mai prestato il fianco ad improbabili panegirici da terza Sofistica, sono (ancora? sempre? furiosamente?) incazzati. Incazzati senza il minimo segno di volersi placare, come dovrebbe esserlo chiunque in questo sporco mondo di ruberie, delitti all’ombra dei quaranta gradi, soprusi economici. A ribadirlo non ci pensano i ventenni in felpa e t-shirt cresciuti all’ombra dei ripetitori televisivi: ci pensano il vocione di Mark Greenway, il basso implacabile di Shane Embury, le staffilate di Mitch Harris ed i dissesti tellurici di Danny Herrera. Ancora.
Fin qui, raccolta di luoghi comuni semplici semplici e carne fresca per le dietrologie di chi si è permesso di ascolticchiare in streaming metà “Scum” impiantando, sulla sua sola base, roboanti discorsi di elogio e distruzione di una carriera ben lungi dalla facile prostrazione alla staticità. Ma come spiegare questo “Utilitarian” a chi non sente la necessità di scavare sotto le macerie, a chi si pasce di preconfezioni e non ha alcuna intenzione di procacciarsi la fonte diretta? Partendo, magari, da “Everyday Pox”, terzo tassello di un roccioso ed elaborato pattern: grindcore newyorchese dall’impatto mutante, riff dissonanti, metamorfici cambi di tempo (altro che Sick Of It All) e, per due volte, laddove non ci arriva Greenway, il suono familiare di un contralto – quello di John Zorn – che urla, stride, scartavetra, apre voragini nel terreno. Il risultato non è innovativo: è sbalorditivo. Come se lo split allora inciso con i Naked City – “Harmony Corruption” e svolta death metal a vista, Mick Harris dietro le pelli – fosse datato un mese fa e non 1990.
Mai dare per morti i Napalm Death: la morte è una faccenda snob ed elitaria. Chi ha concetti in corpo afferri. Loro afferrano, e sbattono in pieno volto agli aficionados un disco – il quindicesimo! – che è un perfetto bignami dinamitardo di potenza e costruzione, il miglior saggio di songwriting pesante da “Enemy Of The Music Business” in avanti. Dubitare è lecito, credere conviene. Soprattutto quando, e non è così infrequente, il tipico torchio stilistico del gruppo viene pesantemente contaminato da un senso, coraggioso ancorché fuori tempo massimo, del crossover. Ciò significa che “Utilitarian”, nell’orizzonte comprensivo di tutti i suoi difetti, non è fatto solo di pur pregevoli episodi death, come “Errors In The Signals” e “Think Tank Trials”, o degli Extreme Noise Terror che si rifanno la scriminatura con pettini crust in “Everything In Mono” ma anche, e soprattutto, delle atmosfere plumbee ed apocalittiche di “Circumspect” – “Inside The Torn Apart” è lì ad un passo –, dell’ira belluina di “Blank Look About Face” (voce ridotta ad un latrato, ritmica secchissima, chitarre sulfuree che si dischiudono a visionari paesaggi post-core), del thrash-core a randello di “Quarantined” e “Collision Course”, addirittura dell’epica possente e squadrata, sicuramente inaspettata, dei refrain di “Fall On Their Swords”. Poche, pochissime lamentele nello scorrere di un lavoro la cui scaletta s’indebolisce solo sul finire, tra la violenza cieca di “Opposites Repellent” ed una “A Gag Reflex” che proietta sullo sfondo – spiacevolmente – gli steroidi di Zao e Walls Of Jericho.
Non avremo convinto chi non si voleva lasciar convincere, questo è poco ma sicuro. Se non altro, tuttavia, avremo cercato di rendere giustizia a chi, la giustizia musicale e politica, non ha fatto altro che cercarla per tutta una carriera. L’augurio è sincero: buon ascolto.
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