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R Recensione

6/10

King Buzzo

This Machine Kills Artists

Questa è una Buck Owens American acoustic. Lui è King Buzzo, cinquant’anni spenti a marzo, ancora leader dei Melvins. Mettendo assieme le due cose viene fuori “This Machine Kills Artists”: che non è, per stessa ammissione del suo factotum, un omaggio al menestrello degli ultimi Woody Guthrie, ma “quello che succede quando quasi ogni rocker imbraccia una chitarra acustica”. Al che verrebbero probabilmente in mente gli unplugged, le bonus tracks riflessive, le ballate di saccarina e caramello, you and I and sweetheart and love and feeling and not alone and the like. Non dico che non sarebbe interessante vedere alla prova un King Buzzo così smaccatamente parodistico: anche se, forse, il risultato finale si parlerebbe un po’ troppo addosso. D’altro canto, se già in queste vesti il Nostro sembra pigliare tutti per i fondelli, perché indagare ulteriormente?

Non indagheremo. Su “This Machine Kills Artists” non c’è il velo di polvere on the road dell’americana: ci sono gli strati e strati di fango e sudiciume degli squat e dell’irriverenza assunta a lifestyle. Se nell’EP omonimo del 1992 il protagonista si faceva accompagnare, agghindato come Gene Simmons, da un giovanissimo Dave Grohl, lacchè e valletto della situazione, in questo caso non c’è nessun altro se non lui, Roger Osborne, e la sua variopinta sei corde. Maltrattata, sbertucciata, continuamente sottoposta a pressione. Su diciassette episodi (troppi), solo in due King Buzzo sceglie di alleggerire il tocco: “Useless King Of The Punks”, brutta decalcomania di hardcore melodico, e la coda di “Instrument Of God”, cadenzato contrappeso doom alla frenesia stoner d’apertura, perfetto per essere nuovamente inciso in versione elettrica. Siamo peraltro lontani da quanto si può leggere in giro riguardo presunta “pesantezza” e “grossolanità” del platter: King Buzzo non è certo John Butler (e l’epilogo stoppato della marcia militare di “Rough DeMocracy”, o le corde che friggono in “The Vulgar Joke”, grazie a Perun, lo dimostrano), ma la sua mano è in grado di alternare – molto più frequentemente di quanto si possa pensare – aggressione ed elaborazione, sfregio punk (“Vaulting Over A Microphone”), valanga pentatonica (“Dark Brown Teeth”) e gustose variazioni sul tema (“The Illegal Brat” è un pezzo southern).

L’identità con la linea Melvins, fatta salva l’assenza di distorsioni, è praticamente perfetta (la violenza snuff della nonsense “The Hesitation Twist”, i macigni di “The Blithering Idiot” e l’andatura saltabeccante di “The New River” fanno pensare in tutto e per tutto a b-side), ma per scrivere un disco folk – si presume – ci sarà sempre tempo. Nel mentre, ci comunica in chiusura l’ultima agenzia, il comeback della band madre è stato fissato per il 14 ottobre, data di uscita di “Hold It On”: formazione ancora una volta rinnovata, con l’ingresso della chitarra di Paul Leary e del basso di JD Pinkus, scuola Butthole Surfers.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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inter1964 7,5/10

C Commenti

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inter1964 (ha votato 7,5 questo disco) alle 12:07 del 6 agosto 2014 ha scritto:

Dico la mia : inserendolo nel suo contesto e nel percorso dell'autore a me è piaciuto. E molto!.Certo prolisso è prolisso,posto che la sintesi, mi pare, mai sia stata la cifra stilistica di mr (Roger) Buzz Osborne; monocorde è monocorde, posto che la varietà, mi pare, mai sia stata.........; ma mi ha trasmesso il "fascino" sudicio, umido, fangoso di qualche capanno isolato, frequentato da buzzurri, in un bosco o in una palude americana.

Nonostante non del tutto in linea col mio giudizio, mi è piaciuta la recensione, come al solito molto ben scritta, che ha perfettamente descritto l'essenza del lavoro .