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R Recensione

7/10

Sleep

The Sciences

Dalle sabbie del deserto alle polveri stellari, dal riarso peregrinare fra le dune alla metafisica interstellare. La nuova tappa dell’infinito viaggio degli Sleep si manifesta come logico e naturale compimento di quel laborioso processo di ricostruzione identitaria innescato dalla reunion del 2009, proseguito attraverso l’inaspettata messa a disposizione del singolo “The Clarity” (2014, il primo segno di vita ufficiale undici anni dopo la reissue di “Dopesmoker” per Tee Pee) e approdato al criptico codice Morse che, nel novembre dello scorso anno, sembrava preannunciare buone nuove per il trio di San Jose, California. Esplode in un silenzio messianico e con la forza di una bomba, questo quarto “The Sciences”, accompagnato all’unisono dall’estatico clamore del fan di lunga data e dell’hipster che a mala pena distingue Al Cisneros da Matt Pike, dalle grida di giubilo degli appassionati di OM e High On Fire e da chi, semplicemente, si limita a salire sul carrozzone dei vincitori.

It’s a doom, doom world. Sembrano mettere d’accordo tutti, gli Sleep del 2018: un’esperienza da vivere, una band da vedere, un disco – naturalmente “The Sciences” – da consumare metodicamente, lucidi o stonati, al volume più alto possibile, su frequenze che esaltino al massimo grado il potere pervasivo dei bassi. Il febbrile plebiscito che avviluppa l’epifania discografica dei “nuovi” Sleep (a rimpiazzare lo storico batterista Chris Hakius c’è, già da parecchio tempo, il sostituto di lusso Jason Roeder, direttamente dai Neurosis) farebbe sospettare un eccesso di entusiasmo, il divampare di una di quelle temporanee e apparentemente immotivate follie collettive che, in aperta controtendenza con il pensiero dominante, erge a feticcio del momento il simbolo di un culto sotterraneo covato per lungo tempo (e, in quanto tale, destinato prima o poi a fuoriuscire vistosamente). Invece – sorpresa nella sorpresa! – i plausi si scoprono avere un solido fondamento: solido quasi quanto il materiale (ed è un complimento) che compone “The Sciences”.

A livello più formale, ora: il disco si compone di una raccolta di brani più o meno recenti (alcuni di essi, come la fluviale “Antarcticans Thawed”, risalenti addirittura alle session di “Dopesmoker” e frequentemente riproposti live) dalla volumetria sonora semplicemente mastodontica: un’eruzione heavy psych devastante per proporzioni e potenza. Messa così sembrerebbe essere la solita solfa manieristica, il più classico dei comeback di genere, come tale infatti si presenta, almeno ai primi ascolti: tutto al posto giusto, tutto come e meglio dei vecchi tempi, ma senza brillare, senza alcuna sfolgorante invenzione. L’illuminazione giunge nel momento in cui si sposta l’attenzione dal generale al particolare e si sceglie di sezionare il dettaglio, di penetrare nella polpa. Così, dopo il peana ai valvolari intonato dagli attanti principali in una title track che sa di riscaldamento generale, irrompe lo straripante riff sabbathiano di “Marijuanaut’s Theme” (are you thinking what I am thinking?): Pike affonda colpo su colpo, sino all’inusitato squadernarsi di un ticchettante interplay fra Cisneros e Roeder, una sporca giga blues tenuta in sospensione sui piatti e lacerata da un epico solismo metallico. “Sonic Titan”, stretta tra muri di acciaio melvinsiano, propone un’interessante variazione su tema per solo basso. Canonica tra le canoniche, “Antarcticans Thawed” è un soffocante sludge monodimensionale in crescendo che, proprio quando sembra destinato all’esaurimento autofago, si riaccende in un frammentato monologo chitarristico, suonato in segmenti non consequenziali (come se l’acid blues incontrasse il free jazz). Ancora, “Giza Butler” potrebbe essere la versione al cubo di una suite degli OM – viene in mente una “Thebes” dal groove assai più pronunciato –, se non fosse che il divino qui si sublima nella sweet leaf di iommiana memoria (“Marijuana is his light and his salvation / Harvest sustains the altitude within / Ends the rationing – hocks the Ohaus Triple Beam”).

Il gran finale è affidato all’episodio più melodico e strutturato dell’intero disco, l’elefantiaco e ipersaturo southern di “The Botanist”, tra le cui intelaiature acustiche occhieggiano sprazzi da guitar hero e rifrazioni dub. Più che una chiusura, parrebbe proprio un ponte verso il futuro: un ponte crisoelefantino, sostanziato nella tradizione, ma diretto verso nuovi orizzonti.

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