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R Recensione

6,5/10

OM

Advaitic Songs

Della spiritualità in progress. Mentre il mondo attorno a loro va secolarizzandosi ogni minuto di più, Al Cisneros ed Emil Amos nuotano, per l’ennesima volta, controcorrente. Il rischio peggiore, in questi tempi di conservatorismo becero spacciato per prudente progressismo a media carburazione: e sì che il viaggio in direzione opposta, dalla laicità al misticismo, dovrebbe risultare la scelta più uncool e sospetta possibile. La curiosità ritualistica interamente umana – qualora non addirittura umanistica –, che prendeva il via dall’esplorazione tantrica e minimalistica del doom lanciato verso confini di astrazione eterea, ha ceduto definitivamente (e fortunatamente) il passo ad una sacralità partecipata, salmodiante, panteistica. Non si può parlare di religione. Semmai di fede, in accezione comunque indefinita e fluttuante: la fede in un Grande Essere, la fede in un passato storico, la fede nel potere trascendente della musica stessa. La musica!, impossibile tralasciarla. OM non si è limitato, come ad un certo punto poteva sembrare, a porsi come mattone primigenio di una nuova esperienza, non andando poi a rielaborare la propria essenza: si è evoluto, a dispetto della cifra apparentemente statica del percorso musicale ed ideologico ad esso sotteso, differenziandosi e colorandosi via via che la necessità estatica prendeva il sopravvento sulla materiale fisicità.

Arriviamo dunque a parlare di “Advaitic Songs”, quinto album in studio per il duo basso/batteria statunitense, con un nuovo e differente background, che ci permette, oramai, di stendere una comparazione minima tra ciò che il nucleo è stato prima e dopo “Pilgrimage”, punto critico e vicolo cieco dell’intera faccenda in grado, paradossalmente, di rivitalizzare dal nulla l’intero suo senso d’esistere. Mentre potevamo considerare, dapprima, l’ascetismo spazio/temporale come semplice (e nemmeno innovativo) organo di corredo di un suono di per sé tendente alla dilatazione, dall’eccellente “God Is Good” in poi non è più così. Non può essere più così. L’aderenza fra terreno e trascendente diviene, a tratti, persino spaventosa, come quando ci si accorge di non poter tracciare un’efficace linea di demarcazione tra composizione autografa e rielaborazione innografica in “Addis”, litania arabeggiante (la base è il mantra sanscrito del Maha Mritjunjaya) affidata a canto femminile e struggenti, intensi archi chiaroscurali accompagnati da tremuli palpiti pianistici e rintocchi di crotali. Il doom s’è fatto carne, e la carne s’è fatta altro. Quasi non serve ricorrere ai muri di suono di un tempo, ai giri che si rincorrono, alla lentezza programmatica. “State Of Non-Return”, è vero, lo fa, ma la serenità zen in cui scivolano i pantani sludge e le consuete frequenze sabbathiane, gli sfrondamenti di violoncelli che sfiorano col muso le agonie paesaggistiche degli Earth, il metal asprigno mediato dall’atmosfera raccontano di un gruppo ormai pienamente originale.

Ciò che disturba un po’ e che, a conti fatti, fa perdere ad “Advaitic Songs” il confronto col precedente capitolo, è una sorta di tensione strumentale che folleggia, qua e là, frammezzo alle trame del disco, e che adombra foschie di minaccia su facciate all’aspetto imperturbabili. “Sinai” è drone che ronza, un colpo una coltellata, il lato oscuro e sacrificale dell’invocazione fideistica che nemmeno la teatrale cortina dell’arrangiamento barocco e le morbide anse del basso di Cisneros riescono a stemperare. La narrazione gotica di “Gethsemane”, con il suo unico ciclo melodico scomposto e ricomposto alla perfezione di strofa in strofa e, in coda, ulteriore sviluppo armonico, si può, a ragion veduta, considerare il capolavoro del disco, l’inarrivabile punto di fusione di schematismi folk (perché di musica popolare, per certi aspetti, stiamo parlando), spigoli possenti (spettacolare Cisneros in versione solistica) e sinfonie ieratiche: l’epica degli OM passa anche, e soprattutto, attraverso il dissolversi delle barriere, come nel dissimulare sapientemente il susseguirsi di reprise – cercate o meno – e nel ritinteggiare l’affresco doom di “Haqq Al-Yaqin” di varietà neoclassiche ed orientalismi chitarristici. “Advaitic Songs” è così granitico che, persino nelle più spiccate differenze, suona sempre e comunque come un unicum: un solo, coerente flusso di coscienza smarrito nell’iperspazio.

Prima di scrivere, con i “nuovi” King Crimson, la strepitosa trilogia cromatica degli anni ’80, Robert Fripp decise di ritirarsi per qualche tempo a vita solitaria in monastero. Gli OM, il loro monastero, l’hanno trovato da tempo qui: sulla terra.

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C Commenti

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nil_bos (ha votato 8 questo disco) alle 18:09 del 9 agosto 2012 ha scritto:

Disco splendido e di profonda intensita' emotiva!!

Emiliano alle 12:05 del 11 agosto 2012 ha scritto:

un drumming fantastico, che per me lo alza di un mezzo punto abbondante (che belli i mezzi voti...)