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R Recensione

6/10

Sons Of Otis

Exiled

Ragioniamo assieme: qual è l’ipotetica linea immaginaria che separa il disco di maniera dalla brutta copia carbone o, per meglio dire, la stanca vecchia guardia dalle arrembanti, scialbe nuovi leve? In “Exiled”, nuovo lavoro del miliare terzetto canadese Sons Of Otis, le cose sembrano prima mimetizzarsi, poi confondersi a dovere. È pur vero che cambiare repentinamente indirizzo stilistico a quindici anni dall’esordio potrebbe sembrare avventato e, diciamola tutta, anche un po’ stupido: ma, ed è il tempo a decretarlo, continuare per molto ad imbibire le proprie idee nelle stagnanti acque dello psych/sludge votato all’appesantimento porterà inevitabilmente ad una consistente frattura. Già dando uno sguardo veloce alla copertina e al rapporto fra tracce (sei) e minutaggio (un’ora), con relative titolazioni, si capisce abbondantemente dove si andrà a parare: dilatazioni palesemente fisiche, strati di riverberi, riffaggio indolente e monolitico, fragorosi bassi ad infrangersi sul fondo, epiche e tortuose deviazioni per lo stradario doom. Le premesse non vengono certamente smentite, ma è curioso notare la maniera in cui l’album prende corpo: l’alternanza fra oscuri lembi segmentati di quiete e boati di esagerate distorsioni per taluni aspetti ricordano, assurdamente, i paradigmi su cui certo post rock è cresciuto e dei quali, specialmente negli ultimi anni, fa uno smodato abuso.

I figli di Otis conoscono la lezione a memoria e giocano di gomito, talvolta di rimessa, quasi mai in maniera del tutto onesta e pulita: “Haters” è torbida apocalisse fra post-core, sludge metal e rallentamenti quasi drone, che incrocia con scandalosa furbizia Melvins, Neurosis e Sunn O)), non riuscendo però a conseguire la ferocia e la continuità necessarie per evitare imbarazzanti crolli di tono che, anzi, si susseguono impietosi. Il fatto che il finale, fissato attorno ai dieci minuti e mezzo, sia in realtà allungato di quasi sessanta secondi da un feedback, la dice lunga sui propositi del gruppo. Va meglio “Oxazejam”, mistico folleggio sottopelle che entra piano, a forza di ronzii e ritorni elettrici, sulla scia dei grandi OM, ma non è ancora abbastanza per soddisfare, e l’impianto costruttivo appare ancora estremamente deficitario.  

Giù per le strade del fango, ad imbrattarsi di melma sotto un torrente sonoro, dai e dai qualcosa si solidifica.E quando accade, si tira un sospiro di sollievo: “Bad Man” è un centrifugato chitarristico in ammollo in una soluzione basica di Led Zeppelin e Black Sabbath – non sarebbe scorretto neppure definirlo stoner, ma non si darebbe completezza alla definizione –, con tanto di ritornello ed assolo. Cose mai viste, su questi lidi: poco ma sicuro. Cresce perciò il rimpianto per “Lost Soul”, Electric Wizard fino al midollo (ma siamo sicuri non ci sia Jus Oborn dietro il microfono?), che cincischia per oltre sei minuti e si butta via, ancora una volta, nel finale, inutilmente riempito da pattern e percussioni.

Arrivare, stanchi e sudati, dopo quasi tre quarti d’ora, alla meta finale, e trovarsi davanti un medley di altri diciannove, interminabili minuti (“Iron Horse – The Horror”) è un qualcosa che farebbe sacramentare anche il più inflessibile dei doom addicted, specie dopo un cursus honorum fino ad allora non all’altezza della fama preposta. Invece accade il miracolo: “Exiled” subisce una forte spinta propulsiva in avanti, prima con zampilli blues e poi, quando tutto sembra finito, con un andirivieni rumoristico di portata oceanica che incalza in crescendo.

Sufficienza, dunque: sinceramente, però, non ci siamo. Ragazzi, svecchiatevi!

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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Khaio 7/10

C Commenti

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ozzy(d) alle 21:07 del 12 marzo 2009 ha scritto:

figli di otis redding? interessanti.....