R Recensione

6,5/10

von Stroheim

Sing for Blood

Luogo curioso il Belgio. Incastrato tra Francia, Lussemburgo, Olanda e Germania, è noto per essere una terra multinazionale, sede delle principali istituzioni europee, e al contempo per le sue fratture territoriali, a partire dal conflitto tra la comunità fiamminga e quella dei valloni. Per dire, se vai a Bruges e ordini una birra in francese, aspettati delle occhiatacce. Deve avere una sua anima scura, il Belgio: basti pensare al bel “Calvaire” di Fabrice du Welz per uno scorcio su un countryside per nulla ridente.

I von Stroheim (spin-off dei LAS Vegas, da cui provengono il chitarrista Raphaël Rastelli e la vocalist e addetta a samples, tastiere e theremin Dominique Van Cappellen-Waldock) confermano la predilezione per atmosfere scure e minacciose, inscenando, nel loro “Sing for Blood”, una sorta di rituale sabbatico auto-definito come “cinematic doom” (etichetta legata ai sample cinematografici sparsi qua e là). Licenziato dalla Navalorama Records, giovane etichetta di Bruxelles, l'Ep riporta alla mente degli Amon Düül II in salsa stoner, procedendo entro un registro di riff massicci e litanie stregonesche. Nella prima “The Tree” la Waldock solca la chitarra granulosa di Rastelli con un approccio a metà tra lo ieratico e il febbrile (Lydia Lunch che incontra Renate Knaup-Krötenschwanz), per una sorta di sguaiato e traballante lirismo, cui fa' da sfondo sonoro un ipnotico e denso riff sludge, protratto fino allo sfinimento. “Sacrificial Lamb” è una sorta di post-rock gotico espanso, a base di intarsi decadenti delle chitarre e linea d'organo -e poi di theremin- che si insinua sinistra tra le tessiture, il tutto saldato dal drumming elegante ed essenziale del batterista Christophe Van Cappellen. “In Her Loneliness” torna ai droni spessi di chitarra elettrica, lasciati a sfrigolare in addensamenti minimalisti mentre il lamento della Waldeck si libra sui patterns geometrici di batteria, in costante interazione con una chitarra che colma perfettamente -col suo approccio timbrico/ritmico- l'assenza del basso. Si chiude con la rarefatta ed orrorifica “Pale Man”, in progressivo surriscaldamento fino allo spegnersi in vaghi riverberi.

Dotato di un suo fascino gotico, questo “Sing for Blood” riesce nell'impresa di unire velleità ambient con elementi propri del metal alternativo e della psichedelia heavy, per un impasto magmatico e scomposto, e allo stesso tempo incredibilmente compatto. Bene così, vista la natura di “assaggio” dell'Ep, ma la fregatura è dietro l'angolo: può reggere questa roba -sviluppi monotoni e ripetitivi, strutture semplici e piane- in long playing? Per ora l'obiettivo di incuriosire è stato raggiunto. Poi si vedrà.

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