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R Recensione

7/10

American Football

LP3

C’è un preciso momento, in “Silhouettes”, dove si certifica la traumatica cesura fra sogni adolescenziali ed età adulta, fra l’iconica mansarda di una casa dell’Illinois e le brume indaco di un panorama indistinto: Mike Kinsella mormora il proprio lamento sopra l’ombra di un tradimento mai metabolizzato (“Oh, the muscle memories / Continue to haunt me”) e, nella frazione di un secondo, la fitta texture di arpeggi chitarristici prosegue nella sua corsa verso il nulla, scostandosi impercettibilmente dallo stratificato arrangiamento di glockenspiel e archi (il violino è di Kristina Dutton) e creando un effetto di stridente dissonanza. Li si vedono chiaramente, quei fantasmi, i segni dei denti sulle coscienze dei protagonisti, spettri di una vita trascorsa e, seppur finita per sempre, ancora perturbante. È il contatto, la presa di coscienza: la prima di molte.

Si attribuisce al Marquez de L’amore ai tempi del colera l’abusatissima massima Non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta. Come tutti i precetti di buon senso, è facile a dirsi, difficilissimo a farsi. Come si riesce ad essere pienamente grati per qualcosa che si sa già non tornerà mai più? La giovinezza: i primi amori; la testa sgombra dai pensieri; la salute (nella conclusiva “Life Support” balena tutto questo). A rimanere sono i polverosi simulacri del passato, le fatiche di chi guarda al futuro con la consapevolezza di quanto è difficile stare al mondo (“Sensitivity deprived / I can’t feel a thing inside / I blamed my father in my youth / Now as a father, I blame the booze / I have become uncomfortably numb”, sono i primi versi di “Uncomfortably Numb”). “LP3” non è, come il precedente “LP2”, un disco di transizione: è un disco sulla transizione. “Forever has to wait / The clock on my wall / Is stuck on yesterday / All the ballads you sing to me / One by one / Slip into a minor key”, canta Kinsella in “Every Wave To Ever Rise”, prima che la delicatissima voce di Elizabeth Powell dei Land of Talk riassuma, con scafata saggezza, il segreto dei segreti: “Truth or dare / Love is the cross you bear / J’ai mal au cœur / C’est la faute de l’amour”.

American Football” era il dolceamaro crepuscolo dell’adolescenza: “LP2”, il rewind malinconico e sensibile di chi aveva lasciato un romanzo a metà. “LP3”, che arriva ad appena tre anni di distanza dal precedente capitolo (sottolineando così la naturale continuità dell’esperienza American Football), è l’opera più meditativa e, ce lo si conceda, femminile del quartetto di Urbana, Illinois. “Femminile”, qui, non è un concetto di genere (anche se la presenza vocale aggiuntiva delle tre ospiti si fa sicuramente sentire) né tantomeno termine dalla connotazione dispregiativa: è, piuttosto, un diverso modo di vivere ed intendere queste nuove composizioni, più assorto ed acuto, a tratti profondo, dalla complessa rarefazione (gli arrangiamenti, spesso ambientali, sono a dir poco proteiformi) e al contempo dall’inusitata solidità (fermo e definito è il tocco dell’ottimo Steve Lamos, già dall’entrata in scena in “Silhouettes”, passando per i granitici quarti a rinforzare gli armonici di “Uncomfortably Numb” e gli schemi ritmici jazzy di “Heir Apparent”, infiltrati da folate di flauto e cascatelle pianistiche). Sono, se si vuole, gli American Football che riflettono sulla propria eredità, ricodificandola in forme dall’andamento più lineare e dalle cromie più intense. Magnifici sono, ad esempio, i milioni di riflessi che balzano fra i twang delle chitarre di “Every Wave To Ever Rise” (ritornello struggente), prima di una lunga coda strumentale che sfila, immota, tra slowcore e shoegaze: impeccabili i contorni pop di “Uncomfortably Numb”, con la voce ruvida e imperfetta di Hayley Williams dei Paramore a controbilanciare il vibrato di Kinsella; e pervasa da un nuovo pathos, urgente ma trasognato, è la galoppata dreamy-funk di “I Can’t Feel You”, impreziosita dall’etereo controcanto di Rachel Goswell degli Slowdive.

Si inizia sospirando: a metà ci si immerge in una lunga e vermiglia meditazione post rock (“Doom In Full Bloom”) che, sul finale, riesce nell’impresa di creare il ponte perfetto fra neoprog e midwest emo; si finisce, poi, gli occhi offuscati dalle lacrime, sui tremolanti arpeggi della drammatica “Life Support” (vagamente riecheggianti un’altra pagina da manuale per cuori infranti, la “Let Down” dei Radiohead), dove il violoncello di Mic Vredenburgh colma vuoti e reticenze della minimale narrazione kinselliana (“Disappointment and grief come easy / Forgiveness is a mystery”). Non è il riassunto del disco perfetto: è quello del disco di cui più avevamo bisogno in questo momento. Gli American Football sono tornati per rimanere.

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FrancescoB alle 17:04 del 8 giugno ha scritto:

Bellissima recensione Marco. Recensione che condivido sotto ogni profilo, giudizio compreso.