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R Recensione

4,5/10

Plate Six

Battle Hymns For A New Republic

I Plate Six, trio di Birmingham, Alabama (David Hickox, voce e chitarra elettrica: Darryl Jacks, chitarra elettrica; Brad Davis, batteria), pubblicano il 1° febbraio di quest’anno “Battle Hymns For A New Republic” (Goodfellas), che risulta essere un’opera ambigua e potente allo stesso tempo, una miscellanea molto ambiziosa, fra ingranaggi di violento post-core, arrangiamenti in salsa emocore, senza dimenticare i vari inserti che strizzano l’occhio al rock melodico da classifica. Inevitabilmente, questa mescolanza porta ad un bivio: il vicolo tortuoso, che porta all’incomprensione generale e, conseguentemente, al capiente cassetto del dimenticatoio, oppure la strada curata e luminosa, che conduce alla fama, alla gloria, al trionfo, agli applausi. Una conoscenza più completa dell’album si ha, comunque, solo con un ascolto attento ed approfondito: iniziamo quindi a fare un track-by-track.

L’apertura è affidata al feedback, acuto e stridente, di “Hymn For Shedding Rust”, un preludio inquieto e tartassante, una sorta di apocalittica voragine, che apre la strada a “As The Pinson Turns”, brano che coniuga la spigolosità vocalica tipica dell’hardcore (toni sostenuti, screaming frequenti) con l’accondiscendenza ritmica delle due chitarre, impegnate in un dialogo che scorre, fluido, in territori diametralmente opposti fra loro (il progressive e l’emocore). Anche nella composizione seguente, “Concrete Mouth Of Safety”, si dà molta importanza allo scambio di battute che avviene fra le chitarre: ma il tutto viene rovinato, in modo abbastanza brutale, dalle parti vocali, sconsideratamente in ritardo e in completa dissonanza con la doppia cassa martellante della batteria.

Si passa oltre: arriva “Red: The New Black”, una sorta di spartiacque sonoro, che prende spunto, a piene mani, con conseguenze non sempre piacevoli, dal repertorio dei 30 Seconds To Mars, aggiungendo un pizzico di cacofonia vocalica, nel maldestro tentativo di dare un’aria altolocata al tutto. Ma non c’è niente da fare: canzone dopo canzone, i Plate Six deludono platealmente le aspettative. “The Unmoved Mover” parte alla grande, con il suo drumming deciso e leggermente soffocato, ma questa positiva sorpresa sembra destinata a non durare: un coacervo di riff a cavallo fra il post-hardcore ed il progressive, impetuosi, vincenti e cavalcanti, devono purtroppo affrontare un tappeto di scivoloso emocore, condito dalla solita, fastidiosa ugola di Hickox (ascoltate le stonature…). Arriva la seconda tappa degli “inni di battaglia”: si tratta di “Hymn Of The Majuscule”, un’ambiziosa strumentale che riecheggia di rock acustico (The Doors su tutti) e classico emocore, una composizione finalmente ben bilanciata, riuscita in ogni dettaglio (magia, o solo la scomparsa del cantato?).

Ed ecco che la situazione sembra risollevarsi: compaiono i tempi dispari in “Losed”, l’emocore viene confinato ad una semplice copertura, mentre gli accordi di chitarra si incupiscono ed assumono un’aura maestosa. Il frontman si accorge che, invece di coprire il lavoro dei compagni con le sue urla sconclusionate, talvolta può limitarsi a cantare, accompagnando in modo armonioso lo svolgimento del pezzo. L’arpeggio di “Instant Fence”, canzone seguente, viene affiancato vigorosamente dall’apporto di Davis, preciso ed attento: eppure, quando il cantante si limita a suonare le corde della sua chitarra, la canzone non riesce a decollare, per mancanza di spinta creativa e di freschezza sonora, ed il tutto si dissolve in un feroce dialogo, che rimanda per certi versi agli Slayer, fra lo screaming e la chitarra impazzita. Ma ecco arrivare, sebbene anticipata, in negativo, dai suoi predecessori, la perla del disco, “The Unblinking Eye”, un viaggio, breve e conciso, fra nuvolosi scenari apocalittici, in una traversata tormentata in mezzo a folk, cattivissimo hardcore, numerosissimi attacchi progressive sovrastati da un sintetizzatore in piena funzione, drumming che inneggiano alla lotta per la libertà.

Si ha la sensazione di osservare tutto dall’alto, mentre a terra infuria una furiosa battaglia, piena di sangue, sudore, stanchezza, disperazione. Ed ecco che, a rimarcare il concetto, ci pensa “Hymn To Denunce Time” (l’ultima della serie), un’ennesima, breve strumentale, nella quale una chitarra strisciante sembra essere il suono che riporta l’attacco decisivo, contro lo schieramento nemico. Ciò avviene nel lunghissimo epilogo, “Maximalist Anthem” (oltre dieci minuti), un’emozionante cavalcata in crescendo, dove il progressive magmatico e ribollente della prima metà si mischia, non senza intoppi e malintesi, ad una seconda parte molto più accomodante, terreno assoluto per un rock un po’ confusionario, che cerca di strafare, alternando morbidi passaggi emocore a imperiosi stacchi post-hardcore. Alla fine, quello che resta è il sibilo di un feedback, lo stesso dell’apertura, un sibilo condannatore sia per i vinti sia per i vincitori.

Ed è questo il riflesso che si staglia contro il viso dell’ascoltatore. Salvo qualche rara eccezione, l’album si rivela essere ben presto un polpettone tenuto su alla bell’e meglio, a tratti inascoltabile, frutto di troppa superficialità, data da un’eccessiva self confidence. Se era un’occasione per fare il botto, è stata colta al volo, ma in senso diametralmente opposto: perché il botto si è sentito a terra, con inequivocabile fragore. Assolutamente bocciati: finiranno nel cassetto del dimenticatoio? La risposta che ci diamo è, per ora, affermativa.

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