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R Recensione

5/10

Volbeat

Seal The Deal & Let's Boogie

A differenza dei loro grandi ispiratori, i Metallica, che codificarono il loro suono nel quinquennio 1983-1988, i Volbeat di Michael Poulsen ci hanno messo solo due full lenghts (i primi due) per proporre una nuova formula in ambito metal e consolidarla in un pugno di grandi canzoni – nominalmente, quelle di “Rock The Rebel / Metal The Devil”. Il fatto che, al 2016, la loro discografia consti di sei capitoli è segnale di un’indiscriminata variazione ad libitum su temi e soluzioni iterati allo sfinimento e grossomodo sovrapponibili di lavoro in lavoro, con alcuni ottimi risultati (“Outlaw Gentlemen & Shady Ladies”) ed altri molto meno (“Guitar Gangsters & Cadillac Blood”, “Beyond Hell / Above Heaven”). La domanda, per i cultori della materia, è molto semplice: c’è qualcosa di nuovo che lo straripante “Seal The Deal & Let’s Boogie” (tredici brani per cinquantatré minuti di musica, diciassette per oltre un’ora nell’edizione deluxe), giunto dopo tre anni di silenzio studio, possa aggiungere alle coordinate ampiamente settate nel recente passato? La risposta è: naturalmente no. O forse sì: i Volbeat si sono stancati delle distorsioni troppo accentuate, delle zuccherose melodie heavy-a-tutti-i-costi, delle chitarre sibilanti come contrappeso al Cash meets Danzig che è lo straordinario ibrido vocale (sempre in gran forma) di Poulsen. E allora, “Seal The Deal & Let’s Boogie” è, essenzialmente, un disco rock.

Come forse si ricorderanno i due lettori manzoniani dell’epoca, vidi i Volbeat dal vivo una volta, a Rho, cinque anni fa, in un bill sgangherato che vedeva i System Of A Down come headliner (a proposito di ritorni senza alcun senso…). Fu un grande concerto, l’unico convincente dall’inizio alla fine. Mi colpisce pensare che prima di loro suonarono gli Anti-Flag, storico gruppo melodic punk di Pittsburgh. Oggi, ad ascoltare il blocco centrale della tracklist, le proporzioni sembrano invertite: Poulsen si cala nei panni dell’eroe pop punk senza macchia e nulla da perdere nel country-folk vitaminizzato di “Let It Burn” (con un esuberante assolo in tapping di Rob Caggiano che trasuda nostalgia per gli Anthrax da tutti i pori), nello street rock di “Black Rose” (Danko Jones c’è, ma non incide), in un’elementare “Rebound” (cover degli sfortunati Teenage Bottlerocket: come dei Blink 182 vissuti al tempo del boogie) e nelle slide da stadio di “Mary Jane Kelly”. Apprezzabile il coraggio, modestissima la resa. D’altronde, già al terzo pezzo – una “For Evigt” dal singalong infinito, che riproduce, per l’ennesima volta, lo schema del pezzo tirato romantico à la “Lola Montez” o “The Garden’s Tale”: anche il featuring vocale è lo stesso, Johan Olsen dei Magtens Korridorer – si capisce che di assi nella manica, questa volta, ce ne siano pochi: giusto l’heavy metal crooneristico di “The Devil’s Bleeding Crown”, lo splendido ritornello elettrico-acustico di “Marie Laveau”, le stonate cornamuse di Henning Skovskjalden su “The Loa’s Crossroad” o l’hard’n’heavy motörheadiano a rotta di collo della title track.

Basta un ascolto per imparare a memoria ogni singolo brano – una potabilità portata all’estremo, che il fulmineo omaggio thrash di “Slaytan” non riesce affatto a camuffare. Posto che i Volbeat sono gli AC/DC della loro generazione, e che nessuno si sognerebbe mai di pretendere da Angus Young qualcosa in più del suo solito pezzo, ai cultori della materia si pone una seconda questione: i brani di “Seal The Deal & Let’s Boogie” sono almeno buoni? La risposta, questa volta, è priva di ambiguità: no.

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