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R Recensione

6/10

Baroness

Blue Record

Ut pictura poësis. Orazio, a vedere i Baroness, si fregherebbe le mani, tutto contento. Ecco arrivare (di nuovo?) il gruppo che scrive concept album senza saperlo, dicotomizzando un poema epico rapsodato in note sulla scia della staffetta acustico-elettrico e permettendosi il lusso, a seguire, di variare l’orientamento cromatico dell’artwork (idealizzato dal cantante e chitarrista John Dyer Baizley) in simbiosi con la modifica dell’impronta umorale – o del mood, se volete aggiornarvi al passo coi tempi – dei pezzi stessi, dapprima frustati da lisi assedi post-core svisati con naturalezza lungo l’incandescente sipario del “Red Album”, ora in abdicando verso l’impronta di una decade, quella dei Seventies, che pare aver impregnato sino in fondo gli atomi del disco della sua essenza, del suo odore, della sua consistenza.

Diversificazione di pura giocoleria sullo stampo del classico riff NWOBHM  - perché, ricordiamolo, anche gli artigiani del Nuovo Millennio globalizzante si basano sui vecchi stilemi – che sfregia fiumane di delicati arpeggi in dissolvenza: indicazione fin troppo conosciuta, oramai. Marchiana defaillance risulterebbe, dopotutto, inserire a forza il quartetto americano, che ancora tutti si ostinano a classificare come sludge (?!?) nel contesto del grande metal sperimentale figlio, valga una triade sopra ogni altro, di Yakuza, Isis e maudlin of the Well: rinunciando alle sconfinate ambizioni già ampiamente sciorinate nell’esordio, qui ci si accontenta di edificare, con passione ed umiltà anche maggiori, una bella storia stratificata in più atti, dalle cangianti striature ma, fondamentalmente, non troppo dissimile dall’idea – riempitela, a vostra discrezione, di prog, hard rock, southern rock – che avrebbero potuto portare a compimento mostri sacri come Blue Cheer o Led Zeppelin. Lo stesso suono, infatti, sembra accartocciare pensieroso le sporgenze più pronunciate per incrementare il coefficiente attivo della sezione strumentale, sempre più hard e sempre meno metallica: gli altri, quelli dotati di M maiuscola e a loro tempo grande fonte da cui dissetarsi, vengono confinati in pertugi ben definiti e sovente interrotti da ascendenti cascate blues (“The Sweetest Curse”). Il primo nome che salta all’orecchio, però, anche senza ingerenze esterne, è quello dei Mastodon. La band di “Pendulous Skin”, in particolar modo, anche se nel magma volano folate di “Leviathan”, concisione stoner alla Torche e pragmatico titillare sulle pentatoniche (“Jake Leg”).

Sarà il timbro di Baizley, il particolare approccio alla materia arpeggiata o, più concretamente, diretta ispirazione, ma il paragone non si scampa. Né, d’altronde, ci sarebbero buoni motivi per farlo, visti i buoni risultati comunque conseguiti (tiratina d’orecchie, detto ciò, per “War, Wisdom And Rhyme”, davvero impressionante per affinità). L’unica complicazione, a cui i Baroness dovranno presto trovare una convincente risoluzione, è la terribile ridondanza da pathos eroico che qualche pezzo, come “O’er Hell And Hide”, si trascina dietro in una pantomima di magniloquente furore che non scuote nessuno – e d’altro canto, perdonatemi, la classe di canzoni come “Orion”, voi ben sapete a chi mi riferisco, difficilmente si potrà emulare –. Decisamente migliori i risultati, sebbene privi di una personale autocoscienza, che si ottengono staccando gli amplificatori ed accentando i piedi più intimistici ed acustici. Il terzetto “Bullhead’s Psalm” – “Blackpowder Orchard” (stupefacente) – “Bullhead’s Lament”, unito da un filo logico che si dipana attorno all’obiettivo comune dell’evocazione, accende tuttavia lo strappo di maggior portata con “Steel That Sleeps The Eye”, qualcosa che non può essere compiutamente definito ballata ma che, piuttosto, ricorda le armonie vocali dei Beach Boys stese sulla caligine del freak-folk più intenso. Riprendendo forza in “Ogeechee Hymnal”, sanguigna summa hard-blues del tema principale, e chiudendo i conti con “The Gnashing”, in chiusura, la sola a difendere la guerresca mentalità dell’arrembaggio heavy regolato da asettici grattuggiamenti hardcore: il past sorretto dal post, Di’ Anno a cena con Matt Pike.

Il che, come si suol dire, suona onesto e frizzante, avete ragione, ma al contempo retrodatato e sottomesso alla lezione dei maestri. Ottimo come corollario della musica pe(n)sante rivista a quarant’anni di distanza con tecnica, ispirazione e varietà differenti, di quelli che un giorno verranno studiati come riusciti rifacimenti to the golden age: incastonato, però, come accessoria chincaglieria, tra pepite di assoluto valore. Relapse ha decisamente fatto di meglio.

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Voto degli utenti: 6/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Luca Minutolo (ha votato 8 questo disco) alle 8:37 del 12 novembre 2009 ha scritto:

Un album che cresce sempre di più ad ogni ascolto.

Inizialmente è molto dipsersivo, ma dopo ripetuti ascolti tutti i piccoli tasselli che lo compongono tornano al loro posto, mostrando un album di una maestosità e classe fuori dal comune...I Baroness sono un gruppo che deve ancora affilare bene le proprie armi, e con questo album hanno dato l'impressione di essere sulla buona strada. In fondo questo è solamente il loro secondo album....

Ivor the engine driver alle 12:54 del 12 novembre 2009 ha scritto:

a me invece è sembrato voler andare in troppe direzioni, e i rimandi a certi gruppi sono talmente palesi che si rischia il plagio. Poi ovvio che è un'impressione di due/tre ascolti (di sti tempi so pure tanti), ma la terza volta non sono quasi riuscito ad arrivare in fondo. Boh sarà che anche il precedente non mi aveva fatto gridare al miracolo.