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R Recensione

6,5/10

Colour Haze

We Are

Da sempre trovo che, vicinanze cronologiche a parte, esista una sorprendente analogia formale tra i Colour Haze e i Motorpsycho: di entrambe le formazioni si può dire che abbiano forgiato un loro personalissimo suono e siano delle assolute istituzioni nel loro genere, eppure, a vederle da fuori – assai meno sovraesposte mediaticamente di quanto avrebbero meritato, nonostante una sostenuta prolificità discografica e con uno zoccolo duro di fan rimasto pressoché invariato nel corso degli ultimi decenni – non lo si direbbe. In particolare, il relativo silenzio che ha avvolto la creatura di Stefan Koglek, capace di rigenerarsi, dopo un avvio di decennio non all’altezza dei fasti qualitativi d’inizio millennio, con la pubblicazione dell’ottimo “In Her Garden” (2017) e, appena qualche mese fa, del tredicesimo full lengthWe Are” (2019), grida a dir poco vendetta. Ai fini della popolarità non sarà certo molto, ma a questo punto ogni mezzo è buono per avvicinare ai tedeschi nuovi ascoltatori, o almeno provare a farlo: si interpreti così questo ripescaggio in extremis.

Dicevamo di “In Her Garden”: disco-erbario ambizioso, eterogeneo, coloratissimo e certosinamente arrangiato. “We Are” sceglie da subito di imboccare una strada meno appariscente, accantonando momentaneamente archi ed ottoni per virare nuovamente verso la dimensione della jam prog-stoner in libera uscita. Scelta solo apparentemente al ribasso, perché, oltre alle indiscusse capacità tecniche, ad essere rimasto quasi del tutto indenne al passare del tempo è il dono raro di imperniare le lunghe improvvisazioni strumentali attorno a melodie di pungente bellezza (anche quando, come nel caso di “I’m With You”, lo spazio di affrancamento dagli schemi di genere è minimo). Inaugurate le danze con i riff inventivi e il secco groove funk della title track (Julia Rutigliano compare, in coda, ai cori), già nella successiva “The Real” la chitarra di Koglek, rinterzata dall’Hammond settantiano di Jan Faszbender, si invola su una semplice quanto emozionante fuga indie-hard rock a tre accordi: la tendenza esplode poi compiutamente nella splendida “Be With Me”, una spuria cavalcata motorpsychedelica con tutti i crismi scontornata dal flauto di Florian Riedl, dove sembra di risentire all’opera il perfetto sposalizio di raffinatezze progressive e intensità indie che aveva caratterizzato il sottovalutatissimo “Behind The Sun” (2014) dei norvegesi di Trondheim. Un po’ più deboli del previsto per estensione e tenuta sono, piuttosto, le sezioni cantate di Koglek, in leggera difficoltà nelle rade pause vocali della trascinante “Life” (ecco a che libro paga sono i Sacri Monti…) e, in maniera più evidente, nel blues semiacustico à la Robby Krieger di “Material Drive” che, forse, avrebbe potuto essere inciso in sola versione strumentale.

Piccoli, fisiologici punti deboli dell’ennesimo buon disco di un gruppo che, nel suo non inventare nulla, è riuscito a rendersi perfettamente riconoscibile. Gli amanti del genere ancora all’oscuro provvedano il prima possibile a colmare la lacuna.

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