R Recensione

9,5/10

Deep Purple

Machine Head

Trattandosi di disco popolarissimo, soprassiederei per una volta alle filippiche di inquadramento storico, immissione nel contesto, genericità varie in favore di un più circoscritto esame tecnico e strutturale. I musicofili più esoterici ed istintivi cortesemente abbozzino… del resto che proferire ancora di storico e di culturale, di generico e di sentimentale che non sia già stato scritto e letto mille volte su quest’opera? Ecco:

Highway Star” fa partire in tromba l’album, con le scariche di chitarra di Ritchie Blackmore sopra un mare di Hammond e la sezione ritmica già in piena spinta: tutto (de)merito del drastico intervento sul nastro magnetico deciso in fase di masterizzazione, con l’eliminazione dell’agganciante assolvenza iniziale, concepita da subito per questo brano e comunque sempre riproposta dal vivo.

 Lo scopo era probabilmente di compattare maggiormente il pezzo e limitarlo a sei minuti: un errore, uno dei tanti motivi (ce ne sono di più importanti, ovviamente) per i quali la versione live su “Made in Japan” di questa canzone è tremendamente più efficace. Per la cronaca, i Purple fecero in qualche modo ammenda di questa scelta dodici anni dopo, in occasione del disco della ricostituzione “Perfect Strangers”, dotando il brano di apertura “Knocking At Your Backdoor” di un prologo molto simile per concezione.

Il giovane, focoso e potentissimo Ian Gillan si annuncia quasi subito con un vocalizzo in falsetto a portamento dei suoi, dopodiché aggredisce i centosessanta ed oltre quarti per minuto a cui viaggiano i suoi compagni digrignando, col suo migliore timbro acido e moderatamente blues, la solita ode alla strada, alla velocità, al motore che romba e al senso di libertà e onnipotenza che si prova in quei frangenti. 

Due strofe e la canzone modula di una quinta sopra, distendendosi leggermente per mettere in evidenza una melodia d’organo dal sapore orientale, la quale però ci mette un attimo ad impennarsi e ridiscendere forsennatamente, più volte, in uno strettissimo arpeggio Bachiano, ortodosso quanto spettacolare in quel contesto, che va poi a dissolversi in un treno di idiosincratici e corali stacchi in levare, atti a generare uno stato di attesa per un’altra strofa puntualmente eseguita da Gillan.

Al suo termine viene al proscenio il chitarrista, il quale comincia in maniera del tutto tradizionale manovrando all’interno della pentatonica blues, poi il suo fraseggio si impenna quando la ritmica prende a spostare  accordi e toniche e il canto della chitarra solista si fa oltremodo ficcante, brillante, compiuto. Dopo due giri, ulteriore innalzamento di intensità ed apoteosi: Blackmore gioca colla sola corda più sottile della Stratocaster, pennandovi vorticosi sedicesimi strutturati a terzine che cambiano a gruppi di otto, legate insieme dal Mi della corda suonata “a vuoto”. A quel punto l’efficacia melodica (sempre di ispirazione Bachiana) si lega indissolubilmente alla componente virtuosistica (specie per i tempi… i plettratori di generazione più recente sono capaci di ben altro, dal punto di vista tecnico) ed al pionierismo culturale assoluto e seminale (Paganini che suona rock blues, è questa la sintesi allora inedita).

C’è ancora tempo per una mitragliata di terzine discendenti, stavolta in dodicesimi, e per un’ultima parte “defatigante”, col rientro nell’originaria scala blues, prima dell’uscita ad effetto con una serie di vigorosi colpi alla leva del tremolo. La canzone prosegue con una quarta ed ultima strofa, il ritornello della quale viene reiterato a costituire l’incendiario finale. L’ultima piattata di Paice conclude questo numero fra i più accreditati e considerati al mondo come veicolo per bramare, esercitare, valutare, migliorare, raggiungere e gustare la propria abilità chitarristica. E’ la superficiale, epidermica, popolare, accessibile, impagabile genialità dei Purple al suo zenit.

Il pezzo che segue “Maybe I’m A Leo”, fa inevitabilmente la modesta figura della cosa normale messa dopo il capolavoro, dando sensazioni da riempitivo. Si appoggia su uno di quei riff del bassista Roger Glover, un po’ legnosi, trovati sulla tastiera più per inerzia geometrica che per concepimento melodico. Il Leone del titolo è lo stesso Gillan (nato il 19 agosto), che si occupa di scrivere le liriche che deve cantare. Jon Lord il tastierista ed il suo chitarrista si scambiano competenti assoli e poco altro succede…è l’episodio meno interessante dell’album.

Di ben altro fascino “Pictures Of Home”, gioiellino non si può dire nascosto data la diffusione di queste musiche, ma insomma sottoesposto nella produzione Purple. Mastro Paice erompe con un’eruzione di timpani, cassa e piatti sulla quale, senza soluzione di continuità, il suo chitarrista si esprime con un riff profondo, elaborato ed elegante. Gillan vi canta sopra tranquillo, senza urlarvi affatto, dopodiché passa la mano agli altri solisti, prima Lord col piano elettrico, poi un arzigogolato ma ficcante Blackmore, infine persino Glover, con un’ascesa cromatica ed una successiva discesa in minore di godibile efficacia. Dopo uno stop&go la canzone sfuma con un’ipotesi di jam session e la chitarra libera di svisare.

Never Before”, a giudizio di tutto il gruppo, era vista come la degna erede di “Black Night” e di “Strange Kind Of Woman” e fu subito pubblicata come singolo. Fece un notevole e inopinato buco nell’acqua, al contrario dei suoi predecessori. Perché? C’era molto di meglio da estrarre dal disco, ma questo si poteva dire anche per i singoli precedenti… diciamo che il pezzo non è molto scorrevole, il riff è originale ma un po’ troppo caracollante, e il ritornello liberatorio non così accattivante melodicamente.

Nessuno di loro ebbe lì per lì il minimo intuito che il pezzo giusto, the big one, il simbolo di una carriera, il passaporto per l’eternità, la rendita fruttifera per le intere loro vite stesse lì a un passo, semplicemente alla traccia successiva… quei quattro minuti che raccontano l’incendio del casinò di Montreux durante il concerto di Frank Zappa. Eppure fu la prima canzone affrontata nelle sezioni di registrazione dell’album, cominciate dopo una sistemazione di fortuna dentro un teatro del centro città. Narra la leggenda che la base ritmica di “Smoke On The Water”, basso chitarra organo e batteria, fu realizzata mentre gli inservienti del gruppo, i roadies, erano impegnatissimi a premere sul portone del teatro per tenerlo chiuso ed impedire alla polizia, richiamata dalle denunce per fracasso di molti vicini, di farvi irruzione! I ragazzi riuscirono nell’intento, quella take che stava venendo bene non dovette essere interrotta ed il gruppo poté giudicarla “buona” e rifinirla con calma, aggiungendovi voce e assoli, una volta trovata una nuova sede per registrare nel più isolato e temporaneamente sgombro Grand’Hotel appena fuori città, in quel periodo in ristrutturazione.

E’ arduo stare a scervellarsi su cos’abbia di tanto speciale questo numero di ordinario e rotolante rock in mid-tempo, rispetto a mille altri altrettanto ordinari e molto meno fortunati: è andata così, la storia è storia… il riff di quattro note genialmente semplice (anche l’attacco della Quinta di Beethoven lo è, del resto) è come si sa il più celebre in assoluto del rock tutto. Col risultato che, percorrendo il lungomare di Montreux, vi si può incontrare due sculture: una è la statua di Freddie Mercury in posa col braccio alzato ad arringare i fans (i Queen hanno ivi risieduto a lungo e registrato diversi lavori… anche per limitare le tasse) e l’altra è la lapide posta nei pressi, con sopra scolpiti il nome Deep Purple, il titolo di questa epocalissima canzone e lo spartito delle prime quattro battute del suo illustre riff di chitarra.

Dal punto di vista della consistenza strumentale, dell’estro, del “tiro”, della voglia e gioia di suonare la seguente “Lazy” è di ben altro spessore: sette minuti e rotti con i cinque giovanotti che suonano insieme divertendosi un mondo e divertendo chi ascolta, compiaciuti della reciproca abilità ed ispirazione. Questo esteso boogie prende le mosse da un prologo di Jon Lord, il quale gioca col distorsore attraverso il quale passa il suono dell’organo, prima di impostare ritmo e groove del brano, raggiunto da Blackmore e poi dagli altri. Tutto funziona e tutto è carico di swing, dal riff “cantato” all’unisono dagli strumenti, pieno di sospensioni e spostamenti di tono, al canto rilassato e “pigro” di Gillan. Il chitarrista be-boppa a lungo e in libertà alla sua maniera sulla Stratocaster, infilando pletore di semitoni di passaggio, rapidi e gustosi, in un fraseggio molto stretto ed agile; Lord non gli è da meno in pirotecnie assortite e la canzone rotola fino al suo finale cadenzato ed ortodosso, mantenendo encomiabile ispirazione e senso del divertimento.

Al rock molto più pachidermico, ma in qualche modo funky di “Space Truckin”’ è delegata la chiusura finale. E’ sostenuto da un riffone cromatico discendente nel tipico stile di Roger Glover, poco geniale ma assai funzionale, e spinto in avanti dalla infervorata performance del cantante.

La resa sonora di “Machine Head” è rotonda e mediosa, in particolare se la si confronta con quella del precedente capolavoro “In rock”, opera che giudico molto migliore (anche) timbricamente grazie ad una maggiore ruvidezza e presenza, fattori questi che donano al superficiale, fine a se stesso, eppur brillantissimo e tonificante hard rock dei Deep Purple il suo migliore vestito.

In ogni caso, come è del resto noto a quasi tutti, il perfetto suono di questo seminale quintetto si trova (insieme a molte altre qualità) su quel disco dal vivo registrato in Giappone nello stesso anno 1972, l’anno d’oro dei Deep Purple.

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Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 20 voti.
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bart 7,5/10
B-B-B 9,5/10
Lelling 9,5/10
luca.r 5,5/10
Lepo 10/10

C Commenti

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bart (ha votato 7,5 questo disco) alle 11:50 del 17 dicembre 2013 ha scritto:

Bello ma un pò sopravvalutato. Come disco in studio è certamente meglio In Rock e brani come

"Higway Star", "Lazy", "Space Truckin" e "Smoke On The Water" sono migliori nella versione di Made In Japan.

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 8,5 questo disco) alle 15:56 del 17 dicembre 2013 ha scritto:

Un classico del Rock e della discografia purple. Concordo su Maybe I'm A Leo come brano meno riuscito, sebbene alla fine anche quello si faccia ascoltare senza molti problemi. Vista l'indubbia migliore resa live di molti dei brani del disco, direi che il capolavoro vero e proprio qui è Pictures Of Home, una bella cavalcata con ottima prestazione da parte di tutti.

Che peccato che all'epoca scelsero di lasciar fuori la splendida When a Blind Man Cries, pubblicata solo come b-side del singolo Never Before se non sbaglio. Per fortuna nelle successive riedizioni in cd ce l'hanno messa. Inferiore a In Rock e a Made in Japan, ma dopo quelli viene questo. Poi Burn, In Concert 70-72, Live in London '74, Perfect Stangers, Olympia '96... fino all'ultimo Now What. Tanta roba. Ottima recensione come sempre, tanta roba anche quella.

bart (ha votato 7,5 questo disco) alle 18:06 del 21 dicembre 2013 ha scritto:

Io ci aggiungerei anche ilo sottovalutato "Concerto for Group and Orchestra". Un live del 1969 registrato assieme alla Royal Philharmonic Orchestra di Londra.

zagor alle 14:03 del 26 dicembre 2013 ha scritto:

fantastico anche quello infatti!

motorcity5 (ha votato 8 questo disco) alle 14:41 del 19 dicembre 2013 ha scritto:

Preferisco anche io "In Rock", ma "Highway Star" è stratosferica.

luca.r (ha votato 5,5 questo disco) alle 16:58 del 18 gennaio 2018 ha scritto:

a differenza degli altri grandi hard rockers degli anni 70's (Zeppelin e Black sabbath in primis) i dischi in studio dei deep purple mi hanno sempre fracassato i maroni. Questo non fa eccezione

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 9:28 del 20 gennaio 2018 ha scritto:

Mai amato la band in modo particolare, questo a mio avviso siede comodo fra i suoi lavori più significativi in ogni caso.