R Recensione

8/10

Free

Fire And Water

Questo quartetto (1968-1973) si può definire come uno dei gruppi minimalisti della storia del rock, grazie a uno stile asciutto ed economo, fatto di pochi e ben congegnati “colpi” ritmici di chitarra e basso, con conseguente notevole spazio sonoro in cui far risaltare la voce e gli assoli strumentali. Una formula efficace adottata ad esempio, pur se in generi completamente differenti, anche da gente come Police e Red Hot Chili Peppers.

Alla formazione bastavano dunque pochi e dosati ingredienti per confezionare del rock blues pieno di personalità. Il primo di essi lo forniva il batterista Simon Kirke pestando con regolarità e forza in tempo medio, senza fronzoli e senza avventure, dopodiché attorno a lui basso e chitarra si inpegnavano in ingegnose figure sincopate e reiterazioni ritmiche nelle quali i “vuoti”, le sospensioni sonore, avevano la stessa importanza dei “pieni”. Il compianto chitarrista Paul Kossoff poi annetteva tale economia esecutiva pure agli assoli, strutturati in lunghissime note e ripetuti licks, d’altro canto presi sempre con gusto, ferocia e calore unici ed entusiasmanti: ancor oggi questo talentuoso e folle musicista viene perfettamente ricordato e citato dagli addetti ai lavori, a trentadue anni dalla sua prematura scomparsa causata dalla solita malaugurata mancanza di cura di se stessi, tramite abusi di droghe e di alcool.

Detto del chitarrista, il bello dei Free stava nel fatto che anche gli altri due musicisti a cui il buon Kirke forniva il tempo erano a loro volta dei fuoriclasse. A cominciare dal bassista enfant prodige Andy Fraser, ancora diciottenne all’uscita di questo che è il terzo album della formazione, il quale sfruttava la solidità e linearità del suo batterista per allontanarsi dallo stretto ruolo ritmico e saltellare colle dita su e giù per la tastiera in veri voli pindarici, arricchendo di molto il contenuto dei brani in termini di melodia e di imprevedibilità.

Dulcis in fundo, l’allora ventenne cantante Paul Rodgers sfoggiava in questi solchi già una voce soul/blues matura, adulta, mobile, risoluta, sexy e non so cos’altro. Quello che è al presente il frontman dei Queen (!?) si trovava qui già a suo massimo agio, fra le ampie e generose pieghe di un rock assai appoggiato e dinamico.

Nella scaletta del disco troneggia inevitabilmente l’episodio posto in chiusura, quella “All Right Now” che gode della statura di super classico del rock, nell’empireo dei capolavori stranoti, iper coverizzati, super abusati in pubblicità e sigle televisive varie. Mai uscito di programmazione radiofonica dopo trentott’anni, pronto ad essere riciclato quando c’è bisogno di solare e coinvolgente rock populista, il brano si appoggia sui devastanti stacchi di chitarra di Kossoff, genialmente semplici nell’incastrarsi entro il procedere risoluto e metronomico di Kirke. È tale il “tiro” chitarra/batteria della strofa che il suo compositore Andy Fraser non ritiene opportuno entrare con il basso se non al momento dell’orecchiabilissimo, ruffiano ritornello.

L’esuberante creatività di questo musicista viene poi fuori al momento dell’assolo di chitarra, lanciato da un suo pattern epocale, di una libertà ritmico/melodica esemplare. Appoggiandosi ad esso, Kossoff si produce in note lunghissime e vibranti, sostenute da suono e tocco imperiali, disegnando strascicati arabeschi in metodica processione verso i superacuti. C’è poi il tempo per un’altra strofa e l’ultimo ritornello debitamente gorgheggiato dal focoso Rodgers, che manda le ultime invocazioni e rassicurazioni (“Va tutto bene ora…) alla pulzella oggetto delle sue mire sessuali.

Con la stessa formula e con gli stessi eccellenti risultati, benché meno commerciali, si muove l’altro capolavoro “Mr.Big”, che vede Fraser e Kossoff scambiarsi i ruoli, con il bassista che va in creativo assolo su un crescendo entusiasmante di chitarra, ancora e più che mai perfetto nella sua indemoniata semplicità.

Stesso rock blues cadenzato nel brano di apertura che intitola il disco, con l’arrabbiato timbro di Rodgers che si inerpica fino ai limiti superiori della sua estensione, mentre l’assolo di Kossoff stavolta è talmente obliquo e malato da sfiorare la psichedelia più acida. “Do You Remember” invece si discosta dal resto, essendo un uptempo assai macchinoso, con gli strumenti tutti in levare che faticosamente arrancano verso gli stacchi liberatori del ritornello. 

A perfetto intercalare fra questi quattro robusti midtempo stanno tre sapide ballate, malinconiche e animose, nelle quali gigioneggia incontrastato il vocione del cantante che, smessi prontamente i panni dello smargiasso sciupafemmine degli episodi più mossi, si cala nel tipico mood dell’amante rifiutato, lasciato, ingannato. La più bella di esse è la chitarristica “Oh I Wept”, un vero pianto d’amore nel titolo, nel testo, nell’interpretazione e nell’assolo di chitarra.

Condotta dal pianoforte elettrico (nelle mani del bassista) è invece la suggestiva “Heavy Load”, ed infine risulta più anonimo e scolastico, nella sua ricerca di rhythm and blues, un contributo di Rodgers che ha per titolo “Don’t Say You Love Me”.

Un bell’album di rock adulto perciò, maturo e consapevole, suonato e cantato nel 1970 incredibilmente da tre ventenni ed un diciottenne, tre dei quali veramente di notevole personalità, gli stessi quattro lungocriniti immortalati in copertina. Detto della brutta fine del povero Kossoff e… di Rodgers (nel senso che coi Queen lui non c’azzecca niente), c’è da aggiungere che Kirke è attualmente fermo, dopo la lunghissima stagione con i Bad Company inopinatamente interrotta proprio dall’ingresso di Paul nei Queen.

Per quanto riguarda infine Andy Fraser, esso si è da tempo chiamato fuori dal giro, dopo gli anni settanta e ottanta spesi nel tentativo di riciclarsi con una carriera solista o in altri gruppi. È un dato di fatto che dopo i Free, gruppo che deve a lui sensibile parte del suo mito, non ne ha, assurdamente, azzeccata una. Ad un certo punto ne ha preso atto e da quel momento si è messo a campare felicemente di rendita, soprattutto grazie alle royalties di “All Right Now”. Chi si accontenta gode. Che musicista, però.

V Voti

Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 12 voti.
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loson 8/10
REBBY 6/10
bart 7,5/10
B-B-B 8,5/10

C Commenti

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loson (ha votato 8 questo disco) alle 10:30 del 31 agosto 2008 ha scritto:

Altro strike per Pier Paolo: un ottimo disco indagato in ogni sfumatura con la consueta grazia e precisione. Complimenti vivissimi!

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 9 questo disco) alle 11:57 del 29 novembre 2009 ha scritto:

otima band

i Free dei primi dischi, fino al live Free Live! sono stati un'ottima band di rock-blues a tinte forti condito da alcuni ottimi spunti melodici, quasi un mix fra Cream e Led Zeppelin. Paul Rodgers aveva una voce pazzesca ed è uno dei pochi frintman ad averla mantenuta quasi intatta col passare degli anni.

nebraska82 (ha votato 8,5 questo disco) alle 10:17 del 7 ottobre 2012 ha scritto:

splendido.