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6/10

John Garcia

John Garcia

I think a lot of people, especially Josh Homme and Scott Reeder, expected us to fail, and we didn’t”: così John Garcia, storica voce dei Kyuss, si esprimeva recisamente sul nuovo carrozzone di rimpianti e rancori, i Vista Chino. Che in molti presentissero il disastro è vero: il disastro, infatti, c’è stato. E per la sua insincerità ontologica, e per la candida mediocrità della proposta, “Peace” era riuscito nell’impresa, negativa, di compattare eccezionalmente il fronte dei net: basti fiutare, a tal proposito, gli umori della stampa specializzata italiana ed internazionale, uno sciamante e quasi unanime peana di critiche. L’ottimismo di facciata di Garcia si è sgretolato non solo contro il muro del tempo (l’agente che con meno pietà ha affondato i colpi sulla tenuta fisica e vocale) e delle mode, ma anche contro evidenti limiti di scrittura e interpretazione che, a lungo andare, hanno marcato la differenza tra lui e l’amico-nemico Homme, decretandone dell’uno la sopravvivenza, dell’altro la grande notorietà – caso più unico che raro, in cui le capacità tecniche e personali si sono sposate con l’apertura al grande pubblico. Si tratta di una ripresa e di una schematizzazione di considerazioni che all’epoca avevano trovato più spazio argomentativo. Il buon John deve aver in qualche modo intercettato la mal parata e, in tal senso, è corso ai ripari, pianificando una contromossa: un disco compartecipato da colleghi e sodali, che raccogliesse quanto scritto e mai fissato nell’arco di molti anni, ma con un solo nome in copertina. Il suo.

Supremo atto di egotismo, “John Garcia” è la risposta a tutti i perché sollevati da “Peace” o, se si vuole, la più classica postilla correttiva ai primi attacchi di demenza senile. Presa coscienza dell’impossibilità di comportarsi come se nulla fosse accaduto dopo il 1993, il vocalist si riscopre demiurgo dell’hard rock, profeta dei riff elementari, entomologo della distorsione: e “My Mind”, allora (“What the hell are you saying? / Who the hell are you talking to? / Won’t you leave me alone? / Won’t you leave me alone?”), è il grido di guerra dell’homo canans, blues vitaminico per lupi solitari e sudici motel ai margini del deserto, con bassi a sovrastare le chitarre come nella storica “Green Machine” (ma con le sei corde lungi dall’essere parimenti cavernose). Nessun fronzolo, ghirigori ridotti al minimo. “Saddleback” colora di espressività punk i phaser dei Monster Magnet: la classicissima “Flower” è insozzata di mota southern, per la gioia degli amanti di Zakk Wylde; “His Bullets’ Energy” sono i Queens Of The Stone Age a metà ritmo (e a mezzo servizio), sovrastati dalla magnifica controparte di “Her Bullets’ Energy”, ballata cajun-delica – come i Jefferson Airplane in copula coi Grateful Dead – sfiorata dal tocco magico di Robby Krieger.

Rispetto ai Vista Chino, non c’è paragone: il disco è meglio suonato e Garcia appare nettamente più in forma, sebbene la voce qui e lì scivoli su tonalità troppo aguzze (su “All These Walls” si fa risentire il peso oberante dei quarantatré anni, numero non a caso simbolicamente nefasto). La cover – policroma e piena di groove – di “Rolling Stoned” dei canadesi Black Mastiff inaugura una serie di brani particolarmente riusciti, come lo stoner a dilatazione ritmica di “Argleben” (con un fuzz che sembra esplodere da un momento all’altro) e la gran prova di “Confusion”, straniante monologo interiore accompagnato solamente dalle sporchissime progressioni sludge di una chitarra ipersatura. Eppure, mai per un istante, si riesce a dimenticare quello che Garcia fu e che non sarà più: una voce talentuosissima al servizio di uno dei più grandi gruppi degli anni ’90. Il cipiglio di tale eredità, ideologicamente schiacciante, diviene corrusco in brani come “5000 Miles”, onesti e non disprezzabili, ma lontanissimi dalla magia dei Kyuss. Il calice da bere per una carriera costellata di troppi alti e bassi – e di discutibili avventure rivelatesi autentici vicoli ciechi – si fa qui, sembra, particolarmente amaro.

È bello, certamente, ritrovare un vecchio amico dato per disperso. Un po’ triste doverlo fare al bancone di un sordido bar di provincia, per rivangare i fasti dorati d’un tempo.

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