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R Recensione

5/10

Manic Street Preachers

Gold Against The Soul

Ogni disco dei Manic Street Preachers va contestualizzato, forse più di quanto non si debba fare con qualsiasi altro album di qualunque altra band. E questo non solo perché il processo evolutivo dei Manics li ha portati ad un’inesorabile quanto gradita parabola migliorativa che ha permesso al combo gallese di evolversi trasformandosi dai tamarroni punk tutti protesta e sbruffonaggine di "Generation Terrorists" ad essere i raffinati e maturi interpreti di gradevolissime opere rock quali "Send Away the Tigers" e il must "The Holy Bible", ma anche perché mai come nel caso di "Gold Against the Soul" il quadro di riferimento è stato tanto condizionante.

L’anno è il 1993, negli Stati Uniti spopola il grunge e nel resto del mondo si propaga la leggenda dei Guns n’ Roses, dei Bon Jovi e dei Metallica, e i Manic Street Preachers iniziano a far parlare di sé, tanto per il discreto successo commerciale ottenuto dall’esordio "Generation Terrorists" (250.000 copie vendute) quanto per il proprio perpetuo attivismo politico, ma sicuramente anche per alcune fanfaronate decisamente inopportune. “Venderemo più di Appetite for Destruction e poi ci scioglieremo”. Dichiarazione di per sé sfrontata, resa tragicomica se solo si pensa alle oltre trentacinque milioni di copie vendute dal capolavoro dei Guns ‘n Roses, uscito solo pochi anni prima. Riposte nell’armadio dei vestiti vecchi le divise punk d’ordinanza dell’esordio, il look si modifica, diventando un po’ glam e molto hard rock, forse proprio in onore agli “amici” Guns. Muta il look e variano anche le tematiche, e i testi del poeta maledetto Richey James Edwards si fanno meno politicizzati e più inquieti e riflessivi. La trasformazione evidente subita dalla band, ancora in cerca di una reale identità, si riflette inevitabilmente sulla musica proposta. Con queste premesse viene presentato, nel giugno del 1993, il secondo lavoro della band, "Gold Against the Soul", pubblicato dalla major Columbia.

Il disco si apre con un uno-due di assoluta intensità affidato all’opener "Sleepflower" e alla seguente "From Despair to Where", tracce che si sgrovigliano sulla stessa falsa riga, con una verve propriamente glam rock tipica del contesto storico, con schitarrate sapientemente distorte, velocità e decibel violenti, e uno screaming sempre al limite dell’ottimo James Bradfield. L’inizio illude, con due canzoni che pur senza risultare dei capolavori, si lasciano apprezzare per vigore e per melodie orecchiabili profuse con ferma rabbia. Il seguito riporta subito con i piedi per terra. La successiva "La Tristesse Durera" risulta tanto apprezzabile e profonda nelle intenzioni (il titolo è riferito alle ultime parole di Van Gogh, prima di morire) quanto scioccante ed esile nel concreto. Secondo singolo estratto del disco, è una mid tempo dalla desolante cadenza pop, iniziata da un inedito cantato in falsetto che sfocia in uno sconcertante ritornello stile boy band il quale segna probabilmente il punto più basso della carriera dei Manics, salvati soltanto da un assolo di chitarra meravigliosamente efficace. La seguente "Yourself", con i suoi ritmi indiavolati, la rabbiosa esecuzione vocale di Bradfield e i coretti ammiccanti, risolleva prontamente le sorti del disco, risultando forse il miglior episodio dell’intero lavoro, con un sound che strizza l’occhio al primo Bon Jovi con tanto di refrain di chitarra in perfetto stile "Sweet child of mine".

Da qui in avanti il nulla, o quasi. "Life becoming a Landslide" è una ballata pop di una banalità sconvolgente, con riffoni distorti appiccati qua e la per ridare una qualche reminiscenza delle origini aggressive della band. Sulla stessa falsa riga, senza lodi e con qualche infamia di troppo, suona "Roses in the Hospital". "Drug drug druggy" è caratterizzata un’apprezzabile quanto illusoria strofa, che di nuovo si perde in un debolissimo ritornello, ai limiti del grottesco. Ancora una volta peccato, perché quando la voce di James Bradfield, gloria a lui,  i fa aggressiva e grattosa, si sentono le cose migliori. Quando si è ormai rassegnati al peggio, la parte conclusiva del disco offre qualche passaggio degno di nota. "Nostalgic Pushead" e "Symphony of Tourette", pur senza incantare, risultano due oneste metal-punk song che ci ricordano il più che apprezzabile disco d’esordio, con ritmi che tornano vorticosi, chitarre stoppate e prorompenti e irruente cavalcate di batteria. Lo stile rimanda un po’ ai Motley Crue un po’ ai Bad Religion, che in quanto a punk avrebbero molto da insegnare ai nostri. Conclude il disco la title-track, adornata da coretti ammiccanti e da un wah-wah e intrecci chitarristici che permettono finalmente di apprezzare l’operato della coppia Edwards-Bradfield.

"Gold Against the Soul" risulta con ogni probabilità il peggior disco del gruppo di Blackwood. Ma per chi non li conoscesse, e per l’importanza e la riverenza dovuta, è bene ricordare che i Manic Street Preachers sono e sono stati ben altro. Infatti, rialzeranno la testa soltanto un anno più tardi, pubblicando il meraviglioso "The Holy Bible", testamento musicale del chitarrista poeta Richey James Edwards, sparito nel 1995 in un hotel di Londra, e riconosciuto capolavoro della band. Oggi i Manics sono un gruppo totalmente diverso, che punta il proprio rinnovato ardore sul meraviglioso talento vocale di James Dean Bradfield, una delle voci migliori, e più sottovalutate, dell’intero panorama rock europeo, e sui testi sempre malinconici del bassista Nicky Wire, evolvendo il proprio rude approccio degli inizi in un elegante e ricercato mood alternativo. Ah, dimenticavo: non avendo ancora venduto trentacinque milioni di copie con un solo album (né con tutti i loro dischi messi insieme), continuano a deliziarci con la loro raffinatissima idea di rock.

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C Commenti

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target (ha votato 5 questo disco) alle 10:26 del 18 maggio 2011 ha scritto:

Il problema dei Manics è che non hanno mai abbandonato l'idea di diventare una band di fama mondiale. E così hanno alternato per tutta la loro carriera dischi senza compromessi a lavori ruffiani, palesemente costruiti con l'intento di vendere (penso all'ultimo, raccapricciante, "Postcards from a young man"), legati gli uni agli altri da una sorta di perverso circolo vizioso: i dischi senza compromessi (tipo "Generation Terrorists", la Bibbia, "Journal for plague lovers", in parte "Know your enemy") davano loro il sostegno della critica, e questo li incoraggiava a voler spopolare nelle classifiche (da cui album come questo, "This is my truth", "Lifeblood"). Il meccanismo commerciale riuscì soltanto, a suo tempo, con "Everything must go". Per il resto, come qua, hanno sempre toppato. I chitarroni hard rock un po' tamarri di "Gold against the soul" non hanno mai convinto neanche me. Ci sono pezzi che mi piacciono ("From despair...", "La tristesse...", "Roses in the hospital"), ma nel complesso del giudizio e dell'analisi sono d'accordo con Federico. E con lui mi rammarico a pensare quante cose stupende avrebbe fatto questa band se solo la frustrazione dello "splendido isolamento" inglese non li avesse spinti troppo spesso verso direzioni assurde. E, certo, se Richey ecc ecc...

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 8 questo disco) alle 15:37 del 18 maggio 2011 ha scritto:

Uau che ricordi. Gran bel disco con diversi ottimi roccacci. Pieno di chitarroni e sezione ritmica cazzuta. Sembravano quasi gli Scorpions qui, tra l'altro all'epoca Bradfiled portava pure la coppola tipo Klaus Meine. Uno dei dischi che più mi ha fatto zompare, mi spaccavo le dita con quei riffettoni. sicuramente tra i miei preferiti anni novanta.

Federico Colocresi, autore, alle 16:48 del 18 maggio 2011 ha scritto:

Forse il vero problema dei Manics è proprio la loro proverbiale "indecisione" stilistica. La cosa positiva è che credo chiunque abbia un minimo gusto musicale possa trovare nel loro repertorio qualcosa di proprio gradimento. Dal punk-rock, al power pop, all'hard rock. I Manics le hanno effettivamente provate tutte. Personalmente, oltre all'imprescindibile Holy Bible, ho gradito molto Send Away the Tigers e il seguente Journal ... . Ma un loro disco che mi ha sempre affascinato rimane Lifeblood: mi innamorai subito della fantastica To Repel Ghost.

Charisteas (ha votato 7 questo disco) alle 19:39 del 18 maggio 2011 ha scritto:

Il loro vero problema è la vocazione "pop" che hanno sempre tentato di inseguire, alternando potenziali capolavori a ciofeche clamorose. Basti pensare che dal vivo di The Holy Bible fanno una-due canzoni quando va bene, mentre Journal proprio non esiste. Io comunque questo non lo boccerei, è un onesto seguito un po' glam un po' hard rock di Generation Terrorists (che dalla sua aveva quasi solamente la freschezza), nè più nè meno. Soprattutto nella parte finale non demerita.

Ormai la carriera è andata (dopo Postcards... penso non abbiano un gran futuro) ed è un peccato, per quello che avrebbero potuto fare e per quel che non han fatto!

bonnell alle 11:34 del 24 maggio 2011 ha scritto:

il loro disco più fiacco e meno ispirato! invece the holy bible 10/10