Melvins
Freak Puke
La vecchiaia porta il buon consiglio. La vecchiaia calma i bollori della giovane età. La vecchiaia dispensa esperienza e saggezza. E così via. Esiodo aveva ragione da vendere quando la definiva “misera”: almeno in questa concezione, stereotipata e patriarcale. Abbonda il riso sulla bocca dei sostenitori ad oltranza del preconcetto: o, molto più semplicemente, costoro non conoscono – nemmeno indirettamente – King Buzzo. Uno che ha scritto più dischi dei capelli che ha in testa, e lasciamo le postille a chi vorrà l’esemplificazione iconografica. Non, peraltro, dischi qualunque, e lasciamo lo sconfinato spazio webmatico… Vabbè, ci siamo capiti. Da trent’anni Roger Osborne gira, rigira, plasma, inventa, distrugge, modifica, sterza, riparte, licenzia, assume, collabora. Suona, insomma. Un lavoro poco serio, per uno che si avvicina pericolosamente ai “giudizievoli” cinquanta senza la minima intenzione di fermarsi. Chi, d’altronde, vorrebbe mai fermarsi, con una testa, un ingegno così? “Freak Puke”, ventisettesimo (!) full length escludendo tutto ciò che non rientra nella sopracitata definizione, ne è la perfetta, micidiale istantanea.
“(A) Senile Animal”, “Nude With Boots” e “The Bride Screamed Murder” era stato il terzetto in grado di rilanciare spropositatamente le ambizioni e le quotazioni dei Melvins: due batterie, di Coady Willis e Dale Crover, in grado di alimentare un compattissimo cingolato metallico, striato di consapevole tamarraggine, ben lontano dalle strazianti dilatazioni degli anni ’90, culla di una nuova autoironia un po’ senile, per l’appunto, ma gustosa ed efficacissima. Dove la sposa insozzata di sangue, due anni fa, non era tuttavia riuscita ad arrivare, nella rivendicazione di un solido songwriting a supporto della potente granulosità del suono, ci pensa “Freak Puke” a sconvolgere il tavolo degli elementi e a spostare un gradino oltre la meta della sperimentazione del gruppo. Già, il gruppo. Congedata, per il momento, l’esperienza Big Business, si apre l’era Lite: il che significa, in parole povere, che al nucleo base Buzzo-Crover si aggiunge nientepopòdimenoche il tentacolare Trevor Dunn, a pizzicare il contrabbasso e martoriare archi di non meglio precisata provenienza. Le fantasie pseudo erotiche che un ensemble di tal fatta può suscitare nell’aficionados tipo trovano piena e concreta realizzazione durante lo scorrere dell’album.
Tanto per gradire, “Freak Puke” è – ma va? – strano. Strano come strana può apparire la mistura dell’hard rock di base delle ultime prove con picareschi, rocamboleschi inserti acustici che mutuano dal jazz l’atmosfera (arrivare a scomodare l’etichetta free, in questo caso, è troppo) e dal rock l’umore, la sostanza impetuosa che tracima e travolge. “Baby, Won't You Weird Me Out” è davvero esemplare, con il suo continuo intersecarsi di riff armonicamente dinamitardi e folleggiamenti classici che amplificano a dismisura il potenziale distruttivo del brano. Dunn è protagonista assoluto e discreto, nel disturbare sottilmente l’andamento fumoso e sconnesso di “Holy Barbarian” con mareggiate in crescendo di archi, nel seghettare furiosamente in più punti piccoli abbozzi chitarristici (in “Inner Ear Rupture” sono tangibili i fantasmi della musica da camera di John Zorn) e nel fornire elaborate e stratificate controparti jazz rock – Nels Cline accalappiato dal tex-mex allucinatorio in “Mr. Rip Off” – agli essenziali e rumorosi sfoghi in forma singolo che King Buzzo sfodera, con precisione criminale, qua e là nella tracklist (la concretezza Black Sabbath di “Leon Vs. The Revolution” con sfuriata conclusiva, il roccioso dinamismo della title-track).
La partnership funziona, dunque, alla grande. Va ancora meglio quando si dimostra, con i fatti, che “Freak Puke” è opera di un gruppo e non di un amalgama di (straordinari) singoli. Bisogna dunque accantonare gli intenti sardonici di “Let Me Roll It”, superflua cover di Paul McCartney acidamente reiterata e gonfiata con il compiacimento della pompa magna, e considerare come unicum la cavalcata in crescendo psichedelico di “Tommy Goes Beserk”, quasi dieci minuti conclusi da echi di sghignazzi e sberleffi che rimangono, tuttavia, mosca bianca. Superbi, invece, lo sludge sudista di “A Growing Disgust”, che improvvisamente cambia marcia e riparte, sospinto dalla gelida furia incalzante dei segmenti neoclassici di Dunn, e “Worm Farm Waltz”, minimale stiletto proto-metal imbevuto nel wah-wah e, nella seconda parte, sconquassato da scansioni marziali e giganteschi contrabbassi.
Che dire: ancora una volta, se tutto sembrava essere stato già detto e scritto, ci si deve ricredere. Chi bisogna ringraziare: (the) Melvins o, più semplicemente, i Melvins?
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