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R Recensione

9/10

Oceansize

Effloresce

Wish I was ocean size / They cannot move you / No one tries / No one pulls you / Out from your hole / Like a tooth aching a jawbone

Così recitava l’incipit del brano dei Jane’s Addiction Ocean Size (da “Nothing’s Shocking” del 1988): circa dieci anni dopo il giovane bassista Jon Ellis, grande fan di Perry Farrell, trovò che quello era il nome perfetto per la band in cui suonava, in quella amena provincia post-industriale inglese il cui nome, opportunamente storpiato, fra ’80 e ’90 ha dato luogo ad un movimento musicale dai connotati ben marcati: tuttavia quella di “Madchester” rispetto a quella che ci prestiamo a raccontare, fu tutt’altra scena. Medesima, invece, la location.

Compensare la perdita degli Oceansize – lo split è del Febbraio 2011 – sarà qualcosa di molto impegnativo per la Storia della Musica, ma più che altro per gli Storici della Musica, per quei ricercatori protesi a scrutare ogni nuova realtà e pronti, ma cauti, a gridare: "terra"! In particolare difficile fu anche per il quintetto di Manchester dare un seguito almeno credibile a quell'esordio al fulmicotone rappresentato da "Effloresce": una multiforme, instabile, volatile sostanza pronta ad innescare reazioni chimiche imprevedibili e pericolosissime. Sussulti, grida, silenzi, rincorse, attese, deflagrazioni, geometrie, rimbalzi, stasi, sussurri, minimalismi, massimalismi, suadenza e asperità, potenza e raffinatezza: tutti questi elementi si succedono rapidamente in "Effloresce", come eventi atmosferici in una qualche zona della terra in cui il vento soffia forte. Cardiacs, Sonic Youth, Mogwai, Faith No More, Soundgarden, King Crimson, Tool sono solo alcune delle fonti a cui questo deflagrante debut album si ispira. Dai primi arpeggi dello strumentale di apertura (I Am Morning), prende forma un crescendo vibrante e vorticoso che sfocia nel granitico singolo tooliano Catalyst, vero manifesto sonoro per la formazione capitanata dal cantante e chitarrista Mike Vennart, a cui segue il capogiro mesmerico di One Day All This Could Be Yours, così incredibilmente vicina alle intuizioni degli A Perfect Circle di "Thirteenth Step" (coevo ad “Effloresce”). Da qui, indietro non si torna: i dieci minuti della sfasata Massive Bereavement si inerpicano, con fare onirico, su ritmiche sghembe (ad opera della raffinata esuberanza del batterista Mark Heron) e su arpeggi di chitarre ebbre (che sanno riservarsi anche spazi di violenta estasi alla Soundgarden), mentre le voci si mescolano alterate, lo strumentale Rinsed con le sue derive noise-psichedeliche proiettate su architetture post-rock, Your Wish contaminata da impeti grunge fra Alice In Chains, Faith No More e l'ex-band di Chris Cornell ma appena più deviata da istanze math-prog, l'epica tellurica di Amputee ancora decisamente forte di rimandi alla storica band di Mike Patton, ma così perfettamente compiuta da liquefare ogni eventuale residua ritrosia, Women Who Love Men Who Love Drugs così sottilmente capace di infiltrarsi nei meandri del cervello per non uscirne più. Il finale è affidato alla sequenza Saturday Morning Breakfast Show e Long Forgotten: la prima è stesa su una forma di hard-blues disturbato che da una parte ha la sua origine nei Led Zeppelin ma d'altra evoca i Pearl Jam di "Ten" (ad un tratto pare di sentirci dentro Oceans), ma negli ultimi minuti è la pura magia degli Oceansize a permeare il tutto, palesando la cifra stilistica di una band che, pur non avendo avuto la fortuna di altre, in realtà non ha avuto rivali nello scorso decennio, almeno nel terreno di gioco prescelto. "Effloresce" si congeda con Long Forgotten, con la sua atmosfera sospesa, con i suoi archi, con i suoi minuti e preziosi sussulti, tesi più a increspare lo stato meditabondo a cui induce la musica piuttosto che a provocare bruschi risvegli: questo brano mi ha fatto spesso pensare a ciò a cui avrebbero potuto approdare i Porcupine Tree se non avessero imboccato il percorso pseudo-metal-psichedelico inaugurato con “In Absentia”. Tratto distintivo, inciso come un solco profondissimo, l’ampio spettro sonoro delle chitarre di Mike Vennart, Steve Durose e Richard “Gambler” Ingram (anche tastierista), dalle cui ardite intersezioni si ergono architetture dalle linee imponenti, intricate, difformi.

A questo disco seguiranno altri tre lavori, tra i quali essenziale è certamente “Frames” del 2007 (quasi all’altezza di “Effloresce”, anche se certamente con minore potenziale esplosivo): nel secondo “Everyone Into Position” (2005), piuttosto deludente dopo un cotanto esordio, si staglia l’immane bellezza di Music For A Nurse, forse in assoluto il brano più bello nell’intera discografia degli Oceansize. Da segnalare il massiccio box live del 2009, “Feed To Feed” (3 DVD + 4 CD), che testimonia le performance tenute in occasione del primo e unico anniversario del gruppo (si festeggiavano i dieci anni di vita), che per la speciale occasione eseguì integralmente i primi tre album con tanto di bonus track incluse nei vari EP: un “monolito nero” imperdibile per ogni fan della formazione britannica. Gli Oceansize hanno costruito, di anno in anno, una solida credibilità anche attraverso i tour come “opening act” per The Cooper Temple Clause, Cave In, Biffy Clyro, Porcupine Tree e altri. Recensii “Effloresce” “in diretta” nel 2003, ma senza sbilanciarmi a definirlo, come oggi sono in diritto di fare, un capolavoro. È un peccato che nonostante tanta volontà di guardare al futuro, la carriera degli Oceansize si sia interrotta all’indomani dell’album più debole della propria discografia “Self Preserved While The Bodies Float Up” del 2010, rispetto al quale era di gran lunga preferibile (per il percorso sonoro prescelto), l’EP “Home & Minor” che l’ha preceduto di qualche mese.

Ma è andata così e possiamo ampiamente consolarci con il loro lascito creativo. Si sono lette le definizioni più disparate ed improbabili per descrivere la proposta dei mancuniani: hard-rock psichedelico, psichedelia progressiva, hard post-rock (o post hard-rock), grunge-progressive, post-progressive… potete anche farne tabula rasa. Come ha chiarito più volte Vennart: gli Oceansize possono essere definiti progressive, but definitely not prog!

E la differenza non vi sembri di poco conto.

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Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 3 voti.
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REBBY 6/10
luca.r 5/10

C Commenti

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swansong (ha votato 9 questo disco) alle 12:07 del 4 gennaio 2012 ha scritto:

Urrà!!

Disco che mi ha letteralmente folgorato e gruppo mostruoso con una presenza scenica impressionante che, visto in apertura di un concerto del divino, che, come al solito, dimostra di saper azzeccare pure i gruppi di spalla, quasi ha rubato la scena ai PT! Che dire, c'è un po' di tutto - forse troppo - ma amalgamato alla perfezione e, se posso permettermi, alcuni passaggi, per espressività e potenza evocativa, oltre che per la padronanza musicale con la quale sono suonati, beh, molti dei gruppi citati da Stefano (ai quali aggiungerei, sommessamente, i Radiohead) se li sognano..

Peccato non siano più riusciti a ripetersi, ma sarebbe stato quasi "disumano" visto la portata di questo lavoro. Quoto, pertanto l'ottimo recensore, dalla prima all'ultima parola ed anche nel voto. Bravo! P.S. Segnalo, a Stefano, che senz'altro già lo conoscerà, e a tutti gli altri amanti di queste sonorità (che per me rappresentano una fresca novità nell'ambito di una scena rock degli anni 2000, altrimenti stantia e ripetitiva), il primo entusiasmante lavoro omonimo dei conterranei Amplifier. Buon ascolto e, visto che mi pare sia il mio primo commento dell'anno, buon 2012 a tutti!

skyreader, autore, alle 12:35 del 7 gennaio 2012 ha scritto:

RE: Urrà!!

Il 2003 fu un'ottima annata, se ben ricordi... gli Oceansize rimangono un gruppo di riferimento, anche se si sono sciolti e se sono stati considerati un gruppo "minore". Di queste considerazioni neppure mi stupisco più. L'alchimia di "Effloresce" non passerà. Giustamente citi gli Amplifier (in cui milita Steve Durose, ossia proprio il batterista degli Oceansize): davvero interessanti ma senza la stessa "scintilla" che avevano gli Oceansize. Non concosco tutti i progetti a cui si sono dedicati gli ex-membri della band. Però se posso darti io un consiglio, rimanendo a queste coordinate sonore (ma allondanandosi strettamente dagli Oceansize), ti direi di recuperare il disco d'esordio di un'altra band sciolta (e anche un po' sfortunata): gli inglesi HOPE OF THE STATES. Il loro primo "The Lost Riots" del 2004 è una vera gemma di cui, forse, prossimamente parlerò. Disco notevolissimo che non può perdersi nell'oblio.

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 12:44 del 10 gennaio 2012 ha scritto:

RE: RE: Urrà!!

Sono d'accordo con te Stefano..e sì, gli "Hope of the States" li conosco eccome! Acquistai con entusiasmo il cd appena uscì dopo aver letto ottime recensioni ed i rimandi a gruppi e sonorità che, allora come ora, mi prendevano un sacco. Non rimasi tuttavia folgorato, principalmente a causa della timbrica del cantante, per me troppo stridula e poco avvolgente..sulla proposta musicale in sè, invece, nulla da dire anzi e non è un caso che l'opener track strumentale sia la mia preferita..