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R Recensione

6/10

Spidergawd

IV

Come in uno strano incrocio di porte girevoli, Kenneth Kapstad imbocca l’uscita dai Motorpsycho nell’esatto momento in cui gli Spidergawd annunciano il giovane Hallvard Gaardløs (Woodland, Orango) come sostituto al basso dell’indaffaratissimo Bent Sæther: segno che, aldilà degli impegni personali, ad essersi incrinata era forse una certa alchimia personale ed artistica di fondo. A non subire la minima scalfittura è, invece, la collaudatissima e rocciosissima formula che ha permesso ai quattro musicisti di Trondheim di arrivare, con questo “IV” (titolo impegnativo assai, nell’universo del classic rock…), alla quarta uscita lunga in meno di quattro anni. Sono frutto di un’assoluta, vistosissima discronia della contemporaneità, gli Spidergawd: un gruppo di amici che si riunisce assieme, in barba a qualsiasi moda, per omaggiare gli ascolti che hanno donato senso e significato alle rispettive adolescenze. Non esattamente la catchphrase più adatta per acchiappare l’ascoltatore mobile qual piuma al vento di oggi, ma tant’è.

Se le sfumature di ogni prova meritano un giudizio a parte, è la valutazione di fondo a mantenersi inalterata sin dall’esordio omonimo: gli Spidergawd non sono esattamente il miglior gruppo da ascoltare per controllare lo stato di salute dell’hard rock oggi, dal momento che esistono pletore di gruppi ben più quotati in grado di manipolare la tradizione a loro piacimento, raggiungendo vette che – nell’era della gentrificazione 2.0 tra mainstream e fantomatica scena “indipendente” –  sulla carta dovrebbero rimanere insperate. Il quartetto guidato da Per Borton, al contrario, si affida da sempre alle migliori armi dei conservatori: nostalgia e passione. Certe volte i risultati sono ottimi (“III”), altre volte molto meno (“Spidergawd”). “IV” è la solita raccolta di canzoni di ispirazione e livello diseguali: a momenti in cui la selvaggia adrenalina punk dei Maiden di Di’ Anno si sposa con i rifferama heavy del Dio di “Holy Diver” (“I Am The Night”) si alternano passaggi in cui il blues si coagula attorno a vecchieggianti groove street metal (in “Stranglehold” interviene anche Erlend Hjelvik dei Kvelertak) e diviene il pretesto per scatenati boogie del Nuovo Millennio (“What You Have Become” è oggettivamente un gran pezzo, con un’andatura alla QOTSA spezzata da inaspettati fraseggi quasi epic).

Rispetto all’episodio precedente è da sottolineare il peso specifico assoluto della chitarra, che si prende sempre e comunque la scena, anche a discapito del sacrificatissimo baritono di Rolf Martin Snustad (che spesso, come nei nostri Captain Mantell, si limita a raddoppiare il riff portante). Un peccato, perché una diversa e maggiormente stratificata gestione strumentale avrebbe potuto trasformare la sostanza di un lento monolitico quale “Ballad Of A Millionaire (Song For Elina)” (che, solo nelle battute conclusive, si colora di inquietanti accenti apocalittici), bilanciare la struttura dell’iniziale “Is This Love…?” (tanto inutilmente muscolare nelle strofe, quanto delicata nelle armonie del chorus) o garantire dinamiche più interessanti alla “solita” zuppa hard-psych di “The Inevitable” (con un trionfante finale da titoli di coda, preparato ad arte da ampie sezioni di solismo desertico).

Ma, in definitiva, se già conoscete di chi stiamo parlando e avete speso del tempo per leggere questa recensione, sono tutte cose risapute. Nel bene e nel male.

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