V Video

R Recensione

7/10

Fucked Up

David Comes to Life

L’idea che nella musica (o nelle arti in genere) non ci sia più nulla da inventare, è una stronzata bella e buona. Non è mai stato inventato nulla, dalla Creazione in poi. Che l’uomo, in quanto animale dotato della cognizione di sé, viva continuamente nella volontà di conoscere, modificare e controllare il mondo che lo circonda, è un fatto naturale e irreversibile. Questa tendenza naturale (pulsione, per gli erotomani) lo condurrà eternamente alla ricerca di nuove vie di espressione, di nuovi metodi per modificare l’esistente (forme, immagini, suoni). Così, nella millenaria parabola che, partendo dal semplice gesto di colpire una pietra per farla “suonare”, ha generato mostri (footwork-coke rap?), l’uomo non ha fatto altro che modificare i suoni attraverso strumenti (e idee, certo) sempre diversi. Per cui, ma si fa per dire eh, sostenere che Elvis o i Rolling Stones abbiano inventato il rock è come dire che quegli scimmioni dei nostri antenati abbiano inventato la pietra. I Rolling Stones hanno modificato il blues, casomai, lo hanno stravolto e sporcato, così come Elvis lo ha velocizzato e come Hendrix lo ha “elettrificato”.  

Le “invenzioni” in musica sono sempre state queste: trasformazioni, contaminazioni, trasfigurazioni… . E poiché ogni elemento è trasformabile all’infinito, e infinita è la fantasia dell’uomo, è chiaro che la Storia (l’evoluzione) della Musica non avrà mai fine. Anche un genere come il punk, ad esempio, (perché qui si voleva andare a parare), non essendo mai stato “inventato” (è l’evoluzione del garage rock e del mod, a volte contaminato col surf rock o influenzato da mille altre esperienze), non ha mai smesso di “reinventarsi”: e allora via con l’ hardcore punk, il crust-punk, il post-punk, il proto-punk, il funk-punk, lo ska-punk, il synth-punk, il pop-punk e (prima o poi) il dubstep-punk.  

Attraverso questo processo evolutivo si arriva all’incontro del punk con la tradizione “colta” per eccellenza: l’opera-rock, il concept-album. “David Comes to Life” non è il primo concept-album nella storia del punk/hardcore (escludendo i Green Day, per i quali non riesco a parlare di punk in senso stretto, ricordiamo almeno “Zen Arcade” degli Husker Du e “That’s Life" degli Sham 69) ma stupisce comunque la volontà dei Fucked Up di misurarsi con un formato proprio di mostri “narrativi” come Genesis, Who e Jethro Tull. Il coraggio di un gruppo punk che inserisce le caratteristiche tipiche del proprio genere (velocità, aggressività, immediatezza) in una tradizione tipica del prog rock, che ha caratteristiche del tutto diverse.  

Con l’espediente di narrare la storia d’amore e morte tra David e Veronica, i Fucked Up confermano le premesse stellari del precedente “The Chemistry of Common Life” (2008), smussano alcuni spigoli e firmano un'opera (è proprio il caso di dirlo) che rimarrà nella storia dell’ hardcore-punk. “David comes to life” eredita le intuizioni dell’hardcore “colto” (Husker Du, Minutemen, Black Flag, Refused, Fugazi, Unwound) e riesce a dar loro non solo la necessaria continuità “narrativa” (l’album è diviso in quattro atti composti da canzoni legate in successione) ma anche quella musicale: l’intero disco, pur avendo una durata che sfiora l’ora e mezza (!) riesce a non perdere mai un minuto di tensione, costruita su un terzetto di chitarre affilate e compatte, un sezione ritmica precisa e degna degli illustri predecessori e una voce “scream” (quella di Pink Eyes, aka Damian Abraham, un ciccione peloso che dal vivo si getta sulla folla, si rotola nel fango e si produce in atti di autolesionismo come da tradizione) che ricorda Henry Rollins.  

Il primo atto è probabilmente il migliore. Veloce e inarrestabile come un treno in corsa, affonda subito tre colpi che manderebbero al tappeto anche gli hardcorers più navigati: “Queen of Hearts”, “Under my Nose” (con tanto di magnifica coda strumentale che potrebbe ricordare i migliori … Trail of Dead), “The Other Shoe” e “Turn The Season” concedono respiro solo grazie all’utilizzo della voce femminile in chiave “melodica”. Per il resto sono veri e propri assalti sonori, hardcore nella strumentazione e decisamente “emo” nella resa finale. Nel secondo atto compaiono riff più articolati (ottimo quello di “Running on Nothing”) e qualche variazione sul tema (“Serve me Right”) che introduce al terzo atto, quello piè eterogeneo: “Truth I Know” smorza i toni e copre uno spettro sonoro che dal rock si avvicina a certo hardcore-metal, mentre “A Little Death” raggiunge l’apice in quanto a potenza "emotiva". Nel quarto atto ritorna una certa omogeneità sonora fatta di chitarre precise e debordanti (”One More Night”) e la solita verbosità vocale (“The Recursive Girl”). Non è facile arrivare alla fine, questo va detto. Ma non è nemmeno facile porsi alla guida di un genere come l’hardcore in meno di un’ora e mezza.

 

 

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 10 voti.
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Noi! 6/10
REBBY 6/10
layne74 8,5/10
NDP88 7,5/10

C Commenti

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bill_carson (ha votato 8 questo disco) alle 1:02 del 15 dicembre 2011 ha scritto:

uno dei migliori ascoltati quest'anno

non il mio genere preferito, eppure questo disco mi ha positivamente impressionato. musicalmente non dice nulla di nuovo, ma lo dice molto bene. tanta energia, bei riff melodici, testi intriganti. bravi

Marco_Biasio alle 11:49 del 15 dicembre 2011 ha scritto:

Mi sono fermato al precedente "The Chemistry Of Common Life", che certo presentava un'ottima capacità di scrittura (pregevole esibire una forma sicuramente "punk" infarcita da un'ottima tecnica strumentale) ma che, almeno alle mie orecchie, risultava un po' pesante nel suo complesso. Mi urtica un po' la voce del cantante, che non è né troppo cattiva né troppo morbida: una via di mezzo ibrida che non mi soddisfa. Questo dovrei ascoltarlo, ma so che richiederebbe molto tempo.

bargeld (ha votato 8 questo disco) alle 12:02 del 15 dicembre 2011 ha scritto:

Io trovo questa "trasfigurazione" del punk suggestiva e convincente. Per votare aspetto ancora qualche ascolto, ma di certo Queen of Hearts è il mio video dell'anno!

simone coacci (ha votato 7 questo disco) alle 20:27 del 15 dicembre 2011 ha scritto:

Ma quant'è figa "Running On Nothing" con quel jingle-jangle drogato che filtra dal muro screpolato delle urla e delle chitarre? Hanno creato il "wall of sound" del punk.

layne74 (ha votato 8,5 questo disco) alle 13:15 del 13 gennaio 2013 ha scritto:

Per me uno dei migliori dischi del 2011 lo ho letteralmente consumato, secondo i miei gusti la più bella è "The Recursive Girl".