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R Recensione

6/10

Incoming Cerebral Overdrive

Le Stelle: A Voyage Adrift

Per parlare di “Le Stelle: A Voyage Adrift”, non si può prescindere dal citare il contorno. Dalle condizioni ambientali e temporali, per farla breve, che avevano consentito ai pistoiesi Incoming Cerebral Overdrive, nel 2009, di fare il salto di qualità ed esplodere su Supernatural Cat, con il virulento esordio “Controverso”: il classico disco, ben lungi dall’essere pietra miliare, da cui tuttavia tutti prendono un po’ spunto, e che nessuno – puntualmente – si sente in dovere di ringraziare, o perlomeno citare. Risultato: un benvenuto proliferare di formazioni math-core col tricolore sulla grancassa ed i canonici dieci, per non dire quindici anni di ritardo con i colossi americani. “Controverso”, ça va sans dire, è presto passato in secondo piano, vuoi anche la solo parziale assonanza (che buffo termine!) con il magmatico universo dell’etichetta di Malleus e compagni. Giustificata è, da questa prospettiva, la scelta meditata di ripensare specifici percorsi, affiancando all’estro singolare una tradizione di musica pesante che getta le sue radici in una consolidata collettività. Come già, anni addietro, i Cult Of Luna con “Eternal Kingdom” – la qualità del nome dovrebbe far riflettere… – anche gli Incoming Cerebral Overdrive, per il loro secondo atto, prediligono la complessa matrice metatestuale, proiettando l’essenza del disco fuori dal disco stesso: l’artificio, il più fittizio dei diari letterari ritrovato chissà dove e alle cui metafore, alle cui pagine, alle cui reticenze sono affidati gli squarci pindarici e gli andamenti di ogni singolo brano.

Ed allora, le canzoni. Il viaggio alla deriva degli I.C.O. procede a zig zag in un vischioso firmamento, tour de force galattico (una stella diversa per ogni traccia) che deforma il canonico giochino di accumulo, sospensione e sfogo del frusto paradigma post-metal via ventaglio di tutti gli innesti più uno. Bruciante la partenza: gli elaborati ghirigori distonici di “Mirzam” incastrati in un contenuto midtempo che frulla Cephalic Carnage e Neurosis, i datati effetti space di “Sirius” sovrapposti a poliritmie metalliche e strazianti chitarre post-core e “Betelgeuse” che – tracimante impatto fisico a parte – fa già squillare il primo campanello d’allarme: la fascinazione, potente ai limiti della decalcomania (basti ricordare il recente “Maktub” degli Zippo, per un contingente precedente non lontano nel tempo), per i Mastodon raffinati e levitanti del – finora unicum – “Crack The Skye”, il cui inconfondibile marchio di fabbrica viene sminuzzato in una babele di microinvenzioni, tra feedback, improvvisi rilasci di elettricità, duelli strumentali sul filo della dissonanza. La band di Atlanta è più di un fantasma ed emerge ancora, con tutto il peso della sua eredità, specialmente nel tecnico hardcore di “Bellatrix” (dejà-vu immediato). Non tiene il puro raffronto cronologico, in quanto “Controverso” succedeva di qualche mese all'allora quarto capitolo degli americani. La domanda non è, quindi, mal posta: cosa succede all’identità degli Incoming Cerebral Overdrive?

Le risposte possono essere molteplici. Su tutte, l’umanissima speranza di poter arrivare, hic et nunc, a tutti quegli ascoltatori sostanzialmente non tagliati per le spine sulfuree dell’esordio. Di maledetto, in “Le Stelle: A Voyage Adrift”, c’è poco, perché l’imponenza del concept e la necessità di tendere un visibile fil de rouge tra un pezzo e l’altro – impresa, a scanso di equivoci, riuscita, non fosse altro per l’oculato abbattimento dei tempi morti – limitano, inevitabilmente, la tentazione iconoclasta di andare oltre la forma canzone. “Sirius B” coniuga laceranti assalti ad interstizi di chitarra jazz, “Kochab” annega in una coltre di fitti arpeggi psichedelici (trasposti, tali e quali, anche in “Polaris”) prima di subire il reflusso di un’onda d’urto straripante, negazione del concetto stesso di stasi, i magli ritmici di “Adhara” si abbattono con forza sulle chitarre in (d)evoluzione math-core e sublime levitazione à la “Panopticon”. È il preludio al gran finale, gli undici minuti di “Rigel” che, nel suo insieme, è elegia doom trapuntata da un lugubre piano, immaginifica rappresentazione post-core (ampliano il già massiccio muro sonoro Poia e Urlo degli Ufomammut) e spezzettato fluire di coscienza. Tutto ottimamente costruito, ma niente che risvegli davvero un brivido, una scintilla d’emozione.

Difficile a scovarsi, come parziale ammissione, la differenza tra candida asetticità ed imperfetta emotività. Agli autostoppisti galattici del Nuovo Millennio, tuttavia, le stelle sono destinate a rispondere sempre e solo forty-two...

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