Iride
Casa
Eccolo, il visitatore tipo di homepage musicali. “Hmm, “Casa” degli Iride?”. “Sono italiani, dunque”. “Ah, cazzo, ma perché mi vado a perdere con queste robe?”. “Già “Hai Paura Del Buio?” mi fa cagare”. “Solo i Marlene Kuntz fanno rock sul serio, in Italia”.
Pensatela come volete, ma è un rapporto ormai costante da anni: per ogni gruppo meteora che, nel nostro Paese, sfonda – anche anatomicamente parlando – con una manciata di singoli ben costruiti, ve ne sono altrettanti che tramano nell’ombra, a dipingere le loro statue di chitarre e a mettere in piedi dischi perfetti senza l’ausilio del Sacro Potere Monetario. Band che non hanno bisogno di dire, ad ogni album, che quello è il loro miglior lavoro mai pensato/concepito/composto/organizzato (annerire l’ipotesi prescelta), semplicemente perché suonano per sé e per gli altri in un rapporto di coordinazione, non di subordinazione.
Non verrò certo a dirvi che gli Iride, terzetto di Napoli, siano i defensor patriae del rock made in Italy twothousandandnine. I Nostri, infatti, sono figli in tutto e per tutto degli anni ’90, e uniscono nella loro miscela ciò che, appena vent’anni fa, poteva essere definito, a ragione, vera e propria risposta esistenziale al dilagante vuoto cosmico che si faceva breccia nei cuori della giovane generazione nascente: dal post rock abulico e straziante degli Slint (niente sbalzi chiaroscurali, dunque) al rock lo-fi, dal post-punk allo scevro hardcore di matrice fugaziana, sino a finire in qualche grattugiata grunge di grande impatto fisico. Ah: cantano in italiano. Rimettete a posto i vostri occhiali oxfordiani e i voluminosi vocabolari, grazie.
“Casa” anzitutto è, a dispetto del titolo, un disco completamente alieno ai germi dell’r’n’r italiano: di vagamente nostrano c’è solo la voce del bassista Lorenzo Moio, modellata con una dieta a base di sigarette e Great Complotto, che assomiglia incredibilmente, nei frangenti più strappati e vertiginosi, al Franz Goria primo periodo (sentire per credere l’ottima “Eroi Del Lavoro”, fiondante pallottola tra Pavement e Black Flag, con scartavetrata finale). Altrove si punta su di pezzi formalmente granitici, sotto un aspetto di costruzione lirico/musicale complessivo (“Non sempre la gente capisce cosa scegliere e cosa fare, cerca tu di farla cambiare” cantano in “Papillon”, disilluso affresco power rock) o a strumentali che corrono, si fermano e poi ripartono in quarta, senza ansimi né indugi (“Vita Da Cinghiale”).
I personaggi delle canzoni degli Iride sono, in fondo, quelli di una vita quotidianamente vissuta, triste perché ormai monotona ed appiattita, fra Giuliano che legge il “Corriere” ed esortazioni a prendere una metro “che forse non passerà mai” - nella pulsante “Le Api A Opi” -, dove alcolici inviti al divertimento vengono presi per assurda trasgressione, in una sorta di continuum ideale con gli episodi più ruvidi dei CCCP (“Scopa, non pensare!”, diktat imperioso di “L’Amore Ai Tempi Del Pattume”) e acustiche post-sbronza sono piccoli lenitivi all’amarezza della vita (“d’IO”). Quando si sceglie la via del citazionismo, con Cesare Pavese omaggiato del nervoso post-punk di “Cesare Ti Voglio Bene” – qualcuno ha detto Jesus Lizard? – o Guglielmo II, fatto oggetto di una splendida traccia omonima con andamento strumentale a spirale, si ottengono risultati ancora maggiori.
Ringraziando Dio, in calce, per aver creato la Fiat Tempra a sua immagine e somiglianza.
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