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R Recensione

7/10

Post

Fakes from another place

Fin da bambino, una delle cose che mi ha sempre affascinato tanto, fino a portarmi all’inebetita contemplazione, era vedere le grosse e vissute mani di possenti uomini silenti che scagliavano pesanti martellate, con costante e precisa veemenza, su barre di morbidissimo ferro incandescente. Sono cresciuto in una terra di contadini, artigiani ed operai della grossa industria siderurgica. Picchiare duro, quindi, per me ha sempre avuto un’accezione familiare e di grosso e venerato rispetto.

Mi capita tra le mani questo disco, Fakes from another place dei Post. Sono italiani, di Torino per la precisione. Leggo il comunicato stampa e penso che probabilmente non scriverò un bel niente, perché è sempre la stessa storia. Mai fidarsi solo delle parole se si vuole parlare di musica. Ed infatti…

Si definiscono new wave e post punk. Ma è forse più una trovata di marketing che una precisa definizione della loro musica. Ascoltando infatti il disco i riferimenti musicali che mi sono venuti immediatamente alla mente sono stati l’hardcore addolcito degli Sugar, dei Foo Fighters,  dei Dinosaur Jr. e di Bob Mould solista, lo stoner dei Kyuss e dei Fu Manchu ed il garage/lo-fi di gruppi come  i primi White Stripes o i Bantam Roster. L’unica cosa che in effetti potrebbe far pensare alla new wave è il cantato, l’impostazione spesso (ma non sempre) solenne della voce di Gio Franco, che in alcuni punti sembra incredibilmente quella di Dave Gahan dei Depeche Mode (Wait, You Beggar, They Say).

 Le tre colonne portanti dell’album, se vogliamo le cose che mi hanno realmente impressionato dello stesso, sono tre elementi che comunemente passano in secondo piano quando si recensisce un disco. Mi riferisco alla qualità dell’audio, al basso e alla batteria.

 Qualità dell’audio. Non so dove abbiano registrato e non lo voglio sapere anche perché la mia immaginazione è stata talmente stimolata da vedere materializzato davanti a me il mitico studio di registrazione Rancho de la Luna in quel di Joshua Tree. Per il sottoscritto, il tempio sacro delle sonorità potenti, rudi e primordiali ma con un orecchio sempre rivolto all’evoluzione, alla novità (no dico, ma ve lo ricordate o no Blues for the red sun dei Kyuss?). Ecco, Fakes from another place sembra (quasi!) registrato lì. La differenza tra i tanti (-ssimi) gruppi italiani che incidono dischi di questo genere e i pochi (-ssimi) che, come i Post, sembrano farlo ad un buon livello sta anche nella cura della qualità dell’audio. Che il lo-fi, sia detto per inciso, non è una corsa al ribasso, ma un’attitudine sentimentale, un atteggiamento preciso e studiato, non è un lasciapassare per fare credere che qualsiasi imperfezione sia poi realmente catalogabile come musica.

 Il basso. Cazzo che frustate ragazzi, l’ho pensato più volte (Absent LiveRelease the CatchOverlooking, Who the hell, They Say). Sia nudo che distorto sembra suonato dalla vetta di un grosso sasso a Palm Desert.

La batteriaAntonio Monaco suona nell’azienda Post, inquadrato con il contratto dei metalmeccanici. Il classico connubio cassa-rullante è da operaio della musica. Un picchiatore, e quindi, per le considerazioni fatte all’inizio, una persona da rispettare.

 Le altre componenti dell’album, quelle di cui comunemente si parla prima di ogni altra cosa, ovvero le voci, le chitarre, la melodia ed in generale il fascino dei singoli pezzi, pur essendo sempre di discreto livello, non sono il valore aggiunto dell’album. Perché sono come te li aspetti e come li hai sentiti una miriade di altre volte. Il merito è che niente di tutto ciò sfigura mai, il demerito è che non si propone niente di nuovo, quasi mai. Una menzione la merita pure il cantato in inglese. Grazie anche alla supervisione di gente madrelingua vicina al gruppo, è pressoché perfetto.

 Fino a ieri post era il commento su un forum o su un social network, il promemoria sul frigorifero, il riferimento ad un genere musicale che si pone come evoluzione di un altro stile ben codificato. Sono contento che da oggi il mio vocabolario possa aggiungere una nuova definizione sotto questo termine: giovane promessa, genere: rock, molto semplicemente.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 3 voti.
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REBBY 5,5/10
Denova 9/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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megagiga (ha votato 8 questo disco) alle 17:02 del 28 gennaio 2013 ha scritto:

Ragazzi vi consiglio di ascoltarlo, non c'é tanto rock di questo tipo in Italia. O meglio, fatto da italiani, perché poi il disco è in inglese...Sono andato a cercare e han fatto anche un album in italiano, non male anche quello. Vedremo in futuro, per ora fakes from another place lo trovo una bella mazzata, anche con poesia in certi momenti.

Denova (ha votato 9 questo disco) alle 4:36 del 28 luglio 2013 ha scritto:

Figo