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R Recensione

5/10

Black Flag

What The...

In sede di recensione, bisognerà giocoforza accennare alle ragioni per cui, dopo ventiquattro anni di iato fumoso (dall'EP postumo di “I Can See You”, 1989), solo recentemente e a tratti spezzettato da comparsate grossomodo goliardiche, riappaiono (storici) nome e logo dei Black Flag, su un prodotto finanche inedito e visceralmente atteso per mesi. L'annuncio della reunion era stato strombazzato, in pompa magna, agli inizi di gennaio, per bocca di Ron Reyes – secondo cantante della formazione, dopo il fondatore Keith Morris – e del factotum Greg Ginn, uno degli strumentisti hardcore punk più geniali, abrasivi ed inventivi della sua generazione (a volersi trattenere): un'idea, questa, sicuramente coltivata sotto le ceneri dei decenni, che ha potuto trovare uno sbocco concreto solo dopo l'improvvisazione dei due alla festa del cinquantesimo di Reyes, più di tre anni fa. Allo stesso tempo, una differente line up, comprendente vecchi flagsters (il summenzionato Morris, il bassista Chuck Dukowski) ed i due Descendents Stephen Egerton (chitarra) e Bill Stevenson (batteria), annunciava di voler intraprendere un tour americano, col nome di Flag, concentrato su una selezione di estratti della nutrita discografia del quartetto di Hermosa Beach, California. Apriti cielo. Subito Ginn citava in giudizio i sodali di un tempo, diffidandoli dall'utilizzare il trademark caratteristico del gruppo durante i loro live. Un litigio fra (non più) innamorati, insomma. Aggiungerebbe solo ulteriore pepe alla vicenda il riferire che, in ottobre, il ricorso è stato respinto da una corte federale e che, in modo del tutto inaspettato, il mese successivo Reyes è stato rimpiazzato in diretta, durante uno show australiano, da Mike Vallely, quasi a confermare che i solchi non si nutrono di nostalgia.

Proprio in virtù di questo, un lavoro come “What The...”, ancor prima di aver ascoltato una sola, singola nota, trova davvero poco senso di esistere. Henry Rollins guardava furibondo il mondo da uno specchio infranto perché furibondo lo era, e non poteva certo non esserlo. Ciò che rimane dei Black Flag del 2013 è, invece, una raccapricciante cover, oltreoceano già variamente descritta come “cringeworthy” (neologismo papabile per un immediato riutilizzo...) e “gasp-inducing”, disegnata dal dimissionario Reyes. Sebbene il chitarrismo di Ginn, tecnicamente ed armonicamente parlando, continui a rimanere ben sopra la medietà del genere, è altresì palese che certe invenzioni, profetici lampi di genio all'epoca della loro comparsa, non possano oggi essere viste con lo stesso occhio. Non è probabilmente un caso, quindi, che l'asse di questi ventidue pezzi (troppi) sia generosamente spostato verso la concisione e la schematicità del punk senso strictu – nulla a che vedere con gli impervi astrattismi di capolavori come “The Process Of Weeding Out”, tra le ultime testimonianze della sfaldatura free form dello scheletro compositivo della band. Ginn presta la mano, non la fantasia, anche alle textures metalliche e distorte del basso, suonato on stage da Dave Klein: dietro le pelli, Gregory Moore si rende protagonista di una prestazione onesta, ma tutto sommato incolore.

Il vero, grande problema di “What The...” è Ron Reyes. Nessuno ne mette in dubbio spirito di abnegazione e professionalità, specialmente dopo aver scorso il suo curriculum post-Flag. Se si vuole scrivere un disco eminentemente punk, tuttavia, prima della variatio e delle illuminazioni, ci vuole la spinta. L'approccio. L'impatto. Nessuna di queste caratteristiche regge a trazione critica ed approfondimento cronologico. Si fosse uniformata la tracklist alle disarticolazioni noise di “Wallow In Despair”, alla fucilata di “Get Out Of My Way”, al cubo di Rubik di “I'm Sick” (splendida sciarada di controbalzi in rapida successione, dove sezione ritmica, chitarristica e vocale procedono parallele e scostate l'una dall'altra), ad una “To Hell And Back” avvitata Minutemen su di malate propaggini funk o alle dissonanti, scorticanti iterazioni di “This Is Hell”, non avremmo avuto granché da eccepire. In quasi tre quarti d'ora, invece, la situazione fa presto a ribaltarsi, anche più volte: dai palesi riempitivi (“Give Me All Your Dough”) ai brani genuinamente brutti (la spacconeria da blockbuster di “Blood And Ashes”, il fiacchissimo beach punk di “Go Away”, le vetustà melodiche di “Lies”, il potenziale nucleare di “Down In The Dirt” vanificato da un'incomprensibile impostazione mid), alle influenze mal mascherate (“My Heart's Pumping” sembra un'outtake dei Dead Kennedys dei tempi d'oro), alle noiose lungaggini (diverte il piglio da crooner di “Off My Shoulders”, in verità ben povera musicalmente).

Potesse servire ad avvicinare volonterosi neofiti al meraviglioso passato dei Black Flag, ben venga. Le nostre sensazioni non si orientano, però, in quella direzione.

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Voto degli utenti: 4/10 in media su 1 voto.
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zagor 4/10

C Commenti

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zagor (ha votato 4 questo disco) alle 22:42 del 4 dicembre 2013 ha scritto:

mamma mia che ciofeca...imbarazzante.