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R Recensione

6/10

Refused

War Music

Pizzagate, Gamergate, Ruby Ridge, Malheur National Wildlife Refuge: nomi e luoghi che al lettore europeo dicono poco e niente, ma che oltreoceano, per quanto possa sembrare incredibile – nella loro inconcepibile, grottesca, persino mostruosa distorsione della realtà, nel giocare sporchissimo sul confine sfumato tra fatti e panzane –, si costituiscono come nucleo degli argomenti essenziali al processo di trasformazione dell’isolata far right verso l’ammiccante, sardonico, aggressivo (e istituzionalizzato) altroverso dell’alt-right – la culla della morte che ha abbracciato messianicamente la candidatura di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016, garantendone la vittoria finale. Precisamente questa narrazione, comprensiva di tutte le zone di grigio che vi gravitano intorno e ad essa strizzano l’occhio, è divenuta col tempo largamente (e finanche inconsciamente) dominante nei media mainstream. Quando – per dirne una – un personaggio del calibro di Kanye West, nelle interviste promozionali per il suo ultimo controverso disco “Jesus Is King”, suggerisce che la popolazione di colore possa aver subito il lavaggio del cervello per votare in favore dei democratici, la parte razionale di chi ancora vanta imparzialità di giudizio vi riconosce nient’altro che lo sconfinato ego di un artista nato per far discutere. Ma se qualcuno, viceversa non dotato di particolare acume, dovesse crederci veramente? Nelle parole del rapper di Atlanta, d’altro canto, non sembra esservi alcuna apprezzabile differenza con la narrazione violenta, divisiva ed esclusiva dell’alt-right – galassia cui, tra il serio e il faceto, West ha peraltro dimostrato in più di un’occasione di relazionarsi intimamente.

Una possibile controreazione, penalizzata da purismi settari e snobismi liberal, stenta purtroppo a coalizzarsi in un insieme coeso e capace di tenere testa al Leviatano della sponda opposta, parlando alla testa delle nuove e nuovissime generazioni. Servono ancora quei grandi vecchi che tanto vecchi, a ben vedere, nemmeno sono. Alla luce di queste osservazioni è forse un caso, o forse no, che l’uscita del disco più collerico e veemente dei Refused v.2.0 di Dennis Lyxzén preceda appena un paio di settimane uno degli annunci dell’anno, la reunion in pompa magna (con tanto di tour celebrativo) dei Rage Against The Machine. Tra le poche voci sopravvissute di una “sinistra” (etichetta volutamente vaga) resa atomizzata e inoffensiva dallo strisciante ed annichilente neo-manicheismo della contemporaneità, a Refused e RATM non viene chiesto nient’altro se non, forse, rivendicare con forza la propria identità in un mondo divenuto ancora più ostile di come lo avevano inizialmente lasciato – impresa comunque coraggiosa e impegnativa, che speriamo possa lasciare anche solo un minimo segno. Semmai, condizione supplementare pendente sulla testa di Lyxzén e compagni, privi di un doppio temporaneo su cui testare discorsi di evoluzione stilistica – The (International) Noise Conspiracy e Church Of Noise, a differenza di Prophets Of Rage, sono ragioni sociali congelate da tempo immemore –, è piuttosto l’imperativo morale di riscattare con “War Music” il pessimo “Freedom” (2015), un comeback tanto atteso quanto inconsistente e disonesto: compito anch’esso, come si può capire, tutt’altro che semplice.

One more revolution, my love / One more time through the fire / One more revolution, once more / We’ll march into enemy fire”, l’invito prontamente recapitato da Lyxzén ai propri accoliti nei primissimi versi del manifesto “REV001”: un urlo di battaglia pensato per far sobbollire il sangue. Eppure, se uno dovesse basarsi esclusivamente sul materiale promozionale a supporto di “War Music”, gli entusiasmi sarebbero tiepidi al loro massimo. Il pezzo, volitiva tirata anticapitalista e uno dei primi brani ad uscire dopo il curioso esperimento di “Chippin’ In” (un mediocre mid punk appositamente composto per il videogame Cyberpunk 2077), è un cabarettistico e danzereccio hard-garage il cui riff, invero piuttosto efficace, viene tuttavia ripetuto sino allo sfinimento. Peggio va al primo estratto, “Blood Red”, le cui liriche ribellistiche (“Time for some militance / The fight will come down to us and them / Joined we could represent / The last gasp of the one-percent”) non trovano alcuna corrispondenza con una costruzione strumentale alquanto blanda, che sfocia in un brutto ritornello elettrico-acustico da semiballata. La più recente estratta “Economy Of Death”, infine, alza sensibilmente i volumi delle chitarre, impantanandosi però in un rifferama hc new school statico e senza troppa fantasia: qualcosa, insomma, che non ci si aspetterebbe di sentire dagli autori di “The Shape Of Punk To Come” (e poco importa che la motivazione sia trita e ritrita).

Per un attimo, il rischio di veder concretizzarsi un secondo “Freedom” – e, con questo, la definitiva morte artistica dei Refused – è reale. A stornarlo, compensando al contempo una vena creativa non esattamente zampillante (l’epurazione del chitarrista Jon Brännström continua a far sentire i propri strascichi), è l’azzardo di puntare tutto sull’aggressività dei toni, sfoderando gli artigli come mai nel recente passato. Per una “I Wanna Watch The World Burn” dall’epico ritornello, profetica in tempi di umiliati ed offesi jokeriani (“One spark to set it off / One match is all we need / Wanna stack your values high / And douse with gasoline”), divampano colleriche le nervose chitarre di “Turn The Cross” tra segmentazioni hardcore e torreggianti strutture heavy metal, prima che la chiusura sardonica tra le pieghe di un nuovo manifesto techno (“If you hear this you’re a weapon!”) mandi in cortocircuito il brano. “The Infamous Left” attacca con la potenza centripeta di una versione socialista dei Dead Cross (“Rise up, damned of the Earth / Keep the promise of a brand new birth / For everyone that fought before / For every song sung about this war”), arrotondando nel refrain gli spigoli più acuminati e tornando infine a picchiare nel crescendo del furibondo finale sloganistico. Il percorso si capovolge, con speculare similarità, in “Violent Reaction” e “Damaged III”: nella prima le strofe felpate si liberano di flanger e bel canto nel ruvido refrain, mentre il piglio funk della seconda viene esaltato dal lievitare ritmico dell’epilogo.

Non ingannino danze, ammiccamenti e scenografie: la rivoluzione continua a non rimanere un pranzo di gala. Questo imperfettissimo “War Music” si traveste sino in fondo da nemico per poterlo colpire con più efficacia: come a dire che della libertà rivendicata appena quattro anni fa, senza lotta, non ce ne si fa nulla. Missione (parzialmente) compiuta.

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FrancescoB alle 17:07 del 10 novembre ha scritto:

Recensione splendida, come al solito, anche nel preambolo dedicato allo scenario socio-politico. Sono giusto un po' meno severo nel giudizio, secondo me questo rimane un lavoro discreto, ancorché Macro fotografi con precisione i suoi limiti.