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R Recensione

6,5/10

Santa Banana

La Vita Agra

Al centro delle categorie radiali di “velocità” e “contenuto” si contrappongono, antinomicamente, il coitus interruptus e la sveltina, National Geographic e le breaking news: per cui chi è terrorizzato dal concetto archetipico di “tempo” cerca strenuamente di soggiogarlo, intontendolo con le proprie armi o giocando d’assalto. Se dobbiamo dare retta all’assioma ultrasinistra = ultradestra di Giovanni Scuderi (e perché non farlo, aggiungo, se persino Adinolfi ha un pubblico di lettori?) a finire disintegrato, nell’uno e nell’altro caso, è l’apparato neuromotorio di chi interpreta il ruolo tematico dell’ascoltatore, incapacitato di cogliere un significato finale coerente e costruttivo. Eppur si muove!, urleranno indignati sia gli esaltatori del dinamismo tutto urla-e-sudore, che i difensori del riformismo graduale e ragionato (ultrapunk = ultraprog?). Per muoversi si muove, no doubt about that: ma come si muove?

I Santa Banana sono la soluzione alla domanda non pienamente esplicitata: il posto di blocco con vista sulla dead zone immediatamente antistante l’eccesso, il non ritorno. Per dire, non c’è limite teorico alla sintesi, alle sforbiciature, la reductio ad unum può protrarsi lungo cicli di microfasi senza approdo terminale. Epperò bisogna vedere se il formalismo rimane medium per qualcos’altro, o si fa direttamente, a scanso di ulteriori mediazioni, quel qualcos’altro. Più chiaramente: questi quattro squinternati bolognesi ex Laghetto, ex Danny Trejo, ex Autistic Front e tutto quello che vi pare velocizzano il velocizzabile, vitaminizzano il vitaminizzabile, shakerano lo shakerabile e in otto minuti e cinque secondi si catapultano fuori, nel mondo, con “La Vita Agra” (da anni Bianciardi aveva bisogno di scrostarsi di dosso un po’ di sovrastrutture baustelliane) che, a dispetto della sua formidabile concisione (piacciono qui dentro i Minutemen, sì?), riesce a non sacrificare una singola oncia di esaustività. Lanciano il destriero a folle corsa verso il burrone, frenandolo un attimo prima della caduta nel vuoto: così che si conserva la bellezza dell’attività e se ne evitano gli strascichi collaterali.

È suonato bene? Altroché (D. Boon e East Bay Ray in combutta ne “Il Diavolo E Il Telecomando”). È un prodotto strettamente for fans only? Piuttosto il contrario (certi attacchi, ad esempio quello di “Petralia Was Right”, sembrano filtrare il punk ’77 attraverso il passino degli Agent Orange). È esagerato? A volte, pur ironico (“Membri Di Governo”) o esistenziale (“Mamma Roma”, frusta liricamente, eccellente a livello strumentale) sembra segnare il passo: funziona meglio dove si pensa di più a suonare e di meno a vaticinare (“Valanga”). È fantasioso? Manco a dirlo (“1010011010”), perdendo ovviamente qualcosa nel formato super size (“Pane E Merda” dura centotrentatre secondi e ce ne sono comunque una ventina di superflui). Recensione terminata. Punto (?).

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