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R Recensione

7,5/10

Alter Bridge

Blackbird

Alter Bridge è il gruppo più in vista dell’heavy metal di questi ultimi anni, in grazia di un eccellente cantante dalla portentosa estensione vocale unita a versatile sensibilità, di un talentuoso chitarrista e band leader con parecchie idee e molti modi di approcciarle (usa una quantità smodata di accordature diverse ad esempio… peggio di Joni Mitchell!), di una sezione ritmica granitica ed essenziale, di una salvifica varietà tematica nell’approccio ai brani, di una interessante scrittura dei testi, affatto smargiassi o retoricamente medievaleggianti o tantomeno orrorifici… se si può trovar loro un difetto, risultano semmai e sovente un tantino deprimenti.

Non comprendendo il mio personale gusto musicale uno sviscerato amore per metallo e derivati, questa banda sta all’estremo lembo dei miei ascolti di appassionato. Dopo di loro il nulla o quasi per quanto mi riguarda: in altre parole, sto disputando di Alter Bridge dal punto di vista di uno che ha fatto cordialmente a meno a suo tempo di entusiasmarsi per Iron Maiden, Judas Priest, Metallica e tanti altri mostri sacri dello stesso settore; tendo anche per questo a preferire, del repertorio di questo quartetto della Florida, gli episodi più melodici, più (moderatamente) radiofonici, meno cupi o terremotanti, magari proprio quelli che un metallaro medio convinto troverebbe invece secondari… Chiedo quindi comprensione alla categoria.

Ad esempio il brano che tengo istintivamente in massima considerazione su questo “Blackbird” viene ad essere la semi-ballata “Brand New Start”, per certo niente di particolarmente innovativo ma l’arpeggio in minore è teso e avvolgente, la ritmica rotolante e dinamica, il canto potente e penetrante, il solo di chitarra inebriante e psichedelico; percepisco capacità di scrittura e personalità esecutiva, convinzione ed estro, consistenza melodica e la giusta dose di virtuosismo: per me ci siamo, è qui che questa seconda uscita di carriera decolla definitivamente, anche se le acque erano state smosse più che bene dal micidiale, agilissimo riff d’ingresso all’iniziale “Ties That Blind”, una vera prova di forza.

Il popolo metallaro si è a suo tempo spellato le mani nell’accogliere la lunga ballata heavy che intitola il disco, introdotta dal sapiente fingerpicking  di Mark Tremonti e più in là guarnita da doppio assolo di chitarra (oltre al pirotecnico, solidissimo e consistente Mark se la cava discretamente alla solista pure il frontman Myles Kennedy), acclamato come nuovo e degno anthem della musica più dura. Sì, piace anche a me, ma è così… dolente! Preferisco ancor più altre cose, tipo la lineare ma efficace “Rise Today” dall’irresistibile e sonora (grazie alla speciale ugola in azione) invocazione pacifista nel ritornello, perfetta per essere accompagnata a squarciagola dal pubblico nei concerti; non per niente è uno dei loro singoli più noti.

Giudizio di eccellenza anche per un altro numero moderato intitolato “Watch Over You”, che ha un destino particolare in quanto viene sempre proposto in versione acustica dal vivo, col solo Kennedy a interpretarlo e renderlo così niente di meno che magico! Senz’altro uno dei momenti migliori degli Alter Bridge sul palco, il più toccante: i pochi, sapienti, risonanti accordi presi con accordatura in SOL aperto (la più musicale e intensa che vi sia… Led Zeppelin e Rolling Stones docet, per nominarne due che l’hanno sfruttata a fondo) e la voce strepitosa di Myles musicano al meglio quest’amara descrizione di quanto può essere frustrante voler aiutare qualcuno che non desidera esserlo.

Ultima segnalazione per la conclusiva “Wayward One”, per via del suo refrain la cui melodia è per buona parte la medesima spiccicata della flautistica “Bourée” dei Jethro Tull! Curiosa scelta questa, sicuramente cosciente data la notorietà di quell’aria Bachiana.

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Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 3 voti.
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