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R Recensione

8/10

Black Sabbath

Master Of Reality

Con il loro terzo album del 1971 i Black Sabbath, sostenuti dal buon riscontro del precedente “Paranoid”, intesero di andare fino in fondo e caratterizzarsi definitivamente come band “nera”, oscura e sepolcrale. Non avendo profondo e vissuto background culturale in materia, né autentiche inclinazioni e voglie per l’occulto e l’ossianico, l’obiettivo viene raggiunto operando sul suono, estremizzandolo nella direzione voluta tramite un semplice, ma al tempo inedito, accorgimento tecnico: il chitarrista Tony Iommi ed il bassista Geezer Butler “allentano” le corde dei loro strumenti, accordandoli tre semitoni sotto lo standard. Ne deriva un poderoso arricchimento dei toni bassi, lugubre viatico per riff chitarra/basso ottusamente stranianti, sordidamente disturbanti.

Il suono distortissimo ed ipercompresso di tre strumenti in unisono (due chitarre ai lati dell’immagine stereo ad eseguire le stesse note, il basso al centro, a prendere le note un’ottava sotto) è un qualcosa di mai sentito fino ad allora: sempre rock, ma con un che di monolitico e asfissiante, senza possibilità di aperture, di sollievo armonico, senza spiragli di luce.

Quanto agli altri due compagni d’avventura, per essi non c’è bisogno di spostarsi un millimetro dal loro stile già dispiegato nei due precedenti lavori. Il batterista Bill Ward ha una sua maniera, assai creativa e progressive, di picchiare su tamburi e piatti, donando al gruppo la sua parte di fantasia. Ozzy Osbourne infila il suo timbro beffardo e spastico, autenticamente sepolcrale, fra le immani volute chitarristiche della musica. Poco importa che sia stonato, biascicato, afono, dislessico, sommamente imperfetto, Osbourne è l’inimitabile voce del gruppo, con una carica tutta sua che non può avere alternative, un cantante che non sa cantare ma è più cantante di tutti perché è lui, è solo lui, inconfondibile ed essenziale a dare la sua caratterizzazione alla formazione.

Master Of Reality” presenta otto composizioni, cinque delle quali sono mastodontiche raccolte di quei riff cupi e ottusi di cui si diceva. Quella che nel tempo ha avuto maggior fortuna, diventata da subito un classico nei concerti e poi per tutta la carriera e tutte le formazioni dei Sabbath, si intitola “Children Of The Grave”. Iommi, Butler e Ward martellano un groove pesantissimo per far cantare Ozzy, poi svariano in riff più creativi e disturbanti, fino al finale da cimitero: acquietatasi la ritmica, resta un rombo distorto ed instabile che si avviluppa intorno al sussurro tremendo del cantante, che sibila iterativamente la frase del titolo. Autentico, pacchiano, tamarrissimo rock pesante della classe proletaria di Birmingham.

Il mio brano preferito è però il precedente “After Forever”: sull’assolvenza di un sinistro bordone di sintetizzatore, parte una cavalcata devastante di chitarra/basso con un’alternanza di riff uno più bello dell’altro, uno più intelligentemente ottuso  dell’altro. Iommi è chiamato dai suoi ammiratori “The Master Of The Riff” ed in effetti la sua qualità migliore è quella di mettere a punto frasi chitarristiche di efficacia unica. Come solista è invece assai limitato, benché il suo stile acido e scomposto abbia fatto anch’esso scuola. Dovendo d’altronde suonare con due falangette artificiali al medio ed all’anulare, parzialmente amputati (un incidente sul lavoro in fabbrica, in gioventù), la sua sensibilità nel “lavorare” le corde non può essere ottimale.

A spezzare la monoliticità (ma non l’atmosfera pesante) dei brani rock, ci pensano le restanti tre composizioni. Due di esse sono brevi strumentali: in “Embryo” Iommi opera con un archetto sulla corda più grave della propria Gibson. L’effetto è quello di un violoncello, assai lugubre e quindi in linea con lo stile di tutto l’album. “Orchid” vede invece in azione un paio di chitarre acustiche, naturalmente accordate più basse del normale, efficace preludio all’irrompere squassante del riffone madornale del brano successivo “Lord Of This World”. “Solitude” è invece un brano di durata normale, un “lento” alla maniera dei Black Sabbath, cioè inquietante al massimo grado, con la voce di Osbourne resa filamentosa e spettrale da un appropriato effetto Lesile.

All’epoca, ed ancora per molti altri anni, i Sabbath erano praticamente gli unici in questa ossessiva (e pure di grana grossa) ricerca dell’oltretomba nella loro musica. Nulla faceva presagire che col tempo sarebbe da essi sorto un intero genere, con tutta una serie di sottogeneri, di musica oltretombale e abrasiva. Pure la copertina scelta per il disco, con le sue scritte grevi su sfondo nero, indica la voglia di esagerare di questa fase della carriera dei Sabbath, gruppo seminale come pochi altri nella storia del rock, che si ami oppure mal si sopporti il loro genere.

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Voto degli utenti: 8,7/10 in media su 39 voti.

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DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 1:01 del 16 maggio 2008 ha scritto:

dolce foglia

ahi ahi, non hai citato "sweet leaf" e il suo celebre colpo di tosse iniziale! Splendida l'alternanza tra gli spasmi di "Lord of this World" e la desolazione di "Solitude" ( per la serie, anche i duri piangono).

PierPaolo, autore, alle 9:24 del 16 maggio 2008 ha scritto:

Se ci tieni Junio...

la cito adesso: colpo di tosse iniziale del fumatore accanito Iommi e parte il riffone imperiale, sul quale Osbourne trova opportuno dichiarare il suo eterno amore alla dolce foglia di marjuana ed alle piacevoli sensazioni che riesce a procurargli. Grandi Sabbath, la classe operaia in paradiso.

Ivor the engine driver (ha votato 10 questo disco) alle 11:14 del 16 maggio 2008 ha scritto:

il mio disco preferito dei Sabbath

Bella recensione, bravo a far notare come tutto sia decisamente + cupo in questo disco sia rispetto ai precedenti che rispetto a Vol VI. Un disco che gente come Kyuss e Monster Magnet hanno mangiato a colazione per tutta l'adolescenza (Children of the Grave - tuttora fantastica- è + di un'ispirazione per Thumb). Unico appunto: manco una citazione per la cavernosa Into the Void (rifatta anche dai Kyuss), un vero riffone mastodontico

PierPaolo, autore, alle 12:00 del 16 maggio 2008 ha scritto:

Ma allora le volete proprio tutte...

ok Ivor: dopo la desolata e malsana "Solitude" esplode improvviso il riff granitico, ampio, lungo, cattivo di "Lord Of This World", con Ozzy che, sopra gli spasmi dei bicordi di Iommi, invoca il possesso dell'anima da parte del Male.

Che botta!

Ivor the engine driver (ha votato 10 questo disco) alle 12:01 del 16 maggio 2008 ha scritto:

no per carità non chiedevo un'aggiunta! Cmq complimenti, le scrivi a comando, io ci metto una settimana a scrivere una recensione!

simone coacci (ha votato 9 questo disco) alle 16:10 del 16 maggio 2008 ha scritto:

Bella eh, per carità, però non hai citato...

no, ragazzi, sto giocando, è perfetta così com'è. La nona porta dell'inferno, la voragine che rigurgitò sulla madre terra tutti i demoni del Metal. L'accordatura ribassata è l'uovo di Colombo, ma i Sabbath vanno oltre: ossianici, rantolanti, accerchianti e minacciosi come la sommità del Blocksberg. Senza contare il ventaglio di generi e soluzioni stilistiche che si sono dariwinianamente alimentate (alcune sono sopravvissute nei decenni, altre no), amplificando l'uno o l'altro aspetto germinante dal loro sound. Come si fa a non volergli bene a questi qua? Compreso chi, come me, attraversa una fase in cui l'hard rock del tempo riesce ad ascolarlo solo col contagocce. I loro dischi, con meno pretese intellettuali e una tecnica non altrettanto adamantina, sono invecchiati persino meglio di quelli dei Led Zeppelin. Grande Pier Paolo, il disco giusto, al momento giusto.

Marco_Biasio (ha votato 10 questo disco) alle 22:39 del 16 maggio 2008 ha scritto:

Molto bella, ma come mai non hai fatto riferimento ai favolosi "Osbournes" coi quali Ozzy ha perso credibilità e guadagnato un mucchio di dindoni negli ultimi anni? Il disco per me è da 10/10 secco.

swansong (ha votato 10 questo disco) alle 10:55 del 20 maggio 2008 ha scritto:

Mitici!

Alzo il tiro e dico che i primi 6 dischi (fino a Sabotage del '75 compreso) sono assolutamente imperdibili da 10 secco, poi il declino fino alla rinascita con RJD di Heaven and Hell

loson (ha votato 8 questo disco) alle 1:19 del 22 maggio 2008 ha scritto:

RE: Mitici!

Sì, e i dischi di Zappa fino al '70 sono da 12, 13 o 14, ghghgh... Dai che scherzo, swan! ;D Il disco è molto buono, ma il primo omonimo è inarrivabile, a mio giudizio.

attilio recupero (ha votato 7 questo disco) alle 11:54 del 12 giugno 2008 ha scritto:

Buon acquisto

Leggendo la recensione mi sono ricordato di questo LP che avevo rimosso, non solo ma sono andato a cercarlo. L'ho trovato in Vinile ma non mi pareva il caso di spendere 13 euro e l'ho preso in CD a 10. Sono molto soddisfatto e credo che questo sia un buon complimento per la recensione, ovvero lo stimolo all'acquisto stesso. Cari saluti

Nucifeno (ha votato 10 questo disco) alle 20:41 del 23 luglio 2008 ha scritto:

10 secco

Capolavoro. E poi "Solitude", mammamia, mi viene il magone solo a pensare alla melodia.

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 10 questo disco) alle 15:28 del 24 novembre 2009 ha scritto:

100% Sabbath

questo personalemte lo considero il migliore dei BS, lo preferisco perfino al precedente Paranoid, che è pur sempre un capolavoro. Qui vien fuori il vero sound sabbathiano, potente, avvolgente, allucinato. Children of tht Grave è forse il loro pezzo migliore in assoluto. Solitude è veramente sorprendente. Il disco dei sabbath che ascolto più spesso.

bart (ha votato 8 questo disco) alle 12:31 del 15 aprile 2010 ha scritto:

L'album più cupo dei Sabbath.

Molto simile al primo concettualmente e come atmosfera. Un caposaldo della loro discografia.

Suicida (ha votato 10 questo disco) alle 19:24 del 19 ottobre 2011 ha scritto:

4 stelline a Master è un' eresia.

Sidney (ha votato 9 questo disco) alle 1:32 del 20 ottobre 2011 ha scritto:

i Sabbath ancora oggi rimangono incredibili, non invecchiano e devastano esattamente come allora nonostante le miriadi di gruppi e correnti che hanno ispirato. questo è uno dei loro apici. children of the grave, sweet leaf, after forever, into the void, solitude, lord of this world, orchid... tutte insieme nello stesso disco cazzo! non so se mi spiego. ancora oggi i più grandi.

Suicida (ha votato 10 questo disco) alle 8:35 del 20 ottobre 2011 ha scritto:

Concordo con Swan: i primi sei dischi dei Sabbath sono da 10 fisso anche se nel loro insieme alcuni sono migliori di altri. Ciascuno ha dato un contributo troppo importante per tutta la musica a seguire fino ad oggi. Per me sono la band più influente della storia del rock. (Innesco reazioni violente ahah)

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 15:52 del 20 ottobre 2011 ha scritto:

"per me sono la band più influente della storia del rock"

Macchè reazioni violente ahah la tua è una dichiarazione d'amore da(v)vero suicida, fa onore al tuo nick eheh

Suicida (ha votato 10 questo disco) alle 16:18 del 20 ottobre 2011 ha scritto:

Ahah \m/

REBBY (ha votato 6 questo disco) alle 17:28 del 20 ottobre 2011 ha scritto:

\m/(°_^)\m/

David (ha votato 10 questo disco) alle 16:48 del primo settembre 2012 ha scritto:

Il più oscuro dei Sabbath.

Ekphrasys alle 1:21 del 9 aprile 2013 ha scritto:

Certo che però ragazzi dare 8 al disco con il quale nasce ufficialmente l' HEAVY METAL mi pare una bestemmia che manco il buon Germano avrebbe detto...

Questo album del 1971 è l' album con il quale nasce quel genere che attraverso mille incarnazioni, evoluzioni arriverà fino a noi..."Sweet Leaf" e "Children of the Grave" sono le prime VERE canzoni METAL della storia,,,E che nessuno si azzardi a tirare in ballo Deep Purple o Led Zeppelin.....Che quello non è mai stato Metal, ma Hard Rock o Heavy Rock, o Hard Blues...

Saluti

avantasia (ha votato 9,5 questo disco) alle 14:47 del 17 agosto 2013 ha scritto:

non si può dare 8 ad un album simile. capolavoro imprenscindibile assieme ai due precedenti.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 15:47 del 24 giugno 2015 ha scritto:

Questo disco è da 10. Un capolavoro assoluto. Il colpo di piatto sul terzo giro melodico della chitarra mi procura dal pelle d'oca ogni volta, così come quelle note di pianoforte e di flauto, specie nel crescendo finale. Concordo su "After Forever", ha un tiro pazzesco, ditemi come sia possibile non fare headbanging selvaggio sotto questo pezzo?? Immensi Sabs e complimenti a Pier Paolo, as usual.

Giorgio_Gennari alle 10:12 del 26 maggio ha scritto:

Secondo me è questo il disco migliore dei Sabbath. Influentissimo anche su scene distanti come il doom