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R Recensione

6/10

Motörhead

Aftershock

Lemmy, Lemmy... Cosa ci stai combinando, Lemmy? Se è vero che quando si diventa vecchi si ritorna un po' bambini, negli ultimi due anni ci hai dato decisamente troppe preoccupazioni per i nostri gusti. Prima un colpo alla mano sinistra che, nel tardo 2011 (dopo la release di “The Wörld Is Yours”), ti ha costretto a saltare due importanti show inglesi. Poi quell'intervento al cuore, in primavera – lo so cosa stai biascicando, routine sanitaria, ci passano tutti, colpa dei medici rompicoglioni, sì, sei ancora un uomo di ferro, non l'abbiamo mai messo in dubbio, hai solo sessantotto anni, non ci sono tanti nonni che suonano ancora hard'n'heavy alla tua età. Dulcis in fundo, ben più preoccupante, la caduta estiva di cui tuttora non sappiamo dettagli e modalità. Roba da niente, no? Eppure ti ha causato un ematoma tale da costringerti all'assoluto riposo. Che cacchio hai fatto, Lemmy? Tu hai ghignato, hai sorseggiato il tuo whiskey, imbracciato il basso a tracolla e sei salito, con difficoltà, sul palco del Wacken. Spacconata inutile e dannosa. Dopo trentacinque minuti sei stato costretto a cedere al dolore, a chiudere lo show e a prolungare il fermo, con la completa cancellazione del tour europeo dei Motörhead.

Non c'è bisogno di rispolverare tutto questo bieco machismo superomistico, queste pose da rockstar indistruttibile per sapere che sei ancora lì, ancora vivo e vegeto, ancora pronto a rompere il culo a tutti. Va a finire che, tendi oggi e tendi domani, la corda dell'anagrafe si logora fino a spezzarsi. Noi, invece, ti vogliamo sempre pimpante e bellicoso, autodeterminato e mai rassegnato. Deciderai tu quand'è il momento di dire basta: non metterti in condizione per cui sia la natura a parlare per te. È peraltro impossibile prevedere di stilare, a questi livelli, una qualsiasi tabella di marcia. Il senso comune avrebbe fatto morire i Motörhead quindici anni fa. Ma il senso comune sbaglia, ha sempre sbagliato e sempre sbaglierà. Chi ha ragione non deve far altro che agire di conseguenza. Primaria ripercussione è “Aftershock”, ventunesimo disco in studio del magico trio anglosassone e, manco a dirlo, altra gran riconferma dell'immarcescibilità di certuni stereotipi – meno male, chiosa l'alter ego rampante che ancora scalpita, di tanto in tanto, sotto l'immobile corazza del qui presente scribacchino.

Dato per scontato che tutti conoscano, anche solo superficialmente, l'oggetto di cui stiamo discorrendo, e che sia statisticamente improbabile aspettarsi rivoluzioni dai maestri conclamati del conservatorismo metallico, disegniamo un abbozzo di classifica comparativa su base decennale per chiunque desiderasse, tra le ultime produzioni dei Motörhead, orientarsi in qualità e caratteristiche. Dei cinque lavori da prendersi in esame, “Inferno” rimane il cavallo di battaglia vincente, un incandescente tornado heavy dal songwriting ispiratissimo, e “Motörizer” l'anello debole, stiracchiato nella ricerca della potenza ad ogni costo. Gusti ed orientamento personalissimi, e come tali opinabili, mi suggeriscono di decorare “Kiss Of Death” della medaglia d'argento. Di “The Wörld Is Yours” parlammo bene, e molto, all'epoca, sottolineando la netta discontinuità con il minore precedente ed il gran lavoro di Phil Campbell in ambito solistico. “Aftershock” è, in parte, penalizzato da una scaletta troppo lunga, che dilata oltre il dovuto il tamburo battente e regala, ahinoi, almeno un paio di episodi del tutto dimenticabili (“Going To Mexico” è lo stampino perfetto di “Rock Out”, “Keep Your Powder Dry” una versione muscolare del riffing hard blues dei Nazareth). Le pentatoniche, molto più che in passato, si dimostrano base solidissima su cui erigere peana d'amore, alcool e solitudine, manco Lemmy fosse rinchiuso in una baracca di lamiera nell'agosto infernale di New Orleans: nascono così “Lost Woman Blues”, lento di gran classe, e l'ancora migliore “Dust And Glass”, degna erede della – a suo modo – storica “Whorehouse Blues” (“Dust and glass / Your life slights past / No one to tell you why” sono versi che commuovono).

Ciò che, ancora adesso, non smette di stupire, è la squadratura perfetta del suono Motörhead. Chitarra, basso e batteria seguono gli stessi, identici schemi da quasi quarant'anni, ma infinita è l'intercambiabilità di riff e situazioni, e sconfinata la maestria dei tre musicisti nel far collimare tutto senza la minima sbavatura. Forse che lo studio sia il quarto membro, aggiunto, necessario supporto in difesa degli anni che avanzano impietosi? Ci riserveremo la discrezione di controllare. Nel frattempo, l'irresistibile bordone di piano che trasforma “Crying Shame” in un boogie woogie a volumi da bolgia, il missile della title track, una “Paralyzed” quasi thrash, il sostenuto mid “Coup De Grace” e la perentoria “Silence When You Speak To Me” sono, di per loro, garanzie di successo, qualità e lunga vita.

A quest'ora Lemmy avrà indubbiamente appreso della morte dell'amico e collega Lou Reed. Ci piace pensare che “Aftershock” sia, idealmente, un disco a lui dedicato.

V Voti

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