Ozzy Osbourne
Blizzard Of Ozz
Una stanza di albergo, le note del ventilatore da soffitto cigolante, il fumo che si mescola all’alcol e l’oscurità di più e più giorni di finestre chiuse. Una sorta di inferno in terra, un paradiso da artisti dannati. La malinconia riflessa sugli stilemi classici del noir. Il metallaro maledetto, il principe delle tenebre, colui che raccoglie l’umiliazione e la sconfitta per ergere un nuovo regno e dimostrare la sua grandezza.
Sì insomma quello che staccava la testa ai pipistrelli pensando che fossero di plastica. Quello con la copertina sulle gambe tipo mia nonna che passava su MTV, poco prima della puntata dei Simpson e poco dopo la Signora Fletcher.
Diciamo la verità, la leggenda con cui Ozzy Osbourne risalì la china, post separazione con i Black Sabbath, è difficile da digerire. Tanto il ragazzo si è sputtanato che è difficile non provare un minimo di commiserazione. Eppure, a noi sbarbatelli pesa l’obbligo di cancellare l’opinione comune contemporanea. Inchinarsi alla storia e tentare una contestualizzazione immune da contraddizioni future.
Così dovete ritornare all’incipit, reimmaginare la stanza sulle parole di Milton e poi lasciarvi sorprendere da un’apparizione angelica femminile (manager e futura moglie). Costei cerca di scuotere il Principe, invitandolo a fare qualche sessione per provare ad entrare in altri gruppi; fa***o , che ne sa un chitarrista di come dovrei cantare? Con questa frase, omaggio improbabile a Sergio Leone, Ozzy si fa solista e inizia la campagna acquisti per il suo esordio da risorto.
La strada incrocia nientemeno che Randy Rhoads (già nei Quiet Riot), all’epoca, secondo gli annali delle leggende metallicche, in gara con Van Halen per il posto da miglior chitarrista (anche se Rhoads concluderà la carriera con un prematuro incidente aereo).
Su Randall William Rhoads meriterebbe spendere molte parole, ma non è sicuramente questo il luogo appropriato. Obbligatorio è comunque precisare che, al di là delle dichiarazioni da copertina di Osbourne, Van Halen sarà uno dei chitarristi di maggiore influenza per Rhoads, più che un concorrente di qualche fantomatica classifica.
Non è un caso che la chitarra divida (e talvolta rubi) il ruolo di protagonista all’inconfondibile voce del mangiapipistrelli, capace di suscitare stupore/adorazione quanto odio profondo. A tutti resta l’obbligo di stendere lo scenario di inconfondibile tonalità e distorsione vocale
Il 1980 è un gran campionato discografico di freccette. Ozzy fa in tempo a lanciare la sua e segna probabilmente il punto più alto, rispetto a tutto ciò che seguirà.
Sincerità per sincerità, resta difficile rendere omaggio a una figura che durante la mia infanzia rappresentava cose poco carine. Eppur si muove. Qualche piccolo moto della gamba, la testa che dondola, l’assolo di I Don’t Know, i riff e il coinvolgimento di Crazy Train.
Il resto si sviluppa su linee “semplici” e allo stesso tempo impeccabili. Tanto la prestazione di Bob Daisley (già militante nei Rainbow), maestro nello sweep-picking del basso, quanto la batteria di Lee Kerslake (vedi anche Uriah Heep).
Giusto per concludere la descrizione della AllStarsForOsbourne alle tastiere si trova Don Airey, che già aveva collaborato con i Black Sabbath e, controllate in rete per credere, “ha suonato praticamente con quasi tutti i gruppi hard rock e heavy metal dagli inizi degli anni ’70 fino a oggi” [fonte Wikipedia].
Detto questo si ridimensiona l’immagine di Blizzard of Ozz come insieme di talentuosi sottovalutati che non hanno niente da perdere. Non che si possa negare una sorta di spirito vitale che permea tutte le 9 tracce del disco.
Sorvolando sulla ballata lamentosa Goodbye To Romance (meno male che c’è l’assolo) si arriva a Dee, brano di sola chitarra acustica che fa da trait d’union con Suicide Solution, dedicato più all’alcol che al fine-vita (no, puritani, non sono la stessa cosa).
Il vino è buono ma il whiskey è più rapido
Il suicido è lento con il liquore
[…]
Adesso vivi in una bottiglia
Il mietitore sta viaggiando a tutto gas
Ti sta prendendo ma tu non vedi
Il mietitore sei tu e il mietitore sono io.
Tocca alla leggendaria Mr. Crowley, cafonamente definita satanista (perché se non sei cristiano sei satanista), incentrata su un personaggio reso celebre dalla canzone ma degno di nota anche preso di per sé. È tra i pezzi più cupi, introdotto da tastiere efficaci e segnato da uno degli assoli più felici (riusciti e conosciuti) degli anni ‘80. Anche Ozzy, meno tecnico dei miei disegni d’asilo, tocca una delle massime prestazioni.
Alla vivacizzata, ma non eccezionale, No Bong Movies segue Revelation, manifesto pro-natura. Il lamento del figlio della terra che prega di perdonare gli uomini (Madre ti prego perdonali, per non sapere quello che fanno, guardando indietro nei libri di storia, sembra non ci sia niente di nuovo), seguito dalla rabbia di chiusura, in un crescendo di pathos riuscito soprattutto grazie agli interventi di tastiera.
Chiusura riserva a Steal Away, dove Rhoads torna a rubare la scena a Ozzy, qui su toni decisamente meno malvagi ed oscuri.
Nella riedizione del 2002 trova spazio anche You Look' At Me Looking' At You, canzone meno originale dal ritornello classico quanto divertente. Piacevole dessert, pubblicato in origine come b-side di Crazy Train.
Superate i pregiudizi, sorvolate quello che sarà e fermatevi nel 1980.
Cosa sarebbe questo disco senza Randy Rhoads, che mancherà nel 1982? Molto poco, quasi niente.
A non lasciarsi offuscare da questioni di simpatia/antipatia il disco si mostra come precursore di molta musica a venire. Caposaldo di quell’heavy metal che si lascia corrompere da hard rock e NWOBHM.
We didn’t have anything to lose. It was a party time.
We were fucked up a lot, but we wanted to make a great album and get back out there.
NOTA; l’edizione del 2002 vede le parti strumentali di basso e batteria riregistrate da Robert Trujillo (già Suicidal Tendencies, oggi nei Metallica) e dal batterista Mike Bordin (Faith No More), per questioni sul diritto d’autore.
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