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6/10

Black Rainbows

Carmina Diabolo

La scena heavy psych è una scena compiutamente globale. Le etichette - perlopiù indipendenti - sparse per il mondo sanno competere dignitosamente con gli Stati Uniti (i quali mantengono comunque una sorta di primato, almeno a livello quantitativo) producendo artisti di tutto rispetto (i danesi Causa Sui, i tedeschi Colour Haze, i giapponesi Acid Mother Temple) dediti a porsi come alchimisti di quella materia ribollente che è la “psichedelia pesante”, ovvero quel tentativo che partendo dai Blue Cheer e transitando per l'esplorazione cosmica del kraut rock, lo space rock degli Hawkwind, e infine la svolta stoner, ha come obiettivo quello di giungere allo stordimento e al trip non solo con la cerebralità astratta e tipicamente intellettuale del genere, ma sfruttando la potenza fisica degli alti volumi. Psichedelia violenta, d'impatto, dove le vibrazioni tattili dei decibel hanno la stessa importanza degli elementi più tipicamente incorporei del filone.

I Black Rainbows si piazzano di diritto in questa scena, che trova in Italia un folto sottobosco di esperienze quali MoRkObOt, Wicked Minds, Black Land e Ufomammut (nonostante questi ultimi siano i più radicati alla matrice sludge/doom del lotto).

Già conosciuti per l'esordio di “Twilight In The Desert” (2007), il trio romano sfodera, con l'ultimo “Carmina Diabolo”, un sound più compatto, aggressivo e riconoscibile. Le coordinate in ogni caso rimangono le stesse: i Kyuss e i QOTSA dominano su tutte le influenze, segnando profondamente ogni brano, a partire da un vocalist impegnatissimo a riprodurre lo stile vocale di John Garcia, ma più in generale da un sound desertico e rovente tutto derivato da “Blues For The Red Sun” e “Songs For The Deaf”.

Operazione tanto riuscita quanto pericolosa: il rischio di plagio è dietro l'angolo. L'adozione strutturale di elementi tipici della creatura QOTSA (macro come la voce, micro come ad esempio i campanacci di “Babylon”, capaci di rievocare insistentemente il singolo “Little Sister” o i tipici effetti alle chitarre) sono però uniti ad un'interpretazione passionale che rivela un onesto e disinteressato tributo verso il mondo stoner. Il rischio di plagio è dunque sventato.                                                                                                          

Rimane in ogni caso un'uniformità stilistica che si limita spesso a gravitare come un satellite intorno alla massa attraente del pianeta madre. Nonostante il fascino di brani tiratissimi e dagli sviluppi impattanti (la gorgogliosa “What's In Your Head”, l'incalzante “In The City”, la possente “Himalaya” e la cosmica “Space Kingdom”) la formula heavy “riffone spesso-beat schiacciasassi” si fa presto ripetitiva, lasciando poco spazio agli elementi più “psych” (incursioni cosmiche, dilungamenti strumentali, feedback...).

Proprio sullo sviluppo di questi band come Causa Sui, Acid Mother Temple, Dead Meadow hanno ridato vita e slancio ad un genere. La maturazione tecnica, la dirompente aggressività e la forza persuasiva raggiunta dai Black Rainbows in ogni caso fa ben sperare ad uno sganciamento dai mostri sacri attraverso l'elaborazione di uno stile più personale. Per ora in ogni caso ci troviamo di fronte ad un punto di passaggio obbligato per chi, in Italia, dovesse affrontare il genere.E non è certo poco.

P.S.: per un approfondito viaggio nell'heavy psych made in Italy è d'obbligo la compilation “The Heavy Psych Italian Sounds” (Go Down Records, 2008).

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