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R Recensione

7/10

Summa

Ecco un disco che mi ha dato del filo da torcere per cercare di ricondurre ad una descrizione il suo contenuto: sfuggente e inafferrabile, pronto in ogni istante a smentire radicalmente la direzione appena intrapresa, dichiaratamente alieno alle convenzioni di genere, tempo, ed a modalità espressive vagamente riconducibili ad una qualsivoglia categoria. Messa da parte la surreale idea che RareNoise le studi tutte per complicare la vita ai malcapitati recensori, producendo opere sempre più distanti da una minima possibilità di classificazione, e con una ratio che rimane rigorosamente circoscritta all’intelletto dei suoi creatori, il primo tentativo è quindi quello di stare sulle generali.

In “Summa” sfilano vortici di bucoliche percussioni metalliche alternate a chitarre acidissime e roboanti riff psycho - heavy, trovano spazio momenti free e noise così come spazi ambient popolati da suoni e rumori difficilmente riconducibili ad un singolo strumento fra quelli suonati dai tre ungheresi - il chitarrista Ádám Mészáros, il bassista Ernö Hock ed il batterista András Halmos - o dai loro ospiti, il sassofonista norvegese Kjetil Møster ed il manipolatore di elettronica Balint Bolso.

Quello che sfugge totalmente, però, è il perché le cose si susseguano nella sequenza proposta.

Chiediamo quindi un aiuto all’interpretazione autentica fornita dalle parole del batterista Andras Halmos : “Ascoltiamo molti generi di musica tradizionale e ci piace pensare a noi stessi come a musicisti folk. La musica tradizionale, in particolare quella molto antica, suona davvero grezza e semplice, anche se in realtà è complessa e viene tenuta insieme in modo diverso che nella musica suonata su criteri metronomici. Diventa molto più una questione di saper stare nel flusso, vivere il momento e lasciarsi andare invece che voler avere ogni parte sotto controllo. Per me non è mai stato un processo consapevole quello di essere in grado di suonare differenti stili musicali. Non preferisco nessun genere, voglio solo scoprire musica che mi piace e suonare ispirato da quella. Mi piacerebbe che Jü non venissero etichettati in alcun modo, mentre in genere siamo catalogati come una band noise-punk”.

Tutto chiaro? Sembrerebbe un manifesto a favore della libera e radicale improvvisazione. In realtà le cose sono un po’ più complicate, come si evince dall’esame dettagliato del programma.

Lady Klimax” parte con un tribale riff condotto dalle percussioni che avvolge tutti gli strumenti per poi assumere le sembianze di un ciclopico tour de force chitarristico. 

Quindi “Socotra”, piccola porzione a base di suggestive acustiche percussioni e kalimba, ed a seguire la title track “Summa”, una  torcida  psycho -heavy che periodicamente si cristallizza in stasi elettriche dominate dalle percussioni metalliche e  degenera nel finale in una bolgia free.

Dopo il breve interludio di “Keltner”a base di acida chitarra e piatti, l’esteso sviluppo di “Partir” si avvia  su un ripetuto fraseggio di sax e chitarre che può richiamare i Morphine, per sfociare in una noise zone e poi dare spazio, di ritorno sulle cadenze iniziali, al tormentato solo di sax di Moster.

My heart is somewhere else” anima di furia punk un riff che parrebbe accattivante, quasi pop: poi annulla tutto in una devastante appendice noise.

La struttura di “Jimma blue” evolve lentamente da una meditativa sezione iniziale ambient ad atmosfere psichedeliche nutrite dal dialogo fra chitarra e percussioni tribali, per acquistare consistenza con l’ingresso del perentorio riff kraut del basso.

Mongerl Mangrove” è un macigno hard core affogato nella distorsione e “Sinus Begena” chiude il tutto con il basso di Hock che suona come uno strumento a corde tribale.

Tutto qui. Io non sono riuscito a venirne a capo.

 Salvo divertirmi, qua e là, con l’aria smarrita di chi non capisce bene in quale gioco sia stato coinvolto.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 18:30 del 16 aprile ha scritto:

Immagino non sia facile ritrovarsi sempre e comunque qui dentro. Il disco è veramente notevole per eclettismo, capacità di scrittura (spesso dimenticata a favore della volèe a tutti i costi) e, soprattutto, forte personalità (non è da tutti sapersi muovere con una tale agilità e autorevolezza sul territorio accidentato dell'alt rock-no wave). Certo, si sente la tangenza a progetti coevi (soprattutto certe esplorazioni d'area scandinava), ma v'è anche molta impronta personale (con un paio di puntate etniche, discrete ma affascinantissime, che ho apprezzato davvero molto). Alcune cose sono veramente da applausi: il crescendo coerentissimo di Lady Klimax, il boogie scatenato di My Heart Is Somewhere Else, le stille psichedeliche della title track e di Jimma Blue. Disco corposo per temi e durate, ma questa fisicità non si avverte affatto. Davvero una splendida prova e, di gran lunga, la migliore uscita RareNoise di questo primo quadrimestre.