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R Recensione

6/10

aTelecine

The Falcon And The Pod

Comincerei con un paio di considerazioni che poco o nulla hanno a che vedere col disco in questione. Si sa che a noi di Storia ci piace menare il can per l’aia e cazzeggiare un po’ con i nostri adorati lettori e lettrici prima di arrivare al sodo. Siamo fatti così.

La prima considerazione è (più o meno) questa: in tempi di “olgettine”, reality show con le chiappe di fuori e i seni all’aria e blandi sex-tape di celebrità rese celebri dai loro stessi blandi sex-tape, quello della pornostar, mi si passi la provocazione, rischia di diventare un mestiere sempre più rispettabile se non addirittura commendevole. Perché saper fare bene “quella cosa” non è mica roba da tutti. E saperla fare davanti ad una macchina da presa, in modo così “vero” e coinvolgente da rapire i sensi di milioni (miliardi?) di spettatori in giro per il mondo, si avvicina pericolosamente ad una forma d’arte. Oltretutto loro sono fra i pochi pilastri dell’industria “leggera” a non conoscere (quasi mai) crisi e a tenere in piedi l’economia globale (e virtuale) in un momento così difficile. Qualcuno ha detto: “Se togliessero tutto il porno da internet, nel web rimarrebbe un solo sito intitolato Ridateci il porno”. Forse due: con noi di Storia che, tacitamente, approveremmo la mozione. Anche per questo qui in Italia, paese cattolicissimamente retrivo e sessualmente assai poco meritocratico, siamo rimasti ancora ai tempi di Ilona e Moana: a chi lo faceva con vero “spirito democratico” (come direbbe  Napolitano aka il Prez), alla luce del sole, oggi preferiamo coloro che lo fanno con il Nano di turno in qualche oscurantista e cafone boudoir del Potere e poi negano tutto, solo dopocena a base di coca (cola, eh, sia mai, mi raccomando) e qualche innocuo filmetto dei fratelli Vanzina. Contenti noi.

La seconda considerazione è che pornostar e musicisti, finora, sono andati molto più d’accordo in camera da letto (le cronache di ieri e di oggi sono stracolme di fugaci liason fra le vedette della tripla X e le rockstar più tamarre ed affamate) che non in sala di registrazione. A parte qualche eccezione, peraltro poco significativa, come quella di Andrea True (al secolo Anne Marie Truden), attrice hard che nel 1976 arrivò al numero 4 di Billboard con un brano dance intitolato “More More More” inaugurando una piccola carriera che la portò a centrare qualche altro hit nel filone “sexy-disco”, soprattutto in Gran Bretagna. Più o meno nello stesso periodo ci provò anche Marilyn Chambers, quella del capolavoro art-porn “Behind The Green Door” dei fratelli Mitchell e della partecipazione a “Rabid – Sete di Sangue” di David Cronemberg (anche lì tutta nuda, nella scena del ricovero in ospedale), una delle più grandi (e belle) di sempre nella sua professione d’appartenenza, ma riuscì solo a strappare qualche ghigno trash nelle discoteche europee di seconda e terza mano con un pezzo a dir poco stravagante intitolato “Benihana”. Un destino simile a quello delle spassosissime incursioni canore della nostra Ilona/Cicciolina, anche se pare che il tempo le abbia reso almeno un po’ di giustizia: oggigiorno singoli come il celeberrimo “Muscolo Rosso d’Amore” sono molto ricercati dai collezionisti e dagli amanti più generosi del kitsch-pop ottantesco. Di profilo decisamente più alto sul piano stilistico, ma purtroppo limitata ad una cover introvabile ed estemporanea, è la collaborazione fra una giovanissima Debi Diamond, altra performer storica, di una bellezza e di una fisicità semplicemente sconvolgenti, e i Durutti Column che nel 1987 realizzarono insieme una versione new-wave di “White Rabbit” dei Jefferson Airplane. Solo curiosità, insomma, e poco altro da segnalare.

A questo punto vi chiederete: “Perché mai tutto questo arzigogolato e malizioso preambolo, per un disco all’apparenza ostico e, diciamolo pure, anonimo come quello degli aTelecine?”. Perché fra i suoi componenti, accanto a musicisti elettronici di professione (tali Pablo St Francis e Anthony Djuan), troviamo una signorina che di nome fa Sasha Grey. E, si, è proprio lei. La principessina dark dell’hardcore (filmico) degli anni Zero, lei, per metà Lolita, per metà Lydia Lunch, la pornostar intellettuale ed “esistenzialista” che sul suo blog non parlava dei personaggi famosi con cui era (o non era) stata a letto, ma dei libri che leggeva e dei film che le piacevano, che citava Camus e Godard, che metteva in bella mostra su myspace una genealogia di dischi preferiti così ampia e variegata da far quasi invidia a Scaruffi. Un’icona (positiva) di questi tempi pornocratici, appena ritiratasi dalle scene a luci rosse e intenzionata a cimentarsi in altri campi. Per dimostrare, consentitemi la citazione colta, “di avere una fica per il lavoro e un cervello per il piacere” (Anais Nin). E gli aTelecine, a quanto pare, sono uno di questi. La serietà degli intenti è dimostrata dal fatto che la Grey ha sempre cercato di rimanere defilata, di lasciare spazio ai suoi (più esperti) compagni, di non sovrapporre il proprio nome a quello della band, pur essendo consapevole della pubblicità e dell’esposizione che ne sarebbe derivata. La musica degli aTelecine, d’altro canto, non ha nulla, ma proprio nulla, di sexy e di ammiccante. Nulla di quanto si potrebbe essere comunemente indotti ad associare ai trascorsi della nostra Sasha.

La ben nota vocina - forbita o sboccatissima - della Grey (che giochicchia fra synth e loop e strimpella droni di chitarra) non si sente quasi mai e quando lo fa è talmente deformata dai filtri e dagli effetti da rendersi di fatto appena intelligibile. “The Falcon And The Pod” aleggia ombroso ed insinuante fra i bollori glitch, gli echi sintetici e il minimalismo ambientale nei nove minuti di “A Secret Ratio”, industrial pungenti ma sempre lillipuziani come “Whisper”, “No Other Way” (marcetta a due voci, lei e un lui, che rincorrono sempre le stesse parole, come in un mantra) e “A New Future!”, dove si avverte, in filigrana, un piccolo omaggio ai Throbbing Gristle (il gruppo preferito dalla Grey, stando a quanto più volte dichiarato), accenni di electro-pop (quasi cantato) su frequenze disturbatissime e ultra lo-fi (“A Moist Duck”, “None”), acute cantilene kraftwerkiane (“Magazine”) e lugubri intonazioni dark sperse in sottofondo (“Light Through The Leaves” e “Lost”). Un dischetto interessante, a tratti un po’ monotono, che conferma la dimensione embrionale del progetto ancora più vicina al mixtape (come già il precedente, più spigoloso, “A Cassette Tape Culture”) che a quella di un’opera concepita e compiuta come tale. Noi, che delle distinzioni fra cultura alta e bassa, fra avantgarde e sexploitation, ce ne infischiamo, facciamo comunque il tifo per lei. Pardon, per loro. Promossi.

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Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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target alle 22:08 del 30 novembre 2011 ha scritto:

Ahah, grande Simo. Il disco non l'ho ascoltato ma mi incuriosisce, anche perché la Pendu pubblica pochissimo ma di qualità. A questo proposito, resto in attesa del 7'' in collaborazione Sasha Grey/Chelsea Wolfe che hanno annunciato!

simone coacci, autore, alle 10:42 del primo dicembre 2011 ha scritto:

RE:

Figata! Avvisami quando esce!

ozzy(d) alle 23:05 del primo dicembre 2011 ha scritto:

io invece al sodo ci arriverei subito, specialmente al sodo dell'avatar del recensore ghghghgh bella recensione!