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R Recensione

5/10

Germanotta Youth

The Harvesting Of Souls

Il fascino discreto della borghesia, che permette di dibattersi nei più vari territori senza avere il timore di sporcarsi troppo le mani, porterebbe Lady Gaga a visitare questa pagina e usufruire spietatamente del badget qui sotto presente, cliccando “mi piace” (volevo dire, “I like it”) a piè sospinto. Il Mondo Grind, invece, che non è fascinoso e ancor meno discreto, la butta in caciara, realizzando una poco accorta reificazione del powerviolence storico, aizzato da fantasmi e correnti ancor più noise. Insomma: l’ombra del disimpegno in sette note – anzi, in una nota – cala lunga come quella di un sole di mezzanotte. L’altra faccia della medaglia metamorfica Zu (del batterista Battaglia e del sassofonista Mai abbiamo già parlato, diffusamente, nelle scorse puntate) si colora del ghigno strafottente di Massimo Pupillo e del suo tributo ironico alla nuova dea del pop boccaccesco, effimero e barnumiano, a suon di clangori, strepiti, deformazioni metallurgiche, bombe sonore di sottile umorismo ed inascoltabile presenza scenica.

Così Germanotta Youth, ventitré anni dopo il primo sdoganamento mainstream del tandem Gordon-Moore, assume ancora una volta i connotati del vuoto a rendere, ossia del progettino messo in piedi giusto per non sentirsi parte integrante del precariato: uno, forse due dischi, un po’ di concerti dal vivo e poi ciao, è stato bello, risate a ripensarci tra qualche anno. “The Harvesting Of Souls” – al contrario di quello che poteva, per esempio, suggerire “Mombu” – proprio non riesce ad aggiungere nulla, oltre a ciò che si manifesta nei suoi solchi. In mezz’ora scarsa (che, per il genere, è chiedere anche troppo) basso, batteria e sintetizzatori vari scatenano semplicemente un macello industrial-grind di spessore risibile, impatto modesto e presa sicura: la violenza parossistica lasciata a briglia sciolta e non ripresa, al galoppo, dagli interventi correttivi di compagni altrettanto forti e determinati.

Ma frastuono è perché frastuono vuole essere: il non-senso del gruppo vuole sottolineare, forse, che da lì non si scampa. Relitti dell’America proibita degli anni ’90, eruzioni rumoristiche senza ritegno, cybergrind affilato con la katana: welcome deafness. “Ravenous Black Hole”, “Colony Collapse Disorder” e la title-track sono tre martelli ad oscillazione-tipo da rave party, malignamente monodirezionali, che sublimano le detonazioni free-form di brani come “Axion” e le traducono nella quotidianità. “Neuro Psyonic Activity” mette di traverso pure un vocoder, in un delirio che sembra composto a quattro mani da Merzbow e Agoraphobic Nosebleed. Giusto per non farsi mancare nulla, ma rovinando leggermente l’atmosfera di palese ed esplicitato divertimento che scivola via per tutto il disco, c’è qualche momento di presunta serietà, totalizzato ad hoc in modo da sbugiardarne i finti altarini: “Blackfriars Bridge” fluttua, crivellata di colpi, sino a quando viene ricoperta da una futuristica patina post-industriale che fa cadere, inaspettatamente, il sipario; “Draconian Measures, A Letter To Lady Gaga” ci mette quattro minuti a caricare le munizioni, mentre nel frattempo esplora discreti territori ambientali; “A Closer Look Into The Mind And Soul Of Pope Benedict XVI” sacrifica addirittura l’impatto diretto, in virtù di un lavorio sotterraneo che si destreggia tra sample, pizzicori di varia natura fisica e tentativi di spostare l’asse del discorso su un carattere più propriamente elettronico.

Se fosse grinder, Lady Gaga scriverebbe di certo un disco così: molesto, inconcludente, senza pensieri. A noi rimane la certezza, odierna, che Mombu e Germanotta Youth, messi assieme, non riescono a raggiungere nemmeno la metà degli Zu.

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9jjcugy alle 11:08 del 12 luglio 2011 ha scritto:

incredibile...

Sono riuscito ad annoiarmi in soli 10 secondi. E' un pregio pure questo.