R Recensione

4/10

Interferenze

V1.1 V1.2

Interferenze è il progetto che origina dall’incontro dei due musicisti fiorentini Giacomo “Jac” Salani (voce, basso, chitarra elettrica ed acustica) e Luca Fucci (synth, piano e programming).

I due, ormai da qualche anno, si dilettano nella più o meno criminale produzione di una musica dal carattere fortemente disturbato e disturbante, di matrice chiaramente industriale, screziata altresì da laceranti ombre di nichilimo punk, scurezza dark-wave e ostentata volgarità glam, il tutto diluito nello zucchero del pop sintetico da classifica glorificato negli anni ottanta. Una non così improbabile commistione di generi e stili che prende forma e sostanza in V1.1 e che tenta, sospinta dalla dimensione poco “nazionale” della proposta, la via della lingua inglese nel mini-gemello V1.2.

Voglia di evasione dai patri confini evidente anche nella scelta esterofila della masterizzazione, ad opera di Tom Baker, presso il Precision Mastering di Los Angeles.

Diciamolo subito: al di là del bell’abito indossato, la sostanza lascia intravedere una natura ancora acerba, forzatamente incanalata in una dimensione non spontanea, intuitivamente figlia più dell’emulazione che di una effettiva creatività originale.

 

V1.1. si compone di dodici tracce sviluppate attorno a quella ormai celebre estetica cyberpunk definita nella sua essenza dallo scrittore William Gibson: l’umanizzazione della macchina, o viceversa, in un contesto cinico e nichilista, post-apocalittico, dove è la tecnologia, e non più la natura, a fare da ambiente e da madre di ogni cosa. Visioni brutali, de-umanizzanti e decadenti, ancorché permeate da un certo romanticismo, rese in musica con lucidità e sopraffina classe da gruppi quali Ministry (prima) e Nine Inch Nails (poi).

In questo preciso solco, con tutte le sfumature – o i tentativi di evoluzione – del caso, si colloca questo disco: l’apertura, riservata a La Resurrezione, è vicinissima al linguaggio di Trent Reznor, non solo nel martellante pulsare dei bassi sintetici, devastato da incursioni di synth e chitarre selvagge e ultradistorte, ma anche a livello testuale. Versi quali “sono risorto nel tuo caldo ano” o “nella profondità della tua carne ritrovo la mia anima” sono difficilmente scindibili da quel “I want to fuck you like an animal, I wanna feel you from the inside” che Mr. Nine Inch Nails declamava in Closer, mescolando pornografia e deliri religiosi. Il territorio scelto dal duo è davvero infido, e se ottimi risultati in tal senso si contano sulla punta di una mano, un motivo dovrà pur esserci.

Citazionismo eccessivo a parte, l’altro grande limite di Interferenze si palesa già in Moto perpetuo, secondo brano dell’album, che alterna ad un buon groove, (con un riff di chitarra basato sulla ritmica e sull’intervallo di semitono, richiamando direttamente l’intro di Wake Up dei RATM), un ritornello che la voce interpreta, nel chiudere le frasi, con un’enfasi davvero eccessiva, sovente al limite del caricaturale. Problema che si ritroverà lungo quasi tutte le tracce del lavoro, assurgendo indubbiamente al ruolo di maggior responsabile della mia personale indisposizione.

Attraverso l’alternanza di linearità e sincopi di Indelebile, la relativa placidità della successiva Dentro un Attimo e la ricchezza percussiva ed armonica (belli gli inserti di piano) di Sacrifici Chimici, si articola un percorso verso lidi più orecchiabili, molto prossimi ai Depeche Mode, che culmina in Fuori Tempo, indubbiamente il pezzo più immediatamente fruibile (e prescindibile) del lavoro. La strumentale ed intensa Indivisibile, sorta di botta e risposta fra un piano minimale e muri di rumore che deflagrano come terremoti, fa da spartiacque per la seconda parte del disco, in un certo senso più sperimentale, che comunque riserva qualche sorpresa positiva: l’elettronica dei Kraftwerk nel sette ottavi di Un giorno Utile, l’urgenza ritmica e chitarristica in Fluido, i contrappunti pianistici e i riuscitissimi stacchi in Punto Di Contatto, il flipper indiavolato e dispari in cui rimbalza  Demone. La chiusura, riservata a Senza Lacrime (Solo Male Al Cuore), è il momento migliore: un crescendo ipnotico come un mantra, in continuo sviluppo, crea gli spazi per le arie psichedeliche ed alienanti del finale, evocanti la pinkfloydiana Welcome to the Machine.

 

V1.2, come si è accennato, ripropone in lingua inglese i cinque brani Fuori Tempo (Falling Down), Sacrifici Chimici (Chemical Sacrifice), Un Giorno Utile (A Very Good Game), Punto Di Contatto (Inside My Head), La Resurrezione (My Resurrection).

Interessante è la cover stravolta di Immigrant Song, opener del “terzo” Led Zeppelin e brano che, proprio per il riff reiterato e scheletrico, ben si presta alla traduzione nel linguaggio elettronico. L’inglese smorza un minimo l’enfasi vocale, concedendo qualche speranza sulla buona riuscita dell’esperimento. Bisognerà però, se questa sarà la strada che si sceglierà di intraprendere, migliorare una pronuncia che impietosamente tradisce l’origine geografica del prodotto.

Ora, senza volermi arrogare il diritto di saper cogliere senza fallo l’espressionismo del gruppo, concedo un plauso alla cura dei suoni e ad alcuni pregevoli momenti nell’arrangiamento, ma

non posso evitare di porre l’accento sull’insieme: disco che si presenta grottescamente “gelido”, incapace di trasmettere la benché minima emozione proprio per il suo carattere intrinseco di opera intellettuale e non artistica, costruita e non, semplicemente, scaturita. La natura fortemente derivativa e soprattutto la non credibilità (per non dire il cattivo gusto) di testi ed interpretazioni vocali, troppo spesso capaci solo di strappare un ironico sorriso invece che di indurre al pensiero o all’emozione, rendono Interferenze un progetto basato sull'atteggiamento più che sulla sostanza, confuso ed esagerato nel ricercare la perfezione degli elementi sonori quando invece l’attenzione andrebbe posta sui grossi limiti della comunicazione artistica in sé.

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