R Recensione

7/10

Neon

Oscillator

Per un brevissimo istante alla fine degli anni 70 Firenze è stata la capitale della new wave italiana, il “nuovo rock” emergente. La città del Giglio legittimava questo status momentaneo con una bella serie di esperimenti musicali spinti talvolta fino all’estremo, spesso e volentieri ribollenti di elettronica. In questo contesto vanno inquadrati i Neon, ovvero Marcello Michelotti  e Stefano Gasparinetti Fuochi, facenti parte a pieno titolo della scena che esplorava la “new thing” della musica. Oscillator è la riedizione su disco di un loro live dell’inverno del 1979, finora circolato solo su cassetta, ed è una nitida fotografia degli arditi sperimentalismi del duo, prima della svolta gothic-rock e della consacrazione a livello internazionale: un’immagine impressa a fuoco in una delle notti del capoluogo toscano.

Siamo al Banana Moon, un piccolo club di Firenze per cui sono passate tante piccole promesse del rock cittadino. C’è un palco, in fondo alla stanza principale: sopra, due tavoli, sovraccarichi di sintetizzatori, mixer, microfoni e apparecchiature elettroniche di vario genere. Dietro, tre schermi. Spenti. Salgono i due performer, la creatura Neon si affaccia silenziosamente sul pubblico: già il nome del gas richiama lo squallore e le ombre tenui di insegne rantolanti nei viottoli delle città.

La musica inizia a scorrere; gli schermi si accendono. Da qui, è quasi un’ora di asperità sonore: sette tracce in tutto, quasi tutte strumentali (e dove compare la voce di Michelotti sono solo lamenti e stridii), con sbrigativi titoli numerici connessi alla durata dei pezzi. È un concerto austero, che lascia poco o nulla a divagazioni secondarie: geometrie industrial, atmosfere dark, rumorismo sparso, loop alienanti ed elettronica robotica sono i tratti caratteristici di Oscillator. La band prosegue la strada di altri sperimentatori sonori come Cabaret Voltaire e Throbbing Gristle, ma si sente chiara e forte l’influenza dei Kraftwerk nella totale estraneità della dimensione umana a questa musica, dominio incontrastate di macchine e congegni elettronici. A stagliarsi su tutto è il suono plumbeo del Minimoog, guida ai lunghi percorsi di buio. Per tutta la durata del concerto, i Neon stanno in piedi dietro ai sintetizzatori, non uno sguardo, non una mossa scenica o di partecipazione verso il pubblico, che si sente spaesato, confuso (tra un pezzo e l’altro si possono udire in sottofondo le voci esitanti dei giovani alternativi fiorentini) ma anche irrimediabilmente attratto. Dietro, sugli schermi passano immagini disturbanti, luci effettate e lampi improvvisi.

L’esperienza Neon era agli inizi, e nella musica si ritrovano alcune ingenuità naturali, come la parziale uniformità del piano sonoro o alcuni passaggi troppo tenui. Ma quello che allora sembrava solo un abbozzo, un passaggio transitorio, ai giorni nostri rivela invece un’importanza tutt’altro che trasversale: molte spore di successive forme di microelettronica sono qui, per non parlare delle filiazioni dirette con tutta una galassia industrial. Non a caso al banco di mixaggio siedono Maurizio Fasolo e Massimo Michelotti, che con il tedesco Alex Spalck formeranno più tardi i Pankow, altra formazione di punta della stridente scena industriale.

E così questa musica continua a violentare anche le notti odierne con la sua affascinante severità e futurismo abrasivo: per trasportare la mente in un’altra dimensione basterebbero i due trip iniziali, di undici minuti ciascuno, con 1102 che parte da poche gocce elettroniche e frana poi in una linea tematica imponente come un’orchestra robotica, che riaffiora, depotenziata e disfatta, tra la melma basale di 1039. La stessa atmosfera di onnipotente oppressione si respira in tutto il disco, specialmente nei passaggi di 0610 e 0712, ma trovano spazio anche riflessioni più prettamente ambient, maggiormente distese ma pur sempre strette tra cavi metallici e fili elettrici (0554 sarebbe l’orchestrazione perfetta di un film di Cronenberg), che bilanciano le aggressive dissonanze che affiorano qua e là. Percussioni e beat quasi del tutto aboliti e bassi monolitici sono il diktat di quest’opera di carta vetrata. Ha però un certo distacco dalla conformazione stilistica generale la traccia conclusiva 0832, senz’altro il pezzo migliore, che inizia e termina proprio con una sezione percussiva a racchiudere 8 minuti di risucchi elettronici e onde sonore su cui scivola la voce di Michelotti a spandere sillabazioni spettrali. Il concerto si chiude. Gli schermi tornano spenti. I due Neon guardano la folla attraverso l’oscurità. Un terremoto niente male, al Banana Moon, in quel non così lontano inverno del’79.

V Voti

Voto degli utenti: 7,3/10 in media su 2 voti.
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ANGELOSKA 7,5/10

C Commenti

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benoitbrisefer (ha votato 7 questo disco) alle 22:18 del 19 gennaio 2010 ha scritto:

Eh sì, veramente magmatica la scena fiorentina di fine '70/primi '80... lo so bene perché l'ho vissuta tutta dal suo interno! Acerbi questi Neon, ma già proiettati verso i lavori più accessibili e fortunati degli anni successivi e poi erano lì per iniziare Litfiba, Pankow, Diaframma, Polyactive, Rinf, Karnak: una stagione veramente irripetibile in cui tutto era nuovo e straordinariamente emozionante....