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R Recensione

7/10

Ex Eye

Ex Eye

Sebbene riconosca di essere parco di complimenti, sono assai riconoscente alla contemporaneità per avere la possibilità di vivere in diretta i migliori e più creativi anni di un sublime musicista e di un teorico innovativo, capace di guidare con mano ferma il rinnovamento jazz del Nuovo Millennio e di condurlo a vette – concettuali, estetiche senso strictu –  sfiorate solo da pochissimi altri giganti. Il riferimento, naturalmente, è a Colin Stetson, che con lo straordinario disco solista di quest’anno (“All This I Do For Glory”) è riuscito nell’impresa di mettere i radicali sperimentalismi di Anthony Braxton, Evan Parker e Peter Brötzmann al servizio di una narrazione ritmica (techno? IDM?) totalmente altra per genesi e filiazione. Per un artista che ama le sfide, non c’è nulla di più challenging del destabilizzare sin nelle fondamenta il proprio linguaggio, ripudiarlo, alienarlo dal proprio contesto di appartenenza al punto da renderlo irriconoscibile ed allora, solo allora, riproporlo in vesti totalmente rinnovate. L’incontro di stilemi jazz e strumentazione metal, a dire il vero, non è certamente innovativa e comincia anzi ad avere una discreta storia alle spalle: ma è pur sempre un’esperienza che nel fitto curriculum di Stetson ancora mancava. Ex Eye è il supergruppo che ovvia a questa lacuna.

La struttura del disco è piuttosto semplice: ad un pezzo d’apertura secco e conciso fanno seguito una serie di lunghe suite (tre nell’edizione standard, quattro in quella deluxe) a cui viene delegato il compito di elaborare singoli suggerimenti preliminari orientati, di volta in volta, verso diverse soluzioni stilistiche. A rimanere costante è, piuttosto, il leit motiv di fondo: nonostante le autorità coinvolte nei credits (il polistrumentista Toby Summerfield alla chitarra, Shahzad Ismaily di Ceramic Dog e Secret Chiefs 3 ai synth, Greg Fox dei Liturgy alla batteria), ogni brano viene studiato soprattutto per far risaltare l’approccio poliedrico e incendiario di Stetson. È un’impostazione senza filtri, che può legittimamente piacere o meno, ma che – in ogni caso – è prova di una comunanza e solidità di intenti rara a rintracciarsi in collaborazioni estemporanee di questo tipo. Basti ascoltare la splendida “Xenolith; The Anvil”: Stetson accompagna inizialmente le progressioni chitarristiche su un ondeggiante bordone di synth in 9/4, per poi erompere in fiammeggianti strali jazzcore vicine agli Zu di “Igneo”.

Quanto alle composizioni lunghe, “Opposition/Perihelion; The Coil” fa, da subito, sfoggio di estrema versatilità: lo spastico, strozzato call&response di apertura preannuncia l’addensarsi di pesanti cumulonembi space metal, un carnaio di blast beat a cielo aperto in cui vengono risucchiate decadenti scintille sinfoniche e tritate orchestrazioni di profondità abissale. La seconda metà risplende di una nerastra contemplazione funebre: insistiti fraseggi circolari di sax e acuti ultraterreni (gli stessi di una “To See More Light” o di una “Like Wolves On The Fold”) dipingono un day after doomish di estrema desolazione. “Anaitis Hymnal; The Arkose Disc” evoca un crepitante, minimale continuum à la GY!BE, prima che le trattenutissime note di Stetson si confondano in un ultraterreno montare black metal, sommerse da ottundenti strati di suono. La tonitruante epica di “Form Constant; The Grid” (“Through Silver In Blood” suonato tra spasmi epilettici e reminiscenze neoclassiche) preferisce la tradizione all’innovazione, laddove invece “Tten Crowns; The Corruptor” manipola il formato della marcia bandistica con tribalismi afro e scartavetranti chitarre voïvodiane.

Scommessa, as usual, stravinta. Davvero difficile prevedere, in questo momento, cosa possa frenare la rincorsa senza fine di Stetson. Forse – e sottolineiamo forse – la prolungata esposizione ad estenuanti maratone produttive?

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