R Recensione

7/10

Down

Over the Under

L’ascolto di questo disco ha rafforzato in me un paio di convinzioni che da tempo covavo nell’intimo (e non mi riferisco ai boxer, anche se più d’uno giura che, delle volte, ragiono solo con quello che c’è li dentro). Che Phil Anselmo, come perfomer e icona popolare, valesse molto di più, in termini assoluti, di tutte le band in cui è stato front-man (Pantera compresi, e pazienza se, dopo codesta affermazione, la lista dei miei nemici diventerà più lunga di quella di Richard Nixon). E che la critica in Italia patisce (oltre ad un cronico, conclamato ritardo) un moto d’oscillazione in tutto simile a quelle cazze di maree: fasi lunari che seppelliscono certi gruppi (quelli meno hype, come va di moda chiosare) sotto una torbida risacca di disinteresse e altre che li fanno brillare alla luce fasulla e aprioristica di astri ormai spenti.

E siccome le parole hanno spesso vita più lunga dei fatti, non mi pare azzardato affermare che la maggior parte delle riviste (comprese quelle famose, quelle che iniziano per R) che oggi si sperticano di lodi per Down III: Over the under a suo tempo ignorarono o liquidarono con poche parole l’altrettanto (se non più) meritevole Down II: A bustle in your hedgerow (2002). Non mi avventurerò oltre nelle recriminazioni anche perché, come diceva Beaumarchais, “dimostrare che ho ragione significherebbe ammettere che potrei avere torto”, nel senso che qualcuno, un domani, potrebbe ripagarmi con la stessa moneta (“nella tal recensione hai scritto che X e invece era Y”) e per di più la lista dei miei nemici è appena stata aggiornata.

Il proemio, purtroppo, lo conosciamo tutti: l’uragano Katrina, il ritardo delittuoso nei soccorsi, o, restando sul piano della cronaca nera, la morte di “Dimebag” Darrel; e qui potrei lanciarmi in un’arringa efferata contro il “capitalismo dei disastri” e la libera circolazione delle armi da fuoco sancita dal secondo emendamento, ma state tranquilli, mica lo faccio (almeno finché non mi pagheranno 50mila euro a serata come Beppe Grillo o, in alternativa, Hugo Chavez non comincia a ricoprirmi di petrodollari venezuelani). Più che come radiografia in controluce di una tragedia collettiva o di un dramma personale, l’album a me sembra interessante per un altro motivo: consacra il metal quale “music de doleance” dell’era globale, blues del nuovo millennio, lamento furibondo del sud post-industriale. In pratica qui dentro non troverete un solo riff che suoni neanche vagamente originale (e d’altronde neppure ce lo aspettavamo) eppure si respira un’atmosfera autentica e desolata da fine di un’epoca, di decadenza, di sofferta e stentorea autoconfessione (con Phil Anselmo che è una specie di Tony Soprano, più magro e tatuato, avvinto al seno della sua “mater psicanalitica”: la musica).

Prendiamo ad esempio la pala tripartita di brullo pre-doom settantesco composta da 3 suns 1 star (tumultuosa cavalcata in levare degna dei Cathedral, se questi abbandonassero Westminster per Biloxi), The path (blues-metal gargantuesco, call and response imbottito di tritolo) e N.O.D. (rude-core di motorheadiana memoria sfumato di southern rock). O le colate siderurgiche ricavate dalle frastagliate catene ritmiche in staccato dei Led Zeppelin (ma senza alcuna supponenza da teen idol, mica come quel gruppo che comincia per Wolf e finisce per Mother): I scream (con i suoi break da preghiera screamo, il gospel come può concepirlo uno come Phil Anselmo), On march the saints (che cita le parate allegoriche del Mardì Gras per dare voce alla rabbia della “city that care forgot”) e In the thrall of it all (che un po’riprende la lezione del rock anni ’90, grunge e stoner in particolare).

Qualche sorpresa arriva invece dai pezzi più “melodici”: Never try declina il blues assecondando un mood paleo-grunge (quello dark e stratificato dei Soundgarden, o quello rugginoso dei Melvins), Nothing in return è uno splendido colpo d’ala, una spossante marcia di diseredati che calpestano il “Trail of Tears” dell’America invisibile, jam di psych-blues che comprime tutto il suo spleen eneico in un ritornello da power ballad (piano, chitarra acustica e organo alla No Quarter) e His majesty the desert, intermezzo folk culminante nel fuzz iracondo che va a intarsiare il basalto “sabbathiano” di Pillamyd.

Ah si, quasi me ne dimenticavo, i Down sono un supergruppo (o, come dicono loro, solo “un gruppo di ragazzi che andavano a scuola insieme e che avevano il sogno di suonare in una rock band”) formato da Pepper Keenan (Corrosion of Conformity), Rex Brown (Pantera), Kirk Windstein (Crowbar) e Jimmy Bower (Corrosion of Conformity e Eye hate God), il lavoro di quest’ultimo è davvero eccellente (anche se tutti fanno egregiamente la loro parte), oltre che dallo stesso Phil.

V Voti

Voto degli utenti: 6,8/10 in media su 8 voti.
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REBBY 5/10
Lux 5/10
luca.r 7/10
ThirdEye 10/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 8 questo disco) alle 15:11 del 23 novembre 2007 ha scritto:

Il solito, grandissimo Simone

Solo per la metafora sui boxer mi spingi a cercare questo disco )) Il resto della recensione descrive quanto di meglio mi potessi aspettare: un grazie anticipato.

DonJunio alle 17:45 del 27 novembre 2007 ha scritto:

Down in Louisiana!

Che dire Simone, ti sei davvero superato con questa superba pagina. L'album non l'ho ancora sentito, dei Down mi era piaciuto tantissimo a suo tempo il debutto, con quelle atmosfere da Black Sabbath trapiantati in una palude cajun e pezzi splendidi come "Jail" o "Stone the Crow", mentre nel secondo mi era sembrato che l 'effetto sorpresa fosse un po' scemato. Sul discorso Anselmo-Pantera, non so....Phil è un grande, ma ha fatto anche alcune cazzate tipo i SuperJoint Ritual, mentre un album come "A vulgar display of power" vale tantissimo non solo per il suo contributo. Molto bella e intrigante la chiave di lettura che hai presentato del metal: ma in fondo non valeva già per un album come "Bleach" dei Nirvana? ciaoooo

simone coacci, autore, alle 17:19 del 28 novembre 2007 ha scritto:

Gentilissimo Don, grazie. No sicuramente la funzione catartica e rituale del blues è stata recentemente assolta da tanti generi diversi e talore contraposti: dici bene "Bleach", e il grunge per molti versi, pensiamo anche ai Mad Season ecc, ma anche il trip hop dei Portishead o non so i Jesus and Mary Chain, shoegaze o quello che è. Non intendevo dire che fosse una prerogativa del metal, solo volevo sottolineare come il metal, oltre che scadere nel trivio possa anche reinventarsi, incarnarsi in altre morfologie più interessanti e questa è una(pensa alla bontà dei Witchcraft o a Blackmetallers intrisi di blues come Darkthorne e chissà quanti ora mi dimentico). Osservazione intelligente la tua, in ogni caso. Forse dovevo specificarlo meglio.

Si, le cose che ha fatto Phil fanno quasi tutte schifo e io ho almeno cinque o sei dischi dei Pantera (ti ricordi quand'erano una versione pistolera dei Motley Crue? Prima di Anselmo, due dita in gola e via!) sparsi in soffitta, ma come diceva quel tizio a Jack Lemmon, "Nessuno è perfetto".

"Black Sabbath trapiantati in una palude cajun" mi piace da matti. Quasi, quasi te la copio. Ahahahah, scherzo, non lo farei mai. Ciao a te grandissimo.

Lux (ha votato 5 questo disco) alle 1:36 del 8 aprile 2008 ha scritto:

Sarò Down?

Purtroppo non mi è piaciuto, mi annoia

SanteCaserio (ha votato 6 questo disco) alle 21:19 del 18 novembre 2008 ha scritto:

Ammirazione

per la recensione e invidia per averlo potuto trattare

Vero molto di quanto dici, e la pensiamo in modo simile su Anselmo (se Chavez ti riempie di petrodollari allora mettimi pure nella lista amici ).

Il voto è un pelino troppo, ma la sufficienza c'è tutta anche secondo me.

Sentiti live questa estate... restano dei macinasassi. Ritengo migliore il loro periodo da "sconosciuti" (con relative leggende)

simone coacci, autore, alle 18:28 del 22 gennaio 2009 ha scritto:

RE: Ammirazione

Eh magari. A forza di foraggiare i due Castro, Evo Morales e Naomi Campbell non gli rimane più un centesimo in saccoccia. Tiene famiglia pure lui, poveriello.

Echo alle 17:42 del 22 gennaio 2009 ha scritto:

devo ammettere che anselmo dopo i pantera è ulteriormente cresciuto... bel disco

luca.r (ha votato 7 questo disco) alle 9:42 del 17 novembre 2009 ha scritto:

sorpresone..

ammetto spudoratamente che non avrei dato un centesimo al buon phil anselmo post-Pantera, ed invece... con il senno di poi, probabilmente uno dei dischi migliori del 2007.