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R Recensione

9/10

Motorpsycho

Demon Box

Anything I can do for you, Sir?

Nemmeno sappiamo se gli alieni esistano, o se siano l’ennesima, fantasiosa congettura di menti sovraccariche, che già li abbiamo contattati in tutte le maniere. Per far capire chi siamo, che passioni coltiviamo, come ci vorremmo rapportare con loro abbiamo saturato lo spazio di spazzatura. Nobile, elegante, ma pur sempre rubbish, a dirlo nella strisciante traduzione anglofona. Le placche di metallo di Eric Burgess, Frank Drake, Carl e Linda Sagan. Saettanti messaggi radio sparati in ogni direzione. Addirittura i Beatles. Non è cosa di tutti i giorni, la Nasa che trasmette a definizione supersonica “Across The Universe” nei meandri della Via Lattea. Melodia perfetta, incisione pulita e raffinata, l’archetipo delle delizie che riservano le famigerate sette note a chi le sa maneggiare come si deve.

Mettiamo caso che rispondessero. In che modo lo farebbero? Versi? Grugniti? Roba da film. Ultrasuoni? Oppure suoni e basta? Ecco: l’universale per l’universale nel senso completo del termine. Musica, vibrazione. Forse si farebbero un’idea ben strana della nostra preparazione culturale: con decine di generi a disposizione, fanno una cernita rigorosa e ci inviano quello più armonico e raffinato possibile. Un biglietto da visita, in altri termini. Ma se gli extraterrestri conoscessero gli ampli valvolari, le distorsioni, il feedback, le dissonanze e volessero cercare una qualche corrispondenza? Anche a forza di rovistare per secoli tra il ciarpame farebbero evaporare, inutilmente, sforzi erculei. Un paradosso, a ben pensarci: come l’alfabeto è dotato di vocali e consonanti, da intercambiare fra di loro per creare parole di senso compiuto, così ogni melomane che si rispetti non dovrebbe poter vivere nell’eterna ansia dell’aut aut, del questo o quello, del testa o croce, del bianco o nero, bensì arraffare senza indugi entrambe le alternative proposte. Sinteticamente, a che serve il fingerpicking acustico senza il riff killer, la tempesta di elettricità senza l’incastro di accordi? Tutto ciò per dire che siffatti discorsi sono in auge dalla notte dei tempi. C’è chi li ha volti in proprio favore, con la testimonianza viva e veritiera di un fuoco devastante, inestinguibile: quello della passione.

Aggiungere mattoni alla torre d’avorio costruita da altri a nome Motorpsycho è, quando non inutile, addirittura deleterio. Quattordici dischi studio (ma avete contato bene anche i doppi, gli EP, i live?), migliaia e migliaia di palchi infilzati in tour de force dalle due ore in su, cannoni di rock’n’roll puntati sull’uditorio con micce, peraltro, inesauribili. Che poi vogliate leggere la solita, auto compiaciuta sfilza divisoria di periodi metal, periodi pop psichedelici e periodi di dilatato, divertito omaggio all’incendiario hard rock spacedelico dei Seventies – l’ultimo, da “Black Hole/Black Canvas” in giù - non è, non voletecene, affar nostro. Taluni parlano di indecisione e fragilità stilistica, altri, all’opposto, di visionarietà ed eclettismo. Evitando gli sbrodolamenti accessori, il trio norvegese ha suonato tutto il suonabile, con quello spirito di conquista e sorpresa che ogni musicista dovrebbe possedere, dalle prime strimpellate ai requiem funebri. I risultati possono essere stati anche altalenanti, in qualche occasione (nella stanchezza fisiologica di “It’s A Love Cult”, per esempio) ma, aldilà delle piogge di volumi, dei sono-in-tre-ma-sembrano-duecento, delle esequie celebrate anzitempo quando tutto sembrava perduto, sbalordisce trovare in ogni loro incisione quella sincerità e quel vigore di cui spesso non si trova traccia nemmeno in opere prime di corso recente. Mentalità intramontabile o coscienza di dover mantenere più a lungo possibile il proprio valore?

Punto e a capo. Un treno rosso fischia e costeggia un gruppo di case in legno a Svartlamoen, un distretto a nord-est di Trondheim, immerso in un paesaggio da sogno. In mezzo a capannelli di ragazzi e ragazze ridacchianti, rapiti o semplicemente incuriositi, degli individui attaccano un ritmo country tambureggiandolo su chitarra acustica, banjo, basso e batteria. Siamo nel settembre del 1995 e loro sono, chiaramente, i Motorpsycho, nelle vesti del side project The International Tussler Society. Un nome che inizia a circolare, tra i giovani scandinavi, con sempre maggiore insistenza. Ancora non si può parlare di fama, nonostante abbiano all’attivo oramai quattro lavori (“Blissard” uscirà da lì a poco), ma qualcosa si muove, un fermento che percorre i fiordi ed echeggia oltreoceano. Il pezzo, stravolto, è “The One Who Went Away”, contenuto in “Demon Box” di due anni precedente. In pochi, forse, hanno a conoscenza la versione originale. Anzi, per meglio dire, le versioni originali. Già, perché lo stesso brano, nel giro di una settantina di minuti, viene riletto in due differenti maniere (la prima come “Waiting For The One”) poste all’inizio e alla fine del pacchetto, alla stregua di quanto fece il nonnetto Neil Young nel suo storico “Rust Never Sleeps”, del 1979.

Figura cardine, alt(r)o musicista di spicco, obliato nel decennio allora appena trascorso, Young era considerato il cardine, il gubernator delle “vecchie” generazioni verso la massa sparigliata – ed inflanellata – del grunge. L’annunciato suicidio di Cobain non è, per ora, avvenuto: il fenomeno infuria con focolai di inquietudine sempre maggiori. Ma nei tranquilli porti norvegesi, fra le dita di Bent Sæther, nella testa di Hans Magnus “Snah” Ryan e nei muscoli di Håkon Gebhardt, illustre citazionismo a parte, si pensa già ad altro. Come sottomettere i power chord alla psichedelia, per un lato. Come incanalare le scartavetrate hardcore dell’esordio “Lobotomizer” in una gamma più carica e variopinta, per un altro. Tante sono le idee che devono essere passate prima, durante e dopo la gestazione di “Demon Box”, a segnare l’inizio di una loquacità inarrestabile, fluente, meravigliosa. Questione stile, affrontiamola pure qui: che stile? La domanda è sbagliata già in partenza. Si sarebbe dovuto chiedere: che stili? Solo allora si potrebbe rispondere. Risoluzione, peraltro, più facile e nello stesso tempo più intricata di quello che si pensi: rock. Del quale, però, nessuna sfaccettatura è messa fuori gioco. Detto niente.

Partendo con la coppia sopracitata “Waiting For The One” – “The One Who Went Away” si cade immediatamente in una contraddizione: sono la stessa canzone, eppure non lo sono. Difficile da credere? Nemmeno per sogno. La prima imbastisce uno svolazzante ed intimo sposalizio folk, con semplici ricami di violino a supportare un giro di chitarra ridotto all’osso (ma, evidentemente, così funzionale da essere preso come spunto, un lustro più tardi, da Jeff Mangum dei Neutral Milk Hotel per la sua “King Of Carrot Flowers”). Tutt’altra musica – perdonate il calembour – nella seconda, che sradica il meglio del power rock a stelle e strisce, strizza l’occhio ai Dinosaur Jr. e soffia ai Weezer una potenziale hit. Un mondo concentrato in appena tre minuti. La cognizione di tanta e mirabile bontà è incerta: come, altrimenti, dovrebbe essere interpretato quel divertito “wooo” che corona la vanga di elettricità lo-fi a struttura stessa del pezzo? Ma si sta scadendo nella retorica e nella filosofia per qualcosa che retorico e filosofico non è. Meno male, aggiungiamo.

D’ora in avanti i Motorpsycho non si fanno mancare più nulla ed infilano una serie di centri consecutivi che hanno del mostruoso. “Nothing To Say” è l’anthem post-grunge che distrugge ogni scoria di Seattle ante litteram, nella sgraziata tessitura vocale, nel riff elementare, nelle evoluzioni hard che si susseguono, immediate ed essenziali. Per una “Sunchild” avida di melodia da spiattellare sopra una rapida base punk, il contraccolpo dell’acceleratore affonda i suoi artigli nell’oblunga forma metallica di “Feedtime”, ruvidissima serie di escoriazioni inflitte su margini cupi e mordenti, quando ancora l’identità stessa del metal sui generis si preparava ad affrontare il primo, enorme rinnovamento della propria storia recente. Poco ancora a che vedere, pensandoci bene, con “Sheer Profoundity”, un secco ceffone rotante che si contorce e si avvoltola numerose volte, anticipando clamorosamente le evoluzioni prog dei Tool (“Undertow”, dove già si comincia ad intravedere il piglio arcigno e disadattato dei fenomeni californiani, è posteriore di qualche mese) ed il minimalismo tribale degli Oneida.

Finita (o quasi) la sbornia delle chitarre pesanti, si apre la lunga parentesi mistica. Certe volte è roba da vero e proprio tracollo psicofisico, come l’industrial lacerato ed isolazionista di “Step Inside Again”, la cui perversione, unicum nell’insieme del disco, è appena mitigata dalla soffice, soave ballata crepuscolare “Come On In”. “Tuesday Morning” incrocia sinuose, flangerate volute di fumo psichedelico, ondeggiando e vibrando sotto le scosse di “All Is Loneliness”, westernata cover di uno dei “cantautori” più particolari di sempre, Moondog. Un trip sciamanico, ossessivo, i cui risvolti raggiungono il massimo nitore e la brillantezza più intensa nell’elaborato cantato/recitato di “Plan #1”, straordinario esercizio di alienazione melodica pre-Radiohead (impossibile non sentirci un po’ di “Ok Computer”), avvolgenti tappeti shoegaze ed improvvisi, rovinosi smottamenti noise: la passerella ideale per deporre gli strumenti e partire alla volta di un viaggio immaginario nelle spire della generazione X, guardata faccia a faccia dal lato fedele al messaggio cerebrale delle controparti meno biecamente autodistruttive.

Inevitabile indicare, come in ogni disco anni ’90 che si rispetti, il punto cruciale dove gli equilibri dell’album si spezzano e confluiscono in unico torrente di sangue, sudore e sentimento. Le velocità scavezzacollo di “Babylon” e lo splendido, approssimato indie di “Junior”, storia di un amore infranto tra Pavement e Pixies (“Would you look at me and laugh/ If I told you that I miss you/ And I wish you would come back again/ And stay this time”) sono gradevoli lenitive che nulla possono, tuttavia, di fronte all’inscindibile configurazione della title-track, diciassette minuti di lungo, risolutivo sperimentalismo, aperto da un riff che si impantana nello sludge prima di finire scorticato e depurato da una fittissima ragnatela noise, portata a livelli di tensione sempre più acuti sino alla detonazione finale, una fanfara di lugubri violini e code di pianoforte tetramente scordate (tratta, a quanto sembra, da vecchie registrazioni cameristiche dei genitori di Sæther). Fine provocazione intellettuale basata su una quantità specifica di sostanza piuttosto pronunciata, che rilancia in maniera forte e parossistica la figura del gruppo, ponendo forse le fondamenta per la riedizione underground di pagine inedite di musica pesante. Scordatevi Lou Reed, o le manomissioni elettroniche dell’ultimo decennio: dietro il gesto appare manifesto, ancora una volta, splendente ed invincibile, il tarlo di una formidabile, mai doma partecipazione attiva.

Anything I can do for you, Sir?

Sì: potevate dircelo, che gli alieni eravate voi!

 

V Voti

Voto degli utenti: 8,7/10 in media su 8 voti.
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babaz 9/10
thin man 10/10
Miro 6/10

C Commenti

Ci sono 7 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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babaz (ha votato 9 questo disco) alle 18:48 del 16 agosto 2010 ha scritto:

Disco magnifico e Motorpsycho band mostruosa...finalmente qualcuno che rende loro giustizia...bravissimo!!Il mio preferito e quello che reputo il loro capolavoro e' pero' TIMOTHY'S MONSTER!!!...anche se la loro discografia e' zeppa di dischi straordinari!!!

fabfabfab (ha votato 9 questo disco) alle 9:13 del 17 agosto 2010 ha scritto:

Anche secondo me disco e band straordinari: il quartetto "Demon Box", "Timothy's Monster", "Blissard"

e "Angels and Daemons at Play" e irripetibile. Bravo Marco, meritavano questa celebrazione, anche alla luce del trattamento che avevamo riservato a "Heavy Metal Fruit" ...

thin man (ha votato 10 questo disco) alle 0:36 del 30 agosto 2010 ha scritto:

Grande Gruppo

Forse lo preferisco leggermente a "Timothy's Monster"

Emiliano (ha votato 9 questo disco) alle 15:52 del 30 agosto 2010 ha scritto:

Uno di quei dischi che provocano sempre un'intensa voglia di reimbracciare la chitarra. Dovrebbero prescriverli ai giovini.

ozzy(d) (ha votato 9 questo disco) alle 14:41 del 7 settembre 2010 ha scritto:

bella lotta col mostro di Timoteo, grande rece!

ThirdEye (ha votato 9 questo disco) alle 5:22 del 9 dicembre 2010 ha scritto:

Grandissimi

Lobotomizer era buono nella sua grezzezza ed ingenuita, 8 Soothing gia splendido..Da questo fino a Trust Us, un capolavoro dopo l'altro. Poi il lento ed inesorabile declino...