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R Recensione

8/10

Daughters

You Won't Get What You Want

In una straniante ripetizione di versi e sillabe che sembrano quasi tramutare il suo disperato lamento in una sirena d’autoambulanza, in “The Flammable ManAlexis Marshall tartaglia “I don’t lie, I don’t lie / I don’t lie, I don’t lie / I don’t lie, I don’t lie / I don’t lie, I don’t lie / I don’t lie…”. Sembrerebbe un disperato anelito alla sincerità, una pagina diaristica contemporanea in cui l’autore dialogante voglia convincerci a tutti i costi – e quindi con secondi fini – che nonostante il mondo esterno il suo cuore è puro, la sua mente limpida: ma ecco passare una frazione di secondo, e lo stesso Marshall si affretta ad aggiungere “…awake at night / For a good time”. Il suo alter ego fittizio, preda di devastanti paranoie ossessivo-compulsive, si rifiuta di vivere vicino all’oceano, per paura che la marea possa montare ed inghiottirlo: ma chissà se è davvero l’oceano ad instillare atavici terrori, o se piuttosto sono i marosi che ne increspano la superficie, che ne incarnano il lato più terrificante e distruttivo. Il protagonista di “Ocean Song” si chiama Paul e, come un altro autogenerante riflesso autobiografico, “senses something terrible awaiting / A loose thread, a worsening”: una molla inconscia che scatta nel cervello lo spinge a fuggire dalla propria abitazione, scavalcare siepi e aggirare case, “to know, to see for himself / If there is an ocean beyond the waves, beyond the waves”.

Se a Mick Jagger era ancora concesso il beneficio del dubbio, il ¡no pasarán! dei Daughters è brutale, coercitivo e definitivo, l’undicesimo comandamento scolpito sui muri e sul filo spinato di un’era liquida di terrore: non avrai quel che vuoi (tutte le oggettive sono uguali, ma alcune oggettive sono più uguali di altre). D’altro canto, dal primo scioglimento del quartetto di Providence, Rhode Island – immediatamente successivo al bel disco omonimo del 2010 – la china discendente imboccata dai parametri funzionali della società umana si è accentuata al punto da farla rassomigliare, in meno di un decennio, ad un mondo disfunzionale radicalmente diverso, disperatamente svuotato di senso, speranza e futuro. Quella di “You Won’t Get What You Want” è una presa di coscienza e di posizione hardcore fino al midollo: prima di conformarsi come innocuo modello stilizzato, la musica deve farsi politica, riflettere il mondo circostante, operare un’identificazione a più livelli con le voci di chi non può o non vuole (più) farsi sentire (“Who put a padlock on the cellar door? Let me in / I’ve been knocking, let me in / Who bricked off the chimney? / I can’t hear you speak / I’ve been knocking and knocking / Let me in / Let me in / Let me in / Let me in / Let me in”, l’urlo strozzato della pesantissima “Guest House”). È l’atto performativo che troppi dischi di genere, attenti quasi solo a compiacere critica e correnti, non sembrano più essere capaci di portare a compimento.

Non solo fremente urgenza lirica, ma un meditato e sistematico ripensamento dalle fondamenta di un’estetica musicale ormai appassita nella propria autoreferenzialità. Li avevamo lasciati con le cabarettistiche traiettorie math-core di “Daughters”, li ritroviamo oggi stregoni di un suono totale – una Gestalt rumoristica che trasforma ogni riff in un pugnale, ogni frequenza in una spatolata, ogni distorsione in un destro vibrato sotto la cintola, in un calderone che mescola atrocità atonali, storico californiano e contemporanee ibridazioni analogico-sintetico. Il paragone sembrerà improprio, ma in “You Won’t Get What You Want” si risente molto del nostro “Carboniferous”: entrambi i dischi prendono a pugni i propri ascoltatori dal primo all’ultimo secondo, terrorizzandoli con la loro presenza, ma alla fine del massacro ci si rialza faticosamente e si prega per averne ancora. Una mattanza a suo modo catartica che non si può non spiegare con la brillante e perlopiù metaforica aderenza al proprio tempo di suoni e parole.

Il dramma è già bello che fomentato nei primi undici minuti: il post-apocalittico panzer industrial-core di “City Song”, dove ogni colpo del batterista Jon Syverson è una secca fucilata (“The trees hang their heads / And the wired wants faith, fray / The songs sing silently / Oh / This city is an empty glass (Clouds)”), si accartoccia in un’assordante colata di rumore bianco, un abominio tetsuiano che nell’orrorifica fanfara “Long Road, No Turns” assume i connotati di una reclame pubblicitaria curata dai Big Black (sublime il lavoro sugli strati di effettistica del chitarrista Nicholas Andrew Sadler, asceso in coda ad altezze carpenteriane). Solo sporadicamente l’ampiezza polifonica della scrittura dei “nuovi” Daughters brucia nel giro di una manciata di passaggi (lo schizoide noise-core di “The Flammable Man”, lo stomp sci-fi di “The Lords Song”, i Refused altezza Pissed Jeans della ballabile “The Reason They Hate Me”): molto più spesso l’esigenza di esaustività richiede un prezzo significativo nel minutaggio, inusualmente vicino ai cinquanta minuti. Particolarmente articolati sono i due episodi oltre i sette minuti: il recital politico di “Satan In The Wait”, con una melodia orientaleggiante di agghiacciante nitore che serpeggia nel ritornello lynchiano (“Their bodies are open / Their channels are open / This world is opening up / Up, up, up” fa quasi il paio con “This is water, and this is the well. Drink full and descend”) e il frastornante inseguimento teatrale di “Ocean Song”, che – tra bordate omicide e acustiche tribali – si frattura in un finale di pura decostruzione. Un’integrità morale totale e totalizzante che mai si dimostra accondiscendente nei confronti del fruitore, nemmeno quando si abbassano i ritmi e si smorza il flusso elettrico (ed infatti il crooning scurissimo di “Less Sex”, un caveiano funk dell’oltretomba, è ugualmente ricoperto di urticanti, magniloquenti pustole noise).

Ci sono voluti otto anni per aggiustare il tiro e prendere la mira, ma i proiettili hanno disintegrato il bersaglio. Un dolore che solleva: tanti auguri a noi.

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