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R Recensione

7/10

Melt Banana

Fetch

Il disastro di Fukushima, le cui conseguenze oggi rimbalzano, sempre più letali, per tutta la penisola nipponica (v'è più acqua radioattiva sversata in mare in un triennio che granelli di sabbia sulla spiaggia di Copacabana), ha rischiato di distruggere la carriera di uno dei gruppi noisecore più longevi ed apprezzati di sempre. È la stessa Yasuko Onuki, voce storica dei Melt Banana, ad ammetterlo in un'intervista: “È come se nella mia mente fosse cambiato qualcosa dopo il terremoto, anche se l’area in cui vivo non ha subito grossi danni. È difficile spiegare l’influenza che il disastro ha avuto su di me e su cosa è cambiato, ma mi ha toccato nel profondo”. Dopo essere stati per anni, e nemmeno troppo metaforicamente, lo tsunami, ecco arrivare un altro maremoto, ancora più distruttivo, decisamente più subordinante, davanti al quale poco la musica riesce ad esprimere. Si spiega (anche) così il lungo iato di sei anni che separa l'ottimo “Bambi's Dilemma” del 2007 dal nuovo “Fetch”, settimo full length per il quartetto giapponese: anche, ma non solo. A rallentare considerevolmente i lavori in studio ci ha pensato un'intensa attività live, concentrata tra Europa ed Estremo Oriente, e la consueta, frenetica produzione “minore”, costellata di EP e split con le formazioni più diverse sparse per il mondo. Passione e caso. Disgrazia e sudore.

Se “Bambi's Dilemma” suonava come il compromesso ideale tra potenza urticante e j-pop scotennato senza rimorsi – in sintesi: i Melt Banana impossibili, il meglio della prima e della seconda fase, il napalm a fiumi su un songwriting aguzzo persino nelle pacificazioni –, “Fetch” ripropone un gruppo desideroso di oltrepassare ogni traversia e di riconquistare lo stato di diritto. Questo in teoria. In pratica, ogni briciolo di dinamismo si traduce in un sound bifocale, complesso, striato, dettagliato. Le onde dell'oceano si frangono in “Candy Gun”, sovrapponendosi agli schizofrenici delay della chitarra di Agata Ichirou: quando Yasuko addenta il microfono, pare che i Pokémon abbiano finalmente scritto il loro inno hardcore. “Schemes Of The Tails” è una filastrocca pop rock violentata da un basso tracimante, dove l'elettronica segue da vicino le traslazioni chitarristiche – Agata interviene qui su di un sostrato emocore sbilenco, come se i Motorpsycho di mezzo fossero degli hikikomori innamorati unicamente del Commodore. “Infection Detective” sembra un inno per la demenza post-femminista, emerso da un coagulo di effetti: l'inesistente pallina da tennis di Blow Up viene qui stritolata in un rimpallo di fragori digitali. “Zero+” segue da vicino il nonsense solistico di Agata, un coacervo di rumori e field recordings che servono da preludio a “Zero”, sincopato episodio noise-pop pronto ad essere immediatamente remixato.

Non c'è mai nulla di scontato, in un disco dei Melt Banana. Persino le tirate hardcore – dalla ferinità di “The Hive” alla New York computerizzata di “Then Red Eyed”, dalla semplicità strutturale di “Left Dog (Run, Caper, Run)” al futurismo corrosivo e stridente di “Red Data, Red Stage” – mutano d'istante in istante. Tale è l'imprevedibilità di Yasuko e compagni, da permettere loro un inedito, mirabile gioco di chiaroscuri emotivi in “My Missing Link”, seppellito sotto una coltre di distorsioni e mitragliato mortalmente da un'iperattiva sezione ritmica. Ne salta fuori una wave-core del tutto scentrata e grottesca, interpretata con piglio da teen idol.

Nel caso riusciate a trovare qualcosa di anche solo vagamente simile, premuratevi di informarmi.

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