Serj Tankian
Elect The Dead
I System of a Down sono certamente stati uno fra i gruppi più seguiti, blasonati, importanti e –perché no?- innovativi della scena nu metal/alternative metal statunitense, grazie alla loro capacità di fondere suoni metallici e claustrofobici con influenze etnico/mediorientali tipiche della loro terra d’origine, l’Armenia. Il loro ultimo lavoro, “Hypnotize”, datato 2005, marcava con forte rilievo questa componente, a discapito delle chitarre più pesanti, quanto delle linee vocali più estreme. Dopodiché, il nulla più assoluto.
Non si sa con precisione se lo stop dei SOAD sia stato un vero e proprio scioglimento, causato in gran parte dall’eccessivo protagonismo del chitarrista Daron Malakian, o semplicemente una pausa di riflessione, per riordinare le idee ed avere nuovi spunti sui quali lavorare. Fatto sta che ogni membro del gruppo, a partire dalla fine dell’ultimo tour (primavera 2006), si è dedicato anima e corpo ad un proprio progetto personale: il cantante Serj Tankian al secondo disco solista (dopo “Serart” del 2003), Malakian ad una nuova band (gli Scars On Broadway), il bassista Shavarsh Odadjian ad una collaborazione coi Wu-Tang Clan e il batterista John Dolmayan alla realizzazione di un sito sulla Torpedo Comics (una serie di fumetti), sua passione da sempre.
Il primo a dare segni di vita è proprio il buon Serj, il 23 ottobre 2007, con l’uscita di questo suo nuovo “Elect The Dead”. Era molta l’attesa che avvolgeva il riccioluto, quarantenne vocalist dei SOAD: la precedente prova, in coppia con il polistrumentista Arto Tunçboyaciyan, era una mistura di folk, musica tribale, new age e quanto di più esotico si potesse rintracciare nella ricca pietanza offerta dai System. Mistura, a dire la verità, per qualcuno un po’ indigesta: molte idee, vero, ma non sempre finalizzate al meglio. Il timore di un ipotetico “Serart 2”, nonostante ciò, veniva subitamente smentito dal diretto interessato, appena qualche settimana fa, che usava la nomenclatura di “progressive rock” per definire il suo nuovo parto.
Vi sarete messi a ridere, accostando la figura di Tankian col progressive, e non avete tutti i torti: qui, di prog, non ce n’è proprio, nemmeno a cercarlo. Ma –e questa è la vera notizia- questo è, complessivamente, un disco davvero ben riuscito.
Se non sopportavate più il trasbordante egocentrismo di Malakian, “Elect The Dead” può non essere la giusta cura: chitarre, qui dentro, ce ne sono relativamente poche, mancano gli urletti striduli che caratterizzavano il timbro del chitarrista, si respira anche, in un certo senso, la sua mancanza carismatica, all’interno di questi dodici pezzi. Tankian decide di realizzare un cd più intimista, più profondo, che scavi più all’interno della propria persona, in cui lui e solo lui suona tutti gli strumenti, pur mantenendo molti dei tratti distintivi che avevano caratterizzato i SOAD (due fra tutti, i testi socialmente impegnati e alcune soluzioni melodiche).
Ad un primo, sommario ascolto del cd, subito salta all’orecchio uno dei leganti fondamentali di “Elect The Dead”: il pianoforte. Se nei System of a Down le volute pianistiche trovavano poco o, addirittura, nessun spazio all’interno dei vari brani, qui al contrario se ne sente davvero tanto: in apertura, nel ritornello, in chiusura, e soprattutto negli interstizi, quasi a riempire tutto lo spazio suggerito dall’ambientazione sinfonica e a creare una sorta di contraltare in mezzo alle parti più tirate ad aggressive, per bilanciare il tutto. In ogni caso, va da sé che il troppo stroppia: pezzi come “Honking Antelope” e “Lie Lie Lie”, pur partendo da un buon spunto, presto affogano nella mediocrità più assoluta, impantanati in una palude di staticità e di riciclo inventivo, musicale e vocale.
La seconda, grande caratteristica del disco è l’enorme, variegata ricchezza strumentale che si sprigiona in questi quarantacinque minuti. Come già detto prima, Serj suona tutto da solo, se si esclude, ovviamente, la batteria (dietro la quale compare, sporadicamente, il collega/compare Dolmayan). Il risultato è una serie di canzoni nel quale ogni più piccolo suono, ogni più piccola sfaccettatura cromatica, ogni più ininfluente invenzione orchestrale viene portata ad un livello di pulizia e di splendore sonoro davvero ineccepibile. A questo proposito, uno dei massimi esempi viene dato dalla bella “Saving Us”, una ballata semi-circolare dal ritornello elettrico e vigoroso, nel quale ritornello Tankian si inerpica in soluzioni canore davvero mirabili.
Terzo, ultimo, importantissimo aspetto: la voce. L’ulcera avuta nel 2002, in seguito ai notevoli sforzi vocali compiuti nei primi due cd dei SOAD, non sembra aver frenato l’enorme potenziale di cui Serj dispone. Mai come ora lo si sente volteggiare, rapido e libero, su tonalità quantomeno difficili ed ardue da riprodurre. Laddove ci fosse un deficit compositivo, le corde vocali del musicista irrompono sulla scena con una potenza impressionante, vigorosa e leggiadra allo stesso tempo. A questo scopo, è obbligatorio l’ascolto del primo, policromo, eclettico singolo “Empty Walls”, che suona più o meno come se la sezione strumentale di Frank Zappa incontrasse i suoni mediorientali e si abbandonasse in un immersion degna degli ultimi System of a Down. Particolare anche il video, ad un primo impatto quasi ingenuo, ma che sottintende moltissime metafore politiche, collegandole con il mondo infantile.
Ma, alla fin fine, com’è “Elect The Dead”? Non è certamente un album imprescindibile –e su questo credo ci fossero veramente pochi dubbi- ma, per un fan di vecchia data come me, è molto meglio di quanto ci si potesse aspettare.
I retrogusti metallici della bellissima sfuriata politica di “The Unthinking Majority” (uno dei migliori pezzi del disco) sarebbero degni delle migliori produzioni dei SOAD, se non fosse per quei favolosi inserti di piano posizionati fra il ritornello e l’interludio. Ancora più variopinti e sperimentali brani come “Money”, dove un esoscheletro pianistico di fattura pregevole si dissolve rumorosamente in un ritornello rapido, violento e furibondo, con tanto di doppia cassa (“Money/ All for money/ Make your money/ Hide your money/ Stuff your money/ Hump your money/ Keep your money/ All for money”): la title-track finale, un bellissimo quadretto apocalittico, dall’incedere soffuso e catatonico; l’agrodolce “Sky Is Over” che, in alcuni frangenti, può ricordare la vecchia “Science” contenuta in “Toxicity”.
Il vero e proprio gioiello del lavoro ha però il nome di “Praise The Lord And Pass The Ammutination”, avanguardistico ritratto di un’ipotetica camera buia, oppressiva, priva di lucentezza, dove il basso diventa un propulsore che spinge, con le sue sventagliate ferruginose, un coacervo di funk, folk, pop orchestrale, thrash metal e rapcore, il tutto amalgamato in modo tale da porre inevitabili confronti con l’altrettanto particolare “Vicinity Of Obscenity” di “Hypnotize”.
Da ascoltare, nel bene o nel male. Magari vi piacerà, come è successo a me.
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